Ritorna alla ribalta il caso degli agenti segreti inabissatisi sul Lago Maggiore nel 2023
C’è un genere letterario che la storia dei servizi segreti ha reso quasi rispettabile: la domanda posta nel momento sbagliato al momento giusto. Il direttore del Mossad David Barnea non ha detto che l’Iran ha provocato artificialmente la tempesta che affondò la “Gooduria” sul Lago Maggiore il 28 maggio 2023, uccidendo due agenti italiani e un suo uomo. Ha detto che i ventuno a bordo lavoravano per impedire a Teheran di ottenere armi avanzate, e ha lasciato cadere — come chi getta un sasso e si allontana — il sospetto che quella tempesta forse non fosse casuale. Lo ha fatto davanti alla platea più selezionata possibile: una cerimonia militare israeliana per i caduti, il 21 aprile 2026, mentre Roma era impegnata a seguire il Papa in Africa e la guerra con l’Iran era tecnicamente in pausa per una tregua fragile. Il timing, in questo mestiere, non è mai casuale.
La notizia come arma
Il rapporto tra Roma e Teheran non è un’amicizia di convenienza recente: è una delle relazioni bilaterali più antiche e strutturate della politica estera italiana, con radici che precedono la Repubblica islamica. Per l’Iran, la cosiddetta “Third power policy” — la capacità di muoversi tra le maglie dei grandi imperialismi cercando sponde alternative in Europa — ha trovato nell’Italia un interlocutore privilegiato per secoli. Centosei accordi bilaterali firmati, un’ambasciata italiana a Teheran che non ha mai chiuso nemmeno negli anni più bui, un canale diplomatico mantenuto sottotraccia anche quando Washington premeva per l’isolamento totale del regime.
Roma sa di avere leve diplomatiche con Teheran e le usa in silenzio, senza trasformarle in posizione politica. L’Italia è il paese europeo più esposto perché importa il 45% del GNL dal Qatar via Stretto di Hormuz. Questo è il contesto in cui arriva la rivelazione di Barnea: in un momento in cui l’Italia, pur allineata formalmente con l’Occidente nella guerra contro l’Iran, non ha mai interrotto il dialogo con Teheran. Un paese che i persiani considerano, storicamente e strategicamente, diverso dagli altri. Un paese che potrebbe fare da mediatore, da canale, da sponda.
Rivelare oggi, a quasi tre anni di distanza, che sul Lago Maggiore morivano agenti italo-israeliani impegnati contro l’Iran — e insinuare che Teheran li abbia uccisi — significa una cosa precisa: spingere Roma verso un posizionamento più netto. Trasformare quella morte in un debito di sangue. Rendere più difficile il doppio binario che l’Italia pratica con una certa maestria: alleata formale dell’Occidente, interlocutrice informale di Teheran.
Se questo è il calcolo, è raffinato. E non lo esclude necessariamente la buona fede di chi lo fa.
Può l’Iran produrre una tempesta?
La domanda sembra fantascienza. Non lo è del tutto, anche se le risposte oneste impongono distinzioni nette.
La manipolazione meteorologica esiste come tecnologia reale e documentata nelle sue forme elementari: il cloud seeding— la semina delle nuvole con ioduro d’argento o anidride carbonica solida per indurre precipitazioni — è praticata da decenni da Cina, Emirati, Russia, e in forme sperimentali anche da Stati Uniti e Israele. È una tecnologia relativamente accessibile. Ben altra cosa è indurre un downburst localizzato su un lago interno: una colonna d’aria gelida che precipita da un cumulonembo e si schianta a terra con velocità fino a 200 km/h. I meccanismi fisici di un downburst dipendono da condizioni atmosferiche preesistenti che occorrerebbe non solo prevedere con precisione millimetrica, ma amplificare o indurre artificialmente. Nessuna fonte aperta attribuisce all’Iran tale capacità operativa specifica.
Quello che l’Iran possiede — e che le agenzie occidentali documentano con crescente preoccupazione — sono sofisticate capacità cyber, di guerra ibrida, di assassinio mirato fuori dai propri confini. Negli ultimi due anni, gruppi sostenuti dall’Iran hanno ampliato le proprie operazioni cyber globali, che hanno riguardato sia lo sfruttamento dell’AI generativa per operazioni di manipolazione, che il collegamento esplicito di attacchi distruttivi a eventi geopolitici. Teheran ha eliminato nemici in Europa con mezzi convenzionali, ha infiltrato reti informatiche, ha condotto campagne di disinformazione elaborate. L’idea di un’operazione meteo attiva rimane nel campo del sospetto non verificabile — che è esattamente il campo in cui i servizi segreti amano operare, perché l’insinuazione ha spesso più efficacia della prova.
Quello che invece è un fatto documentato è che i superstiti israeliani vennero esfiltrati nel giro di poche ore, evitando cure sanitarie e prima che potessero essere ascoltati dalla procura di Busto Arsizio, che aveva aperto un’indagine per naufragio colposo. Chi esfiltra testimoni chiave da una scena d’incidente in territorio straniero — prima ancora che la magistratura locale possa sentirli — non si comporta come chi ha perso agenti per sfortuna. Si comporta come chi gestisce un segreto.
Il Bayesian: un’altra tempesta conveniente
A questo punto è inevitabile un parallelo che molti si sono posti sottovoce. Il 19 agosto 2024, a Porticello, nel palermitano, un altro evento meteo estremo colpisce un’altra imbarcazione in acque italiane, affondandola in sedici minuti. Lo yacht si chiama Bayesian. A bordo muoiono sette persone, tra cui il miliardario britannico Mike Lynch, fondatore di Darktrace — la società di cybersecurity venduta nel 2024 al fondo americano Thoma Bravo per oltre cinque miliardi di dollari — che era stato consulente tecnologico per i governi britannici di Cameron e May su temi legati alla sicurezza informatica, e che aveva appena creato una divisione denominata Darktrace Federal per operare a stretto contatto con il Dipartimento della Difesa statunitense.
Lynch era uscito da un processo penale negli Stati Uniti per frode pochi mesi prima — processato e assolto in modo rocambolesco. Aveva accesso a segreti di diversi governi. Il 30 aprile 2025, le autorità italiane hanno annunciato il recupero di due hard disk crittografati dallo scafo del Bayesian appartenenti a Lynch, che potrebbero contenere dati sensibili legati a operazioni di intelligence occidentali. Il Comsubin, reparto d’élite della Marina Militare italiana, insieme agli 007 britannici dell’MI6, avrebbe operato sul relitto già il giorno successivo all’affondamento, prelevando casseforti, computer, hard disk e memorie esterne appartenenti a Lynch prima che iniziasse formalmente qualsiasi attività di recupero sotto il controllo dell’autorità giudiziaria.
Le cause ufficiali convergono su una combinazione di errori dell’equipaggio e fenomeno meteorologico estremo: probabilmente un downburst — una violenta raffica di vento discendente — che ha colpito il Bayesian con forza tale che in pochi minuti si è steso sul mare imbarcando acqua. Un altro yacht ancorato nelle vicinanze è uscito illeso dalla tempesta. Questo dettaglio, piccolo e imbarazzante per le tesi esclusivamente naturali, non ha trovato spiegazione soddisfacente nelle ricostruzioni ufficiali.
Chi aveva interesse a quel naufragio? La lista è lunga e geograficamente distribuita. Lynch sapeva cose su Darktrace, su contratti di intelligence, su vulnerabilità di sistemi di sicurezza di diversi stati. Era uscito indenne da un processo americano che avrebbe dovuto distruggerlo. Era vivo quando non avrebbe dovuto esserlo, secondo qualcuno. Il processo a Termini Imerese ha iscritto nel registro degli indagati tre membri dell’equipaggio per omicidio colposo plurimo e naufragio colposo. Nessuna autorità italiana o britannica ha messo a verbale ipotesi diverse. Ma il prelievo notturno degli hard disk prima delle indagini formali non è un comportamento che si adatta alla tesi dell’incidente fortuito.
Il pattern
Due imbarcazioni. Due acque italiane. Due eventi meteorologici estremi e localizzati. Due gruppi di persone con connessioni d’intelligence profonde. In entrambi i casi, reazioni istituzionali accelerate e opache. In entrambi i casi, anni dopo, emergono dettagli che riaprono domande che nessuno vuole fare ufficialmente.
Non è prova di nulla. Il pattern potrebbe essere una coincidenza, amplificata dalla tendenza umana a vedere connessioni dove esistono solo tragedie. Ma nell’analisi dell’intelligence, il pattern è esattamente il punto di partenza — non di arrivo.
La rivelazione di Barnea sul Lago Maggiore, fatta nel momento in cui Italia e Iran si trovano su fronti nominalmente opposti ma praticamente in dialogo, aggiunge una variabile geopolitica che non esisteva tre anni fa. Che sia intenzionale o no, la domanda è ora posta: Roma è disposta a dire ufficialmente che i suoi agenti sono stati uccisi dall’Iran — con o senza tempesta artificiale — e trarne le conseguenze diplomatiche?
Nessun governo italiano lo dirà. Non ora. Non con lo Stretto di Hormuz ancora instabile e le bollette che salgono. Non con una relazione bilaterale lunga settant’anni di accordi firmati. Non con il silenzio operativo che è diventato la postura italiana in questa guerra.
La “Gooduria” è in fondo al Lago Maggiore. Il Bayesian è stato recuperato al largo di Porticello. I segreti che contenevano — nei corpi, nelle rotte, negli hard disk — appartengono adesso a chi è stato abbastanza rapido e abbastanza potente da arrivarci per primo. Le tempeste passano. I segreti restano.
