C’è un’immagine che vale più di qualsiasi analisi politica: la webcam puntata su piazza Duomo alle diciassette di un sabato di aprile, con Salvini che parla dal palco sotto la Madonnina, e la piazza che è mezza vuota. Non deserta, sia chiaro. Non un fallimento totale. Mezza vuota, che è forse peggio: abbastanza piena da non poter essere ignorata, abbastanza vuota da non poter essere spacciata per trionfo.
I patrioti europei si sono dati appuntamento sotto una delle chiese più belle del mondo, come ha tenuto a precisare lo stesso Salvini dal palco, e metà del posto previsto era scoperto. Bardella era venuto da Parigi. Wilders dall’Olanda. Latinopoulou dalla Grecia. Un’internazionale dei sovranisti, che è già di per sé un ossimoro degno di nota: uomini e donne che predicano i confini e la sovranità nazionale riuniti sotto un’unica bandiera transnazionale, esattamente come l’Europa che vogliono distruggere, ma senza i fondi strutturali.
Il problema della pace altrui
Salvini ha detto una cosa che merita di essere citata per intero, perché contiene una densità di contraddizioni raramente raggiunta in una sola frase: «Vogliamo la pace, non quella delle bandiere e dei centri sociali. Quella è la pace dei delinquenti.»
Fermiamoci qui un momento.
La pace dei delinquenti. Esiste, dunque, una pace buona e una pace cattiva. Esiste una pace che si può invocare dal palco di piazza Duomo citando Papa Leone — lo stesso papa che Donald Trump, alleato spirituale di questa compagnia, aveva definito pochi giorni prima «molto liberale» e di cui aveva dichiarato di non essere «un grande fan» — ed esiste una pace che invece è delinquenziale perché portata da bandiere e centri sociali.
Il criterio di distinzione non è il contenuto della pace. È chi la chiede. Se la chiedi tu, è vera. Se la chiedono gli altri, è criminalità.
Questa è la logica del populismo maturo, nella sua fase più compiuta: non ha più bisogno di argomentare. Ha solo bisogno di nominare il nemico e rovesciare su di lui qualsiasi valore, anche quelli che rivendica per sé. La pace, la famiglia, la patria, la fede. Tutto può diventare «dei delinquenti» se lo portano gli altri.
L’abbraccio a Orbán
Dal palco è arrivato anche «un abbraccio a Viktor Orbán», descritto come un patriota che «ha difeso i confini e combattuto contro i trafficanti di uomini». Orbán, che in queste settimane sta attraversando la sua personale crisi politica, riceve la solidarietà di piazza Duomo come si riceve quella di una famiglia, ha detto Salvini. Una famiglia.
Nel frattempo, a poche centinaia di metri, cinquemila persone sfilavano nei contro-cortei. Non delinquenti, per quanto si potesse vedere: famiglie, studenti, anziani con le bandiere della pace che Salvini considera criminali. La polizia ha usato gli idranti in via Borgogna. Qualcuno ha cercato lo scontro, come accade sempre quando si mettono insieme migliaia di persone con idee opposte in una città già tesa.
Ma la notizia non era nei contro-cortei. La notizia era nella piazza principale, quella dei patrioti, che alle diciassette era mezza vuota.
Il gas russo sotto la Madonnina
Poi c’era la parte economica del discorso, quella che nei resoconti rischia di passare in secondo piano rispetto alle provocazioni identitarie ma che forse è la più rivelatrice. Salvini ha chiesto di sospendere le sanzioni sul gas russo — «come hanno fatto gli Stati Uniti», ha detto, riferendosi alla sospensione temporanea di Trump — e di abbandonare le regole del Patto di stabilità. Ha citato il presidente di Confindustria. Ha attaccato von der Leyen. Ha detto che non siamo in guerra con la Russia.
Quest’ultima affermazione, pronunciata sotto la Madonnina di Milano mentre a pochi chilometri di distanza i mercati energetici globali tremavano per le notizie dallo Stretto di Hormuz, ha una sua qualità quasi onirica. Non siamo in guerra con la Russia. No. Abbiamo solo un paese vicino, l’Ucraina, che la Russia sta sistematicamente distruggendo da anni, con armi che uccidono civili ogni giorno. Ma noi non siamo in guerra. Noi vogliamo solo il gas.
È una posizione. Ha una sua coerenza interna. Ma chiamarla patriottica, mentre si abbraccia Orbán e si cita Trump come modello, richiede una ridefinizione di patriottismo che sfugge alla comprensione comune.
La piazza e lo specchio
La piazza mezza vuota non significa che il salvinismo sia finito. Sarebbe un errore di analisi facile e consolatorio. Significa che qualcosa si è consumato, che la formula dello choc permanente ha un rendimento decrescente, che la gente si stanca di essere arrabbiata per contratto.
Significa anche che le piazze, quando vengono convocate come prova di forza, non perdonano i vuoti. Una piazza piena è un messaggio. Una piazza mezza vuota è un altro messaggio, diverso, che nessun comunicato stampa riesce a correggere.
La Madonnina guardava dall’alto, come sempre. Non commentava. Ma la webcam sì.
