C’è qualcosa di antico e insieme di nuovo nel traffico diplomatico che si è addensato in questi giorni a Pechino. Antiche le cerimonie, le strette di mano protocollari, i comunicati stilati per punti — quattro, stavolta, come se la pace in Medio Oriente fosse una ricetta da seguire con cura. Nuovo, invece, il senso di gravità che aleggia su tutto: la consapevolezza, condivisa da tutti gli ospiti del palazzo, che il centro di gravità del mondo si sta spostando, lentamente ma inesorabilmente, verso est.

Uno dopo l’altro sono arrivati: il principe ereditario di Abu Dhabi, il premier spagnolo Sánchez alla sua quarta visita in poco più di tre anni, il ministro degli Esteri russo Lavrov, il presidente vietnamita. Un pellegrinaggio laico verso chi, in questo momento, sembra incarnare l’unica alternativa credibile al caos. Perché di questo si tratta, in fondo: non tanto di diplomazia nel senso classico del termine, quanto di una ricerca affannosa di ordine in un mondo che ha smesso di sapere chi comanda.

Xi Jinping riceve tutti con la stessa solennità misurata, distribuisce principi come un saggio che conosca già le domande prima che vengano formulate. Sovranità nazionale. Diritto internazionale. Multilateralismo. Coesistenza pacifica. Sono parole che suonano quasi retoriche, sentite troppe volte e disattese altrettante. Eppure, nel momento in cui Washington bombarda, blocca, minaccia dazi e agita lo spettro di nuove sanzioni, quelle stesse parole acquistano un peso specifico che fino a poco tempo fa non avevano. Il vuoto che lascia la destabilizzazione americana viene riempito dal lessico cinese della moderazione.

Non bisogna farsi ingannare, però, dalla compostezza della scena. Sotto la superficie del galateo diplomatico scorre una corrente fredda e concreta: lo Stretto di Hormuz. La Cina importa metà del proprio greggio dal Golfo. Una petroliera cinese ha già attraversato il blocco americano, quasi a segnare un territorio. Pechino non alza la voce per ideologia, ma per interesse — un interesse reale, misurabile in barili e in punti percentuali di crescita industriale. Quando il portavoce del ministero degli Esteri cinese parla di «comportamento pericoloso e irresponsabile» degli Stati Uniti e annuncia «contromisure risolute», non sta recitando un copione: sta difendendo le proprie arterie vitali.

È questo il nodo che rende la situazione così inedita e così fragile. Da un lato un’America che sembra aver rinunciato al ruolo di architetto dell’ordine globale per assumere quello, più rischioso e meno redditizio, di poliziotto solitario. Dall’altro una Cina che non vuole la guerra — non può permettersela, economicamente — ma che non può nemmeno permettersi di restare a guardare. In mezzo, un’Europa che manda il premier spagnolo a dire che «staremo dal lato giusto della Storia», come se la Storia avesse già emesso il suo verdetto e bastasse schierarsi per essere assolti.

I quattro punti di Xi non sono un piano di pace. Lo sa lui, lo sanno i suoi interlocutori. Sono una bussola, o forse uno specchio: riflettono l’assenza di una visione condivisa di che cosa significhi oggi «ordine internazionale». Ogni Paese che arriva a Pechino porta con sé la propria paura — del petrolio che manca, della guerra che si allarga, dell’alleato americano che non è più così affidabile — e riparte con un comunicato e qualche principio generale.

La Grande Muraglia non ha mai fermato le invasioni. Ha però sempre detto, con la sua sola presenza, che al di là di quel confine esisteva un altro mondo, con le sue regole e la sua idea di ordine. Oggi quel mondo riceve ospiti con crescente frequenza. E sempre più ospiti bussano alla porta.