Leone XIV parte lunedì per il suo primo viaggio africano. L’Algeria prima tappa: storia cristiana, martiri, dialogo con l’islam, e un asse strategico con l’Italia che vale 13 miliardi di euro e il 32% del nostro fabbisogno di gas.
L’annuncio della Sala Stampa
Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dottor Matteo Bruni, ha presentato nei giorni scorsi il programma ufficiale del terzo viaggio apostolico internazionale di Leone XIV, che lunedì 13 aprile partirà da Roma-Fiumicino alle ore 8:00 per raggiungere Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, in un pellegrinaggio che si concluderà il 23 aprile. Undici giorni, quattro paesi, diciotto voli tra continentali e interni, dodici città e circa venticinque interventi pubblici tra discorsi, omelie e saluti disegnano l’itinerario più impegnativo del pontificato di Robert Francis Prevost, eletto al soglio di Pietro nel maggio 2025 come successore di Francesco.
Il viaggio era stato preannunciato dallo stesso Leone XIV sul volo di ritorno da Beirut, quando disse di volersi recare presto nel Continente africano, a cominciare dall’Algeria, terra di Sant’Agostino. Una dichiarazione che non era casuale: Leone XIV appartiene all’Ordine degli Agostiniani e ha già visitato più volte il continente africano come priore generale del suo ordine. L’Algeria è la prima tappa di questo pellegrinaggio di «pace», come recita il motto scelto per la visita algerina.
Il logo, il motto e il significato
Il logo dell’Algeria, ispirato a un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa dell’Algeria. I colori verde, rosso e bianco richiamano la bandiera algerina, mentre il giallo fa riferimento al Vaticano. Al centro il motto in arabo, amazigh e francese: «La paix soit avec vous», reso in arabo con il saluto «Assalamu Alaykom». Un’immagine che condensa il senso teologico e diplomatico dell’intera missione: due tradizioni che si abbeverano alla stessa fonte.
Il programma algerino: tre giorni intensissimi
Il 13 aprile, dopo la cerimonia di benvenuto all’aeroporto Houari Boumédiène — accolto con ventuno colpi di cannone dal presidente Abdelmadjid Tebboune — Leone XIV si recherà al Maqam Echahid, il monumentale memoriale dei martiri della guerra d’indipendenza algerina, inaugurato nel 1982, con le sue tre foglie di palma stilizzate alte 90 metri che rendono omaggio ai caduti contro il colonialismo francese. Un gesto di rispetto verso la memoria nazionale algerina che pesa quanto un discorso.
Seguiranno la visita di cortesia al Palazzo presidenziale El Mouradia e l’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico al Centro convegni Djamaa el Djazair, alla presenza di circa 1.400 persone. Nel pomeriggio, due momenti che sintetizzano tutta la specificità di questa Chiesa: la visita alla Grande Moschea di Algeri, la terza al mondo per dimensioni con il suo minareto di 267 metri, e l’incontro con la piccola comunità cristiana nella Basilica di Nostra Signora d’Africa, dove il programma prevede testimonianze di una suora burkinabè, una studentessa pentecostale, una guida cattolica e una fedele musulmana — insieme, nello stesso spazio sacro.
Leone XIV aveva già annunciato che alla Grande Moschea di Algeri «vorrei continuare il dialogo con il mondo musulmano» che aveva caratterizzato la sua visita in Turchia e Libano.
Il 14 aprile sarà invece il giorno di Annaba, l’antica Ippona, dove Agostino fu vescovo per trentaquattro anni fino alla morte nel 430 d.C., mentre la città era assediata dai Vandali. Il Papa visiterà le rovine romane e cristiane, poi la Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri — una struttura gestita da cinque religiose che assistono una quarantina di ospiti, per lo più musulmani — e infine celebrerà la Messa nella Basilica di Sant’Agostino, costruita tra il 1881 e il 1907, che custodisce nell’abside la statua reliquiario del vescovo d’Ippona, contenente l’ulna del suo braccio destro, portata da Pavia dove dall’VIII secolo riposano le sue spoglie mortali.
Leone XIV ha già definito Agostino «ponte» con l’Islam: il vescovo d’Ippona, nato a Tagaste nell’attuale Algeria nel 354, vissuto e morto in questa terra, è una figura che appartiene tanto alla tradizione cristiana quanto alla memoria nordafricana e berbera.
Una Chiesa piccola, radicata, dialogante
Quella algerina è una delle Chiese più singolari al mondo. Non conta che qualche migliaio di fedeli — per lo più migranti subsahariani, qualche espatriato europeo, pochissimi algerini convertiti — in un paese di 46 milioni di abitanti quasi interamente musulmano. Eppure la sua voce pesa in modo del tutto sproporzionato alle sue dimensioni.
I vescovi algerini fanno parte della CERNA, la Conferenza Episcopale Regionale del Nord Africa, che riunisce Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Sahara Occidentale. A guidare la diocesi di Algeri è il cardinale Jean-Paul Vesco, domenicano, nominato arcivescovo nel 2021. Vesco ha descritto la missione di Leone XIV come quella di un «uomo di pace» con l’obiettivo di contrastare la normalizzazione della violenza e rimettere al centro la dimensione morale dell’azione internazionale.
È Vesco, con le sue prese di posizione coraggiose sul colonialismo francese e sull’Algeria di oggi, a incarnare quella tradizione di dialogo radicale che è il tratto distintivo della Chiesa algerina: una Chiesa che non converte, non proselitizza, non rivendica — ma abita, accompagna, testimonia.
I martiri: il sangue che ha irrigato questa terra
Per capire questa Chiesa bisogna capire il suo martirologio recente. Tra il 1994 e il 1996, nel pieno di quella che gli algerini chiamano il «Decennio nero» — la guerra civile scatenata dal colpo di Stato militare del 1992 che aveva annullato le elezioni vinte dal Fronte Islamico di Salvezza — diciannove persone furono assassinate in Algeria: vescovi, preti, religiosi e religiose di diversa nazionalità, uccisi tra il 1994 e il 1996. Papa Francesco confermò la loro beatificazione nel 2018 e il gruppo fu beatificato l’8 dicembre 2018 ad Orano dal cardinale Giovanni Angelo Becciu.
Tra questi martiri, le due Suore Agostiniane Missionarie la cui memoria Leone XIV renderà onore durante la visita privata al centro di accoglienza di Bab el Oued: suor Esther Paniagua Alonso e suor Caridad Álvarez Martín, assassinate dal Gruppo Islamico Armato il 23 ottobre 1994 mentre si recavano a Messa.
E poi i sette monaci di Tibhirine, il caso che ancora oggi non ha trovato una risposta definitiva. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 un commando di una ventina di uomini armati irruppe nel monastero trappista di Notre Dame dell’Atlante, 90 chilometri a sud di Algeri, sequestrando sette dei nove monaci francesi che ne formavano la comunità. I sette monaci furono tutti decapitati due mesi dopo. Vennero trovate solo le teste. Le esequie si tennero il 2 giugno nella basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri.
La versione ufficiale ha sempre attribuito il massacro al GIA. Ma i dubbi non si sono mai dissolti. Un generale francese in pensione, François Buchwalter, addetto militare in Algeria all’epoca della strage, raccontò ai giudici una versione diversa: i monaci sarebbero stati falciati dai colpi di mitragliatore sparati da un elicottero dell’esercito algerino, che dall’alto li aveva scambiati per jihadisti. Resisi conto dell’errore, i militari avrebbero allestito una macabra messa in scena, decapitando i religiosi, facendo sparire i corpi crivellati di proiettili in dotazione dell’esercito, e attribuendo poi la responsabilità al GIA.
E uno dei monaci aveva detto poco prima dell’eccidio, ai confratelli che lo avevano incontrato: «Se ci succederà qualcosa, sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari». Trent’anni dopo, i mandanti restano ignoti. I corpi non furono mai trovati. La verità giudiziaria rimane sepolta.
Eppure il priore dom Christian de Chergé aveva scritto, con straordinaria lucidità, nel suo testamento spirituale del 1993: «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio dire questo “grazie” e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo». Un perdono anticipato, rivolto al carnefice ignoto. Un documento che la storia ha trasformato in uno dei testi spirituali più potenti del XX secolo.
E poi Pierre Claverie, vescovo di Orano, l’ultimo dei diciannove martiri: Claverie fu ucciso insieme al suo autista e amico musulmano Mohamed il 1° agosto 1996 con una bomba. Era noto per i suoi sforzi per l’ecumenismo e la collaborazione con il popolo musulmano. Morivano insieme, il vescovo cristiano e il suo accompagnatore musulmano: anche in quella morte c’era una teologia.
Leone XIV: il primo Papa in Algeria
È un dato storico: nessun pontefice aveva mai messo piede in Algeria. Il fatto che la missione avvenga su invito del presidente Abdelmadjid Tebboune consolida la lettura politica dell’iniziativa e segnala una convergenza tra agenda diplomatica e religiosa.
Per capire la portata del gesto bisogna ricordare che nel 2018, quando si celebrò la beatificazione dei diciannove martiri a Orano, la presenza di Francesco fu valutata e poi rinunciata: era tramontata l’ipotesi di una presenza di Papa Francesco stesso in Algeria per quel momento altamente simbolico, anche se lo stesso ambasciatore algerino in Italia si era sbilanciato in questo senso. Quello che Francesco non fece, Leone XIV fa. Ed è significativo che lo faccia da agostiniano, da membro dell’ordine fondato dal vescovo d’Ippona, dal figlio più illustre di questa terra.
La trasferta in Africa ha inizio in Algeria, terra d’origine di Sant’Agostino, al cui ordine religioso il Papa appartiene. Non è un dettaglio: è la chiave di lettura dell’intera visita.
L’Algeria e l’Italia: gas, strategia e la ZEE a ridosso della Sardegna
Sarebbe riduttivo leggere la visita pontificia in chiave puramente religiosa, senza cogliere la densità geopolitica del contesto in cui si inserisce. L’Algeria e l’Italia vivono oggi uno dei momenti più intensi della loro relazione bilaterale.
L’Algeria è il primo partner commerciale dell’Italia in Africa, con un interscambio di 12,9 miliardi di euro nel 2025 e uno stock di investimenti diretti italiani in Algeria per 8,5 miliardi di euro. Nel 2025 l’Algeria ha inviato all’Italia circa 20 miliardi di metri cubi di gas, pari a una quota del 32%, grazie al rapporto consolidato tra Eni e Sonatrach. Il gasdotto Transmed — che porta il nome di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni che intuì per primo la centralità del rapporto con l’Algeria — attraversa la Tunisia e il canale di Sicilia fino a Mazara del Vallo, ed è la spina dorsale di questa interdipendenza.
La visita di Meloni ad Algeri il 25 marzo, appena due settimane prima del viaggio papale, conferma la centralità algerina nella politica estera italiana: il livello di interscambio commerciale è aumentato di quasi il 14 per cento nel 2025, nell’ambito dello sforzo italiano di migliorare le relazioni con il continente africano grazie al Piano Mattei.
Ma la relazione ha anche un lato spinoso, rimasto irrisolto sotto la superficie della cordialità diplomatica. Nel marzo 2018, l’Algeria ha dichiarato in maniera autonoma la sua zona economica esclusiva, e questa giunge proprio a ridosso delle acque territoriali della Sardegna, a sole 12 miglia dalla costa italiana. Una mossa che Roma non ha mai formalmente accettato, e che pone l’Italia in una posizione delicata: il principale fornitore di gas è anche il paese con cui esiste un contenzioso marittimo latente nel Mediterraneo. I due Paesi hanno continuato a collaborare sul piano energetico, istituzionale e diplomatico pur mantenendo aperto il contenzioso.
Sul fronte militare e della sicurezza, al vertice del luglio 2025 Roma e Algeri avevano già deciso di rafforzare il coordinamento contro terrorismo, traffici illeciti e gestione dei flussi migratori. L’Algeria è da sempre un interlocutore imprescindibile per il controllo della rotta migratoria centrale del Mediterraneo.
Cosa ci si aspetta
Secondo l’arcivescovo Vesco, il pontefice arriverà come «uomo di pace» con l’obiettivo di contrastare la normalizzazione della violenza e rimettere al centro la dimensione morale dell’azione internazionale. La missione si inserisce in un contesto segnato da guerre regionali, radicalizzazione del discorso pubblico e crisi delle istituzioni multilaterali.
Non è un viaggio di conversione. Non è un viaggio di conquista simbolica. È — o vuole essere — qualcosa di più sottile e più difficile: la dimostrazione che fedi diverse possono condividere uno spazio, un silenzio, un pane. Che la memoria dei martiri non alimenta odio ma dialogo. Che la piccola comunità cristiana algerina, sopravvissuta al Decennio nero, è un laboratorio di convivenza che il mondo, oggi, ha bisogno di conoscere.
Il testamento di dom Christian de Chergé termina con un’immagine: contemplare il Padre insieme, cristiani e musulmani, «totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della Sua passione». Una visione che nessun accordo energetico potrebbe mai contenere, e che forse è il contributo più originale che questa piccola Chiesa ferita ha da offrire al mondo.
Leone XIV va a Tibhirine — non fisicamente, il monastero non è nel programma — ma spiritualmente. Va a raccogliere un’eredità. E a portarla avanti.
