Netanyahu, Israele e la trappola delle guerre infinite: quando il “risultato” diventa una parola vuota
Geopolitica del Medio Oriente / L’anatomia di una disillusione nazionale
Benjamin Netanyahu ha usato la parola “risultati” otto volte in tredici minuti. Li ha chiamati “enormi”, “storici”, “tremendosi”. Ha elencato i morti, i siti bombardati, i generali eliminati. Ha detto che l’Iran stava “implorando” il cessate il fuoco. Eppure tre israeliani su quattro si oppongono alla tregua, tre volte più israeliani vedono la guerra come un fallimento che come una vittoria, e un terzo soltanto crede che il proprio paese possa ancora agire secondo il proprio giudizio quando Washington decide diversamente. C’è qualcosa di strutturalmente rotto in una narrazione in cui il premier parla di trionfo e il paese ascolta in silenzio — quel silenzio pesante di chi non ci crede più.
C’è una parola che i retori classici conoscevano bene e che la politica contemporanea ha trasformato in veleno lento: iperbole. Usata con misura, l’iperbole amplifica la realtà per renderla visibile. Usata sistematicamente, ossessivamente, come sostituto della realtà stessa, diventa il contrario di ciò che promette: non amplifica la verità, la svuota. Ogni “storico” di troppo consuma il suo senso. Ogni “enorme” pronunciato nel vuoto diventa la misura del vuoto stesso.
Benjamin Netanyahu usa l’iperbole come altri usano l’ossigeno: non per scelta stilistica, ma per sopravvivenza. È il premier che per due anni e mezzo ha promesso agli israeliani “vittoria totale, vittoria completa, vittoria per generazioni” — e che adesso, alla fine di quaranta giorni di guerra contro l’Iran, conta i risultati su uno schermo televisivo come un contabile che cerca di far tornare i conti di un bilancio in perdita.
Otto volte “risultati” in tredici minuti.
È il ritmo di chi teme il silenzio più della sconfitta.
LA LISTA DEI MORTI E IL REGIME CHE RESTA
Netanyahu ha elencato con meticolosità i funzionari iraniani uccisi, i siti bombardati, le infrastrutture distrutte. Non mentiva sui fatti. Il capo della forza navale delle Guardie Rivoluzionarie è morto. I siti di Isfahan, Natanz, Fordow, Bushehr sono stati colpiti. Il programma nucleare iraniano è stato “messo indietro”.
Ma messo indietro non è distrutto. Indebolito non è eliminato. E un regime i cui vertici militari vengono decapitati ma la cui struttura di potere resta intatta non è un regime sconfitto — è un regime ferito, che rimarginizza le ferite e si prepara al ciclo successivo.
La storia del Medio Oriente degli ultimi decenni è, in larga misura, la storia di questa dinamica: la potenza militare superiore colpisce, degrada, “mette indietro” — e il nemico, che non ha bisogno di vincere per sopravvivere, aspetta. Lo ha fatto Hamas dopo ogni operazione israeliana a Gaza. Lo ha fatto Hezbollah dopo ogni guerra in Libano. Lo ha fatto l’Iran stesso dopo la “breve guerra” di giugno — riarmarsi, come osserva con amarezza uno degli analisti citati, “proprio come aveva fatto allora.”
C’è un assioma militare che i generali conoscono e i politici dimenticano: non puoi bombardare un’ideologia. Puoi distruggere un reattore nucleare e non distruggere la volontà di costruirne un altro. Puoi uccidere un comandante e non uccidere il sistema che lo ha prodotto e che produrrà il successore.
Netanyahu lo sa. L’hanno sempre saputo, nei bunker del Mossad e nelle sale operative dell’IDF. Ma saperlo e dirlo pubblicamente sono due cose incompatibili con la sopravvivenza politica di un premier che ha costruito la propria intera identità sul mito della forza assoluta.
WASHINGTON DECIDE, TEL AVIV ESEGUE
Il momento più rivelatore dell’intera situazione non è un discorso di Netanyahu. È una riga di agenzia: Israele non era rappresentato ai colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan durante il fine settimana.
Fermiamoci qui.
Israele ha combattuto quaranta giorni contro l’Iran. Ha perso soldati, ha subito missili, ha speso risorse enormi in una guerra che i suoi leader hanno presentato come esistenziale. E quando si è trattato di sedersi a negoziare le condizioni del cessate il fuoco — il documento che determina cosa rimane di tutta quella guerra, cosa si è ottenuto, a quale prezzo — Israele non era in sala.
Era in Pakistan. Tra Washington e Teheran. Senza Tel Aviv.
Non è un dettaglio diplomatico. È una dichiarazione di gerarchia. Significa che la guerra che Israele ha combattuto è stata, in una misura che il governo non può ammettere pubblicamente, una guerra per procura — o almeno una guerra i cui esiti vengono negoziati da chi ha più potere contrattuale, indipendentemente da chi ha versato il sangue.
Il sondaggio dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv lo fotografa con brutalità statistica: appena un terzo degli israeliani crede ancora che il proprio paese possa agire secondo il proprio giudizio quando diverge da Washington. Settant’anni di alleanza speciale, il mito dell’autonomia strategica, la narrativa dell'”unica democrazia del Medio Oriente” che fa le proprie scelte — tutto questo si sta sgretolando nei numeri di un sondaggio domenicale.
E quando Trump rimprovera gentilmente Israele per gli attacchi a Beirut — attacchi che l’Iran ha protestato come violazione del cessate il fuoco vecchio di un giorno — il quadro è completo: il protettore ha i propri interessi, e quando questi divergono da quelli del protetto, il protettore vince. Sempre.
IL GIORNO DELLA MEMORIA E LA RETORICA DEL SANGUE
Alla vigilia dello Yom HaZikaron, il Giorno della Memoria dell’Olocausto, Netanyahu ha pronunciato una frase che merita un’analisi separata — non per smontarla cinicamente, ma per capire la grammatica del potere che la produce.
Ha detto che se Israele non avesse colpito l’Iran, i nomi dei siti nucleari bombardati “sarebbero ricordati come Auschwitz, Majdanek e Sobibor.”
È un accostamento che un leader democratico in qualsiasi altro paese occidentale non potrebbe fare senza provocare uno scandalo nazionale. Equiparare siti nucleari — strutture militari, non campi di sterminio — alle città simbolo dello sterminio sistematico di sei milioni di ebrei è un’operazione retorica di straordinaria violenza semantica. Non perché sia falso che l’Iran rappresenti una minaccia per Israele — è vero, e seria. Ma perché quella equiparazione serve non a descrivere la realtà, ma a bloccare il pensiero critico: chi può discutere la strategia di un premier che ha appena invocato Auschwitz?
È la politicizzazione del trauma come strumento di immunità dal giudizio. E in Israele — un paese che porta nel corpo genetico della propria fondazione la memoria dell’Olocausto — questa strumentalizzazione ha un effetto paralizzante che Netanyahu conosce e usa con precisione chirurgica da decenni.
Ma i sondaggi dicono che funziona sempre meno. Che gli israeliani — stanchi, disorientati, trappolati in “una sorta di animazione sospesa” come la chiama l’analista Yaakov Katz — cominciano a distinguere tra il trauma legittimo e il suo uso strumentale. Tra la memoria sacra e la sua messa al servizio della propaganda di guerra permanente.
L’ANIMAZIONE SOSPESA
“Una vita di servizio militare, interruzione economica, dislocazione sociale, e attesa di una risoluzione che non arriva mai.”
Katz usa l’espressione “animazione sospesa” per descrivere la condizione degli israeliani ordinari — e l’immagine è di una precisione antropologica che nessun grafico potrebbe rendere.
L’animazione sospesa è lo stato biologico in cui un organismo rallenta tutte le funzioni vitali per sopravvivere a condizioni ambientali avverse. Non è morte. Non è vita piena. È sopravvivenza a bassa intensità, in attesa che le condizioni cambino.
Una nazione intera che vive in questa modalità da ottobre 2023 — con “mutevoli focus, pause occasionali e fronti che si sono spostati da Gaza al Libano allo Yemen all’Iran” — è una nazione che ha perso la capacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra. Non perché non lo voglia. Ma perché la narrazione dominante non le offre alternative.
“È una narrazione di un paese che combatte costantemente e non presenta alternative se non per più guerra.”
Questo è il vero fallimento che i sondaggi misurano e che i discorsi televisivi di Netanyahu non possono mascherare. Non il fallimento militare — l’IDF rimane l’esercito più potente della regione. Non il fallimento diplomatico — Israele ha ancora l’alleanza con Washington, per quanto asimmetrica. Il fallimento è narrativo, e per questo più profondo: un paese che non sa più raccontarsi altro che la guerra è un paese che ha perso la pace non come stato temporaneo, ma come orizzonte di senso.
“QUAL È IL FINALE DEL GIOCO?”
Nimrod Goren, fondatore di Mitvim, pone la domanda con la semplicità disarmante di chi ha smesso di cercare le risposte nei comunicati ufficiali: “Qual è il finale del gioco? È tutta una questione di politica?”
È la domanda che ogni israeliano si porta a letto. È la domanda che Netanyahu non risponde mai, non perché non la senta, ma perché risponderla significherebbe ammettere che non c’è finale — o che il finale che lui ha in mente è incompatibile con la pace, incompatibile con la normalità, incompatibile con quella vita che i cittadini di uno stato dovrebbero potersi aspettare di vivere senza che ogni primavera porti un nuovo fronte.
Yaakov Katz lo dice con chiarezza: l’errore strategico di Netanyahu non è stata la guerra. L’errore è stato promettere ciò che la guerra non può dare. Aver detto “vittoria totale” quando la vittoria disponibile era parziale. Aver detto “per generazioni” quando la realtà geopolitica del Medio Oriente misura i propri cicli in anni, non in generazioni.
“Nessuno ha mai detto agli israeliani che la vittoria si ottiene indebolendo il nemico e poi sedendosi a negoziare.”
È una frase che vale più di tutti i discorsi del sabato sera messi insieme. Perché contiene la sola verità che la politica di Netanyahu sistematicamente rimuove: che la guerra è uno strumento, non un fine. Che ogni guerra, per quanto giusta nelle sue motivazioni, deve sapere dove finisce. Che un popolo che combatte senza sapere per cosa combatte, e senza vedere il confine oltre il quale si smette di combattere, non è un popolo in guerra — è un popolo consumato dalla guerra.
LE STRADE INCEPPATE E I RIFUGI ANTIAEREI
Le strade sono di nuovo affollate, le aziende stanno riaprendo e i bambini sono tornati a scuola. È la normalità che segue il cessate il fuoco, quella fragile e provvisoria che in Medio Oriente sa già di sé stessa che non durerà.
I bambini tornano a scuola. Ma tornano in un paese dove tre quarti della popolazione non crede che la guerra sia servita a qualcosa di decisivo, dove la sovranità strategica è percepita come diminuita, dove il premier conta i risultati come un negoziante che conta le monete alla fine di una giornata di cattivi affari.
Netanyahu continuerà a parlare di forza regionale, di potenza mondiale, di risultati enormi e storici e tremendosi.
E gli israeliani continueranno ad ascoltarlo con quella stanchezza silenziosa che i sondaggi misurano ma che nessun discorso può guarire.
Perché la stanchezza vera non è quella delle braccia. È quella di chi aspetta da troppo tempo una risposta che non arriva — e ha smesso di credere che arriverà.
“Qual è il finale del gioco?”
Il silenzio che segue quella domanda è già la risposta.
Quaranta giorni di guerra contro l’Iran. Il regime intatto. Il programma nucleare danneggiato ma non distrutto. La capacità missilistica ridotta ma non eliminata. Israele escluso dai negoziati in Pakistan. Netanyahu gentilmente ripreso da Washington per gli attacchi a Beirut. “Qual è il finale del gioco?” chiede un analista. È la domanda che un’intera nazione si porta a letto ogni sera — senza risposta.
