Incontro con le autorità, l’Università e i bisognosi

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che attraversa i discorsi pronunciati da Leone XIV in Guinea Equatoriale in questi giorni di aprile. Non è il filo della politica, né quello della diplomazia ecclesiastica, sebbene entrambe vi siano presenti. È qualcosa di più antico e di più ostinato: il filo della città. Di una città che non si costruisce con cemento e decreti, ma che si abita con il cuore, e verso la quale ogni azione umana — il governo, la scienza, la cura dei malati, l’Eucaristia — può orientarsi o tradirsi.

Il Papa lo dice esplicitamente davanti alle autorità riunite nel Palazzo Presidenziale di Malabo, evocando Agostino con una familiarità che non è erudizione ma convinzione vissuta. Le due città coesistono, si intrecciano, abitano lo stesso spazio fisico e storico. La Guinea Equatoriale sta costruendo una nuova capitale e ha voluto chiamarla Ciudad de la Paz — e il Papa coglie in quel nome una domanda, quasi una sfida rivolta a ogni coscienza: quale città intendi servire davvero? Quella fondata sull’amor sui, sulla brama di potere e sul controllo delle risorse, oppure quella che Abramo cercava senza sapere dove andava, la città «dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso»?

Non è retorica. O meglio: è retorica nel senso nobile del termine, quello che i classici conoscevano bene — parola che plasma la realtà, che chiama le cose con il loro nome. Leone XIV nomina senza perifrasi la «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari», la speculazione sulle materie prime, l’uso bellico delle nuove tecnologie, il divario che si allarga tra una minoranza e la stragrande maggioranza dell’umanità. Fa proprio l’appello di Francesco, il predecessore scomparso un anno fa: «un’economia dell’esclusione e della inequità uccide». Parole dure, pronunciate con rispetto ma senza sconti, a poca distanza dal luogo in cui quegli stessi giacimenti definiscono le fortune e le fragilità di un Paese giovane.

Poi il Papa attraversa la città e raggiunge il campus universitario che porta il suo nome — Leone XIV — e qui il registro si fa più contemplativo, sebbene non meno esigente. L’immagine dell’albero, la ceiba nazionale, diventa la chiave di lettura di tutta la missione del sapere. Un albero mette radici, cresce con pazienza, non esiste per sé stesso. L’università autentica somiglia a questo: radicata nella serietà dello studio e nella memoria viva di un popolo, capace di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà. Ma c’è di più. Leone XIV rileva nell’albero biblico della conoscenza — quello del giardino della Genesi — non una condanna dell’intelligenza, bensì il rischio permanente che le è connaturato: che la conoscenza diventi possesso invece che apertura, orgoglio invece che servizio, strumento di dominio invece che cammino verso la saggezza. E sull’albero della Croce, che redime quello tentativo, il Papa costruisce la sua visione dell’università come luogo in cui la verità non si fabbrica né si manipola, ma si accoglie con umiltà e si serve con responsabilità. Frutti, dunque, non numeri: qualità degli studenti che si offrono alla comunità, non estensione delle infrastrutture.

Ma è forse all’ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie” che il viaggio rivela la sua anima più intima. Qui Leone XIV non tiene un discorso nel senso stretto: ascolta, si commuove, risponde. Il direttore ha appena detto che una società veramente grande non è quella che nasconde le sue debolezze, ma quella che le circonda di amore. E il Papa riconosce in quelle parole «un principio di civiltà che ha radici cristiane», perché è Cristo ad aver riscattato la disabilità dalla maledizione e restituita a piena dignità. Un paziente, Tarcisio, ha letto una poesia. Un altro, Pedro Celestino, ha detto semplicemente: «Grazie di amarci così come siamo». E il Papa riprende quella frase, la trasforma, la porta a una profondità teologica senza toglierle nulla di umano: Dio ci ama come siamo, ma non per lasciarci così. Vuole guarirci. E un ospedale cristiano è esattamente questo spazio di accoglienza senza condizioni e di cura senza rassegnazione.

Poi viene la Messa a Mongomo, nella Basilica Cattedrale dell’Immacolata Concezione. È il momento in cui tutto converge. Leone XIV celebra centosettant’anni di evangelizzazione in quella terra, ricorda i missionari, i catechisti, i fedeli laici che hanno speso la vita per il Vangelo. E rilancia il motto del viaggio — «Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza» — con una domanda che suona come il cuore pulsante di questi giorni africani: di cosa ha fame questo Paese? La risposta non è politica né economica, sebbene contenga entrambe le dimensioni: «c’è fame di futuro, ma di un futuro che sia abitato dalla speranza». Un futuro che non si attende passivamente, ma che i battezzati sono chiamati a costruire, «con la grazia di Dio», con le proprie scelte, con il senso di responsabilità condiviso.

Il calice lasciato in dono alla comunità di Mongomo chiude il cerchio. È un gesto semplice, quasi silenzioso rispetto alla densità di parole pronunciate in questi giorni. Ma dice l’essenziale: il centro di tutto non è il programma, non è nemmeno il discorso — per quanto bello. Il centro è il pane spezzato, il sangue versato, la comunione. La città di Dio, come Leone XIV ha ripetuto davanti alle autorità, «va accolta come un dono che viene dall’alto». Non si conquista. Si riceve, si custodisce, si abita ogni giorno nelle scelte concrete: nella politica che serve il bene comune, nella scienza che cerca la verità, nella cura che non si vergogna della fragilità.

Questo primo viaggio apostolico africano di Leone XIV disegna così, attraverso luoghi e interlocutori diversissimi, una teologia della città e della storia che non è fuga dal mondo ma impegno radicale in esso — con gli occhi e il cuore rivolti a qualcosa che lo trascende. Come la ceiba, radicata in profondità e aperta verso l’alto.