Attaccati anche i caschi blu italiani dell’UNIFIL dall’esercito israeliano. Convocato l’ambasciatore a Roma

C’è un’ora esatta in cui la diplomazia ha mostrato il suo volto più vero. Sono le 12 e 30 di mercoledì a Beirut. Il premier pakistano Shehbaz Sharif — mediatore dell’accordo, garante della tregua — ha appena scritto sui social che il cessate il fuoco si applica «ovunque, incluso il Libano e altrove». Il mondo trattiene il fiato. Dura poco. Netanyahu smentisce. E mentre le cancellerie ancora elaborano la notizia, i caccia israeliani sono già in volo. In dieci minuti — «simultaneamente», come annuncia con orgoglio militare il portavoce dell’Idf — vengono colpiti cento obiettivi a Beirut, nella valle della Bekaa, a Sidone e a Tiro. Palazzi residenziali. Quartieri civili. Case.

I morti si contano nell’arco di un pomeriggio. Le stime oscillano tra 180 e 250. I feriti superano gli ottocento. All’ospedale Rafik Hariri arrivano pazienti con ferite da schegge e perdite di sangue massicce. Uno è arrivato senza entrambe le gambe. Un altro senza un solo arto. Allo Jabal Amel di Tiro viene ricoverata una bambina che ha perso sei membri della sua famiglia in un unico attacco. Queste non sono le «scaramucce» di cui parla Trump in televisione. Queste sono le conseguenze concrete di un accordo che ha deliberatamente lasciato fuori dalla porta il paese che bruciava da più tempo.

Per capire cosa stia davvero accadendo vale la pena ascoltare chi quel paese lo abita e lo legge da dentro. Pierre Abi-Saab, intellettuale e giornalista politico di Beirut, non usa mezzi termini: questi raid sono una vendetta. Netanyahu, costretto a malincuore a sospendere ogni azione contro l’Iran, ha scaricato tutta la sua collera sul Libano. È una chiave di lettura che illumina la dinamica altrimenti opaca di queste ore: non una strategia militare coerente, ma la reazione istintiva di un leader che campava sui conflitti — lo dice Abi-Saab con chirurgica precisione — per sfuggire ai propri problemi giudiziari, e che si ritrova improvvisamente a dover giustificare davanti ai suoi alleati più estremisti una tregua che non ha voluto e non ha scelto.

Il meccanismo è semplice, quasi brutale nella sua trasparenza. Israele ha atteso cinquant’anni per avere alla Casa Bianca un presidente disposto ad assecondarne i piani fino in fondo, a fare la guerra praticamente per conto suo. E ora che lo ha trovato, si accorge che quel partner sta mollando la presa. L’accordo con l’Iran — con i suoi dieci punti, con la prospettiva di nuovi equilibri regionali, con la delegittimazione implicita dell’asse Tel Aviv-Washington come unico arbitro del Medio Oriente — è per Netanyahu uno smacco esistenziale prima ancora che politico. Beirut paga il conto di questa umiliazione.

Trump si è adeguato con la naturalezza di chi non ha mai trovato imbarazzante contraddirsi. Il Libano «non faceva parte dell’accordo», ha spiegato. Le bombe su Beirut? «Scaramucce. Va tutto bene».

Non va tutto bene. Non va bene quasi niente.

Va male, innanzitutto, la geometria morale di una pace che si costruisce escludendo dal suo perimetro chi ne ha più bisogno. Il Libano non è un incidente di percorso della diplomazia americana: è la prova che certi accordi non vengono negoziati per fermare la guerra, ma per ridistribuirla in modo più gestibile. Iran e Stati Uniti si fermano. Lo Stretto di Hormuz riapre — con pedaggi e condizioni ancora da definire, in una babele di versioni contraddittorie che lascia intendere quanto poco fosse stato effettivamente concordato. E il Libano paga il conto di questa pace altrui con il sangue dei propri civili.

Eppure, proprio da questa catastrofe, Abi-Saab legge qualcosa che assomiglia, cautissimamente, a una possibilità. Il fatto che Washington abbia accettato di discutere a Islamabad le condizioni poste da Teheran, il progressivo defilarsi degli europei dalla linea Netanyahu-Trump, il veto cinese e russo al Consiglio di Sicurezza: tutto suggerisce che il Medio Oriente sia alle soglie di un rimescolamento profondo degli equilibri regionali. E quei nuovi equilibri, sostiene l’intellettuale libanese, avranno ripercussioni anche su Beirut. Non è nichilismo travestito da speranza: è l’analisi lucida di chi sa che i massacri di oggi, per quanto devastanti, avvengono dentro una transizione storica che nessun attore riesce più a controllare del tutto — nemmeno Israele.

Va male, però, nel frattempo, il silenzio di chi avrebbe potuto fare di più e prima. L’Europa ha chiuso il proprio spazio aereo ai caccia diretti verso il Medio Oriente — un gesto significativo, un segnale di distanza da Trump e Netanyahu — ma lo ha fatto adesso, in ritardo di anni rispetto alle violazioni sistematiche del cessate il fuoco del novembre 2024. Quindici paesi europei, Italia compresa, hanno firmato note congiunte chiedendo il rispetto della sovranità libanese, salvo aggiungere, quasi come riflesso condizionato, anche la richiesta di disarmare Hezbollah: come se l’aggredito dovesse giustificarsi mentre viene bombardato. Nessuno di loro, nei quindici mesi tra la tregua del 2024 e l’attuale conflitto, aveva condannato con la necessaria fermezza le oltre quindicimila violazioni israeliane di quell’accordo. Le parole arrivano sempre un massacro in ritardo.

Va male, soprattutto, ciò che è accaduto al convoglio italiano. Un blindato Lince della missione Unifil — autorizzato la sera prima dall’esercito israeliano stesso a spostarsi, senza alcun contrordine ricevuto — viene fermato a un posto di blocco dell’Idf a pochi chilometri dalla base di Shama. I soldati israeliani sparano. Non in aria. Non davanti ai mezzi. Addosso. Gomme e paraurti centrati su un veicolo immobile, identificato, che batte bandiera delle Nazioni Unite. Per fortuna nessun ferito tra gli italiani. Ma la parola «fortuna» non dovrebbe comparire in nessun bollettino militare che riguardi una missione di pace.

Crosetto parla di «ferma e indignata protesta». Tajani convoca l’ambasciatore israeliano alla Farnesina. Meloni, riferiscono le fonti di Palazzo Chigi, è furiosa — furiosa nel modo in cui si è furioso quando qualcuno che consideravi un alleato ha «veramente esagerato». L’irritazione è reale. Ma c’è qualcosa di stridente, quasi di comico nel senso amaro del termine, nell’idea che la stessa classe dirigente che ha taciuto per mesi davanti ai massacri di Gaza, che ha ripetuto come un mantra il «diritto di Israele a difendersi» mentre Rafah veniva rasa al suolo, scopra l’indignazione il giorno in cui le pallottole sfiorano i mezzi italiani.

Non è cinismo sottolinearlo. È la logica conseguenza di una politica estera che ha scelto la prossimità invece della coerenza. La base di Sigonella vietata alle missioni d’attacco per obblighi di trattato, non per scelta politica. Le critiche agli attacchi «indiscriminati» pronunciate sempre un giorno dopo, sempre un massacro in ritardo. Il convoglio Lince colpito è il momento in cui questa ambiguità ha smesso di essere sostenibile anche per chi la praticava.

lince unifil

C’è però un’ultima cosa che merita di essere detta, e che Abi-Saab formula con la precisione di chi conosce il proprio paese fino alle sue fratture più profonde. Questa «inaudita brutalità» contro obiettivi civili, dice, sta producendo un effetto che Netanyahu non aveva previsto o ha sottovalutato: sta spingendo settori della società libanese — sunniti, cristiani, comunità che si erano considerate estranee al conflitto — a rivedere la propria posizione. La violenza indiscriminata, quando supera una certa soglia, non divide: unisce. E se dall’accordo di Islamabad emergeranno davvero nuovi equilibri regionali, il Libano che ne uscirà potrebbe essere un paese diverso, con un contratto sociale rinnovato — a condizione, avverte l’intellettuale, che nessuna componente del suo mosaico si senta lesa o discriminata come accade oggi alla comunità sciita.

Intanto a Islamabad si preparano i tavoli del negoziato. Le parti arrivano con posizioni che si contraddicono, con un cessate il fuoco che ognuno interpreta a modo suo, con reciproche accuse di menzogna rilasciate in conferenza stampa come se fosse normale. L’Iran minaccia di ritirarsi dall’accordo se gli attacchi in Libano non cessano. Israele promette di continuare. Trump dice che va tutto bene.

Il Libano brucia. E i negoziatori prenotano i voli per il Pakistan.