Dal kahanismo al governo: come l’estremismo religioso ha conquistato Israele e cosa significa per i palestinesi, i cristiani e la democrazia
Non è accaduto di notte, né per caso. L’ideologia che Israele aveva bandito dopo il massacro di Hebron del 1994 è tornata — lentamente, con la copertura interessata di chi ne aveva bisogno per sopravvivere politicamente — fino a occupare ministeri chiave, armare i coloni, riscrivere il diritto e trasformare la violenza in strumento di governo. Quello che brucia in Cisgiordania, a Gaza, nel Libano meridionale e nei villaggi cristiani sempre più vuoti non è il fuoco di una guerra. È il fuoco di un programma.
C’è un filo che corre sottotraccia nella storia recente di Israele, e che la guerra in Iran, il Libano che brucia e i convogli umanitari vaticani costretti a tornare indietro sotto i proiettili hanno reso improvvisamente visibile a chi non voleva ancora vederlo. Non è il filo della sicurezza nazionale, né quello della lotta al terrorismo. È il filo di un’ideologia. Si chiama kahanismo, prende il nome da un rabbino newyorkese morto assassinato nel 1990, ed è diventata — lentamente, metodicamente, con la copertura interessata di chi ne ha fatto strumento di consenso — il cuore pulsante della politica israeliana.
Meir Kahane fu boicottato alla Knesset negli anni Ottanta. Il suo movimento Kach fu vietato dopo il massacro di Hebron del 1994, quando un suo seguace, Baruch Goldstein, aprì il fuoco sui fedeli musulmani in preghiera alla Tomba dei Patriarchi, uccidendo ventinove persone. Trent’anni dopo, un erede diretto di quella tradizione ideologica, Itamar Ben Gvir, è ministro della Sicurezza Nazionale dello Stato di Israele. Non è un paradosso della storia. È il suo approdo logico.
Il kahanismo non è semplicemente nazionalismo estremo. È una teologia politica della supremazia: l’idea che uno Stato ebraico autentico non possa tollerare la piena uguaglianza civica dei non ebrei, che le norme universali siano importazioni ostili alla sovranità ebraica, che espulsione, coercizione e violenza non siano eccessi ma strumenti legittimi di redenzione nazionale. Quando questa ideologia era ai margini, era più facile etichettarla come aberrazione. Quando è al governo, la domanda cambia: non si tratta più di un’eccezione, ma di un programma.
Benjamin Netanyahu non è un kahanista. È qualcosa di più pericoloso: è un pragmatico che ha usato il kahanismo come carburante politico. Per sopravvivere ai propri processi, per tenere insieme una coalizione impossibile, per trasformare ogni crisi in un’occasione di mobilitazione identitaria, Netanyahu ha progressivamente normalizzato le forze più estreme del panorama israeliano, consegnando loro ministeri chiave, copertura istituzionale, impunità operativa. Il risultato è che Smotrich controlla le finanze dei territori occupati e Ben Gvir comanda la polizia. La destra religiosa messianica non è più fuori dal sistema: è il sistema.
In Cisgiordania questo si vede sulla terra, letteralmente. I coloni bruciano gli ulivi, bloccano l’accesso ai pascoli, incendiano le case, aggrediscono i pastori. Non come atti isolati di fanatismo, ma come metodo: rendere la vita impossibile finché la partenza sembra una scelta. Non lo è. È espulsione per logoramento. L’avamposto compare, le pressioni quotidiane iniziano, l’accesso all’acqua diventa pericoloso, il frutteto inaccessibile, la famiglia smette di lavorare la terra, e infine se ne va. Ciò che è stato imposto con la violenza diventa un fatto compiuto, poi una geografia naturale, poi una storia da riscrivere. L’IDF sorveglia. A volte interviene — raramente, e quasi mai contro i coloni.
Il doppio regime è la norma: diritto civile israeliano per i coloni, diritto militare per i palestinesi. Due popoli nello stesso spazio, due sistemi di protezione radicalmente asimmetrici. Quando l’eccezione diventa la norma in Cisgiordania, osserva il politologo Eran Tzidkiyahu, il modello diventa replicabile. Una sovranità che governa una popolazione senza diritti politici, dove la violenza è strumento di governo e non sua negazione, impara un linguaggio che non dimentica facilmente. E quel linguaggio, prima o poi, torna a casa.
Quello che sta accadendo a Gaza — e che la Corte internazionale di giustizia ha già definito plausibile genocidio — non è improvvisazione. È l’esito di decenni di disumanizzazione sistematica, di una retorica che ha trasformato i palestinesi da popolo a minaccia, da esseri umani ad ostacoli. Quando Smotrich dice che i palestinesi non esistono come popolo, non sta facendo filosofia della storia. Sta preparando il terreno. Quando Ben Gvir distribuisce armi ai coloni e depenalizza de facto la violenza nei territori, non sta gestendo l’ordine pubblico. Sta costruendo milizie.
In questo scenario, i cristiani — la presenza più antica nella terra dove il cristianesimo è nato — stanno scomparendo. A Betlemme erano l’ottanta per cento della popolazione negli anni Cinquanta. Oggi sono meno del dieci. A Gerusalemme la comunità cristiana si assottiglia ogni anno. In tutto il Medio Oriente, le guerre, le persecuzioni e l’instabilità hanno dimezzato le comunità cristiane in pochi decenni. Ma in Palestina c’è qualcosa di più preciso: la pressione non viene solo dall’instabilità generale, ma dalla politica di colonizzazione che spinge via chiunque non sia ebreo, indipendentemente dalla fede. I cristiani palestinesi subiscono le stesse espropriazioni, gli stessi check-point, le stesse demolizioni dei loro vicini musulmani. Sono arabi, e questo basta.
Il convoglio vaticano che mercoledì ha dovuto tornare indietro sotto i proiettili nel Libano meridionale è, in questo senso, più di un episodio umanitario. È una metafora. La Chiesa tenta di raggiungere le comunità cristiane rimaste aggrappate ai loro villaggi di frontiera — gente che non se ne va perché quella è la loro terra, la loro memoria, la loro identità — e viene respinta dalle stesse forze che proclamano di difendere la civiltà giudeo-cristiana. Il patriarca maronita Rai ha fatto quello che l’inviato vaticano non è riuscito a fare, raggiungendo Kawkaba all’alba con un convoglio blindato. Era un atto di presenza, di testimonianza. Forse l’unico rimasto.
Netanyahu uscirà da questa guerra — qualunque sia il suo esito — più debole agli occhi di molti israeliani. Lapid lo ha già definito un disastro politico e strategico. La destra estrema lo accusa di codardia per il cessate il fuoco con l’Iran. Il centro lo accusa di averli trascinati in una guerra senza piano. Ma la crisi di Netanyahu non è la fine del kahanismo. Al contrario: i movimenti estremisti prosperano nelle crisi, crescono nel disordine, si rafforzano nella frustrazione. Se Netanyahu cadesse domani, il problema non sarebbe risolto. Sarebbe appena cominciato.
Il vero nodo è quello che Tzidkiyahu formula con precisione chirurgica: «Uno Stato che sostituisce la cittadinanza con la lealtà ideologica, che banalizza una teologia della supremazia e che lascia che la violenza diventi un linguaggio di governo, mina le proprie fondamenta». Israele ha ancora le istituzioni — una Corte Suprema che resiste, una stampa che denuncia, una società civile che manifesta. Ma le istituzioni si erodono. La riforma giudiziaria tentata nel 2023 era esattamente questo: un tentativo di togliere alla Corte il potere di limitare il governo. Fu fermata dalle piazze. Tornerà.
La domanda che rimane, sospesa sopra tutto questo, è quella che ogni società deve prima o poi affrontare quando il proprio demone smette di bussare alla porta e si siede a capotavola: fino a dove si lascia andare, prima che il punto di non ritorno sia già alle spalle?
La storia suggerisce che quel punto si riconosce quasi sempre troppo tardi. E che la violenza, una volta presentata come redenzione, non conosce limiti stabili. Né geografici. Né umani.
