La Corea del Sud e la crisi sanitaria più paradossale del mondo: quando i medici meglio pagati dell’OCSE lasciano morire i pazienti per difendere i propri stipendi
Sanità e potere / Il collasso di un miracolo
Nel 2023, paziente dopo paziente moriva per cure ritardate a causa della carenza di medici, alcuni su ambulanze in giro che non riuscivano a trovare ospedali con specialisti disponibili. Era già un’emergenza. Poi, nel febbraio 2024, oltre novantamila medici in formazione hanno abbandonato i reparti in blocco — e la Corea del Sud, uno dei sistemi sanitari più avanzati al mondo, si è scoperta improvvisamente fragile come un cristallo. Non per una pandemia. Non per una guerra. Per uno sciopero.
Bisogna partire dal numero che cambia tutto: 2,0.
È il numero di medici ogni mille abitanti in Corea del Sud. La media OCSE è 3,7. Significa che la Corea del Sud ha quasi la metà dei medici che avrebbe dovuto avere rispetto agli standard dei paesi sviluppati. Eppure per decenni questo deficit è rimasto invisibile — nascosto dall’efficienza del sistema, dalla durezza con cui i medici disponibili lavoravano, dalla concentrazione delle risorse nelle grandi città.
Il ministero della Salute di Seul puntava ad allargare la quota annuale di iscrizione alle scuole di medicina — di oltre mille candidati nel 2025 — per contribuire a fermare o almeno a rallentare le disparità regionali nei servizi medici e prepararsi a una società che invecchia. La quota totale di ammissione alle 40 scuole di medicina coreane era rimasta invariata a 3.058 dal 2006.
Era una riforma ragionevole. Forse necessaria. Secondo l’ufficio statistico coreano, il numero delle persone di età pari o superiore a 80 anni aumenterà dell’82,7% nell’arco di un decennio. Un paese che invecchia a quella velocità, con la metà dei medici della media OCSE, non può permettersi di non formare più dottori.
I medici hanno risposto con uno sciopero di massa che dura, nelle sue varie forme, dal febbraio 2024.
IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE E IL MODELLO FEE-FOR-SERVICE
Per capire perché i medici coreani si siano opposti con tale violenza a una riforma che — sulla carta — avrebbe aiutato i pazienti, bisogna capire come funziona il loro sistema di compensazione.
I medici sudcoreani guadagnano in media 223.000 dollari l’anno, il più alto tra i paesi OCSE e quasi sette volte superiore a quello di un lavoratore coreano medio. Questo non è il risultato di una politica pubblica generosa. È il risultato di un sistema fee-for-service — pagamento per ogni prestazione erogata — che crea incentivi perversi: più pazienti, più procedure, più soldi. In un sistema simile, aumentare il numero di medici significa aumentare la concorrenza, ridurre il flusso di pazienti per studio, abbassare i redditi.
L’opposizione all’aumento delle ammissioni è percepita come uno sforzo collettivo dei medici per controllare l’offerta di assistenza sanitaria e mantenere gli alti salari e il prestigio associati alla professione medica. Questa percezione negativa della comunità medica è supportata dalle carenze estreme nelle specialità mediche essenziali meno redditizie e dal grande numero di studi privati cosmetici a scopo di lucro che operano con il sistema fee-for-service.
Detto in modo più diretto: mentre i pronto soccorso delle aree rurali faticano a trovare medici disposti a lavorare lì, le cliniche di medicina estetica di Seul prosperano. Il mercato ha spostato i medici verso le specialità redditizie e lontano da quelle necessarie. E la corporazione medica si oppone a qualsiasi riforma che potrebbe correggere questo squilibrio.
L’AMBULANZA ERRANTE
Più del 90 percento dei circa 13.000 medici junior della Corea del Sud si sono dimessi a febbraio, e non sono tornati da allora. Le conseguenze sono gravi. A causa delle acute carenze di personale, alcuni ospedali non riescono ad ammettere nuove ambulanze, portando a più morti prevenibili.
L’immagine dell’ambulanza errante — che gira di ospedale in ospedale con un paziente critico a bordo, incapace di trovare un pronto soccorso disposto ad accettarlo — è diventata il simbolo di questa crisi. Non è una metafora. I resoconti di pazienti che muoiono su ambulanze in giro o che arrivano troppo tardi a ospedali lontani per poi morire continuano a tormentare i sudcoreani quotidianamente.
Per la prima metà del 2024, la proporzione di pazienti che morivano nei pronto soccorso era del 13,5% più alta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il 13,5% in più. In un paese con cinquantuno milioni di abitanti. Non sono statistiche astratte — sono persone che sarebbero sopravvissute se i medici fossero stati al loro posto.
Il drastico calo del personale ospedaliero ha comportato una riduzione stimata del 50% delle operazioni ospedaliere e il rinvio delle cure preventive. I pazienti con malattie croniche sono stati trascurati, mentre i medici non in sciopero si concentrano sul trattamento dei pazienti in terapia intensiva nei pronto soccorso sovraffollati.
IL PARADOSSO DELLA CORPORAZIONE
Secondo la Korea Intern Resident Association, i tirocinanti e i residenti hanno turni di 36 ore, mentre negli Stati Uniti i turni durano meno di 24 ore. La metà dei medici americani lavora non più di 60 ore settimanali, mentre i residenti coreani a volte lavorano oltre 100 ore a settimana con uno stipendio medio di 70 milioni di won (circa 50.000 dollari).
Qui la storia si complica, e sarebbe disonesto non dirlo. I medici junior coreani — i tirocinanti e i residenti che hanno guidato la protesta — non sono esattamente il prototipo del professionista che difende la rendita. Sono lavoratori che fanno turni di trentasei ore consecutive per cinquantamila dollari l’anno, in un sistema che li sfrutta come manodopera a basso costo per far funzionare ospedali universitari che dipendono da loro per generare profitti.
Il paradosso è stratigrafico: i medici senior guadagnano duecentoventitremila dollari l’anno e si oppongono alla riforma per proteggere i loro stipendi. I medici junior guadagnano cinquantamila dollari l’anno e fanno turni da record, e si oppongono alla riforma per ragioni più complesse — o vengono trascinati da una corporazione che li usa come scudo umano per difendere interessi che non sono i loro.
Nel mezzo ci sono i pazienti. Che muoiono.
Entrare in un ospedale universitario in Corea del Sud oggi significa affrontare la brutale realtà dell’attuale settore medico del paese: pazienti che aspettano invano le loro cure, che si trovano davanti a interventi chirurgici cancellati, e che vengono trascurati per ore pericolosamente lunghe quando cercano cure d’emergenza.
LO STATO D’EMERGENZA E I MEDICI MILITARI
Il 13 settembre 2024, la Corea del Sud ha dichiarato un periodo speciale di risposta medica di emergenza per due settimane e ha detto che avrebbe usato tutte le risorse disponibili per garantire i servizi, mentre lo sciopero dei giovani medici aumentava le tensioni sul sistema medico. Il governo ha anche dispiegato medici militari per assistere in alcuni pronto soccorso ospedalieri a causa della carenza di personale medico.
Medici militari nei pronto soccorso civili. È l’immagine di un paese che ha perduto il controllo di una funzione essenziale dello stato — l’assistenza sanitaria di emergenza — e che è costretto a ricorrere alle forze armate per tappare i buchi lasciati da una corporazione professionale in rivolta.
Nel dicembre 2024, la breve dichiarazione di legge marziale del presidente Yoon del Partito del Potere del Popolo ha ordinato ai medici di tornare al lavoro. Tuttavia, la dichiarazione di legge marziale è stata annullata entro 24 ore e il presidente Yoon è stato successivamente messo in stato di accusa e rimosso dall’incarico a causa di essa.
La crisi sanitaria si è quindi intrecciata con la crisi costituzionale. Un presidente che dichiara la legge marziale — in parte per risolvere uno sciopero medico — e viene rimosso dal parlamento nel giro di un giorno. Un paese che nel 2025 ha votato per un nuovo presidente, Lee Jae-myung, che aveva promesso di risolvere la crisi sanitaria. Nell’aprile del 2025, il governo ha annunciato che la quota per il 2026 sarebbe stata ridotta a 3.058, la quota originale prima dell’inizio dello sciopero.
In altre parole: dopo più di un anno di crisi, decine di morti evitabili, ospedali al 50% di capacità, ambulanze erranti e medici militari nei pronto soccorso — il governo ha ceduto. La quota è tornata a quella di prima. La corporazione medica ha vinto.
LA LEZIONE UNIVERSALE
C’è qualcosa in questa storia che va oltre la Corea del Sud e che ogni paese con un sistema sanitario dovrebbe leggere con attenzione.
I sistemi sanitari eccellenti non collassano solo per mancanza di risorse. Collassano anche per eccesso di potere corporativo. Quando una categoria professionale — per quanto necessaria, per quanto qualificata — acquista abbastanza potere da poter usare i pazienti come ostaggi nelle proprie trattative salariali, il sistema ha già perso una delle sue funzioni fondamentali: quella di essere al servizio della vita, non al servizio di chi eroga la vita.
Il fee-for-service coreano ha prodotto i medici meglio pagati dell’OCSE. Ha anche prodotto una distribuzione radicalmente distorta delle risorse — troppi dermatologi e chirurghi estetici nelle cliniche di Seul, troppo pochi medici d’urgenza nelle province. Ha prodotto residenti che lavorano cento ore a settimana. E ha prodotto, alla fine, una corporazione abbastanza forte da paralizzare il sistema sanitario di una nazione di cinquantuno milioni di persone per proteggere i propri margini di profitto.
La natura prolungata e la scala estesa dell’attuale crisi di sette mesi in Korea potrebbe portare a conseguenze più gravi e di lunga durata. Quelle conseguenze si misurano in morti che i dati confermano, in pazienti che non hanno ricevuto cure oncologiche in tempo, in bambini che hanno aspettato nei pronto soccorso sovraffollati senza che nessuno li visitasse.
L’AMBULANZA E LA DOMANDA CHE RESTA
In fondo a questa storia c’è un’immagine che non si cancella: l’ambulanza che gira. Che bussa alla porta di un ospedale. Che sente dire no, non c’è posto, non c’è il medico giusto, non adesso. Che riparte e cerca un altro ospedale. E poi un altro ancora.
A bordo c’è un essere umano che stava bene la mattina e che adesso ha bisogno di qualcuno che lo salvi.
In qualsiasi sistema sanitario del mondo — per quanto imperfetto, per quanto sottofinanziato, per quanto burocraticamente disfunzionale — quella persona dovrebbe trovare una porta aperta. Non perché lo Stato sia benevolo. Non perché i medici siano santi. Ma perché la medicina ha fatto un patto con la civiltà: in cambio del monopolio sulla salute degli altri, si impegna a non abbandonarli.
La Corea del Sud, nel 2024, ha scoperto che quel patto può essere rotto. Che il Giuramento di Ippocrate ha una clausola in piccolo che nessuno aveva letto: salvo quando i nostri stipendi sono in discussione.
È una scoperta che fa male.
E dovrebbe far riflettere molto più in là di Seul.
Un paese con il secondo tasso di sopravvivenza all’ictus nell’OCSE. Il più alto tasso di sopravvivenza al cancro del colon tra i paesi sviluppati. Medici con lo stipendio medio più alto al mondo. E ambulanze che girano per le strade senza trovare un pronto soccorso disposto ad accettarle. Il paradosso coreano è anche una lezione universale: un sistema sanitario eccellente può collassare non per mancanza di risorse, ma per eccesso di potere corporativo.
