il viaggio che conferma la rete illiberale tra Trump, Putin e le democrazie in catene
JD Vance non sceglie Budapest per caso. Il vicepresidente americano atterra nella capitale di Viktor Orbán nel momento in cui il leader ungherese appare più vulnerabile, incalzato nei sondaggi e sempre più dipendente dalla rete di alleanze che unisce sovranismi, autoritarismi e fedeltà personali. La visita diventa così molto più di una tappa diplomatica: è il segnale politico di un soccorso reciproco dentro l’internazionale illiberale.
C’è qualcosa di rivelatore nel modo in cui JD Vance sceglie le sue mete europee. Non Berlino, non Parigi, non Bruxelles — i luoghi dove storicamente si è costruita e difesa l’architettura dell’Occidente liberale. No: Budapest. La capitale di Viktor Orbán, l’uomo che ha trasformato una democrazia parlamentare in quello che gli scienziati politici chiamano, con un eufemismo sempre più logoro, «democrazia illiberale». Il vicepresidente degli Stati Uniti ci è andato, ma non come turista ideologico in visita al modello. Ci è andato come si va da un alleato in difficoltà. Come si manda un segnale di soccorso a chi sta perdendo quota.
Perché Orbán sta perdendo quota. Péter Magyar — questo il nome dell’uomo che gli tiene il fiato sul collo — ha costruito in pochi mesi un consenso che nei sondaggi si avvicina pericolosamente al partito di governo. È un fatto inedito nell’Ungheria post-2010, dove Fidesz ha sempre dominato con quella tranquillità di chi ha riscritto le regole del gioco a proprio vantaggio: legge elettorale, media, magistratura, università. Magyar ha sfidato tutto questo con un’arma semplice e devastante — la credibilità personale di chi non viene dal sistema — e i numeri cominciano a fare paura. Non a Magyar. A Orbán.
È in questo contesto di debolezza crescente che va letto uno degli episodi più rivelatori degli ultimi mesi: l’attentato al TurkStream, il gasdotto russo-turco che attraversa l’Ungheria e che per Orbán è molto più di un’infrastruttura energetica — è il cordone ombelicale che lo lega a Mosca. Quando il gasdotto è stato colpito, Orbán ha puntato il dito su Zelensky. Non su Putin, non su attori ignoti, non sull’instabilità regionale: su Zelensky. Il presidente ucraino aggredito dalla Russia, quello che combatte per la sopravvivenza del suo paese, quello che l’Unione Europea sostiene con fatica e determinazione. Per Orbán è il nemico. Per Putin è l’ostacolo. La coincidenza è perfetta, e non è una coincidenza.
Perché Orbán non è semplicemente un nazionalista conservatore con simpatie russe: è l’uomo che ha fatto della vicinanza a Putin una scelta strategica consapevole, un posizionamento identitario prima ancora che geopolitico. In un’Europa che ha scelto — a caro prezzo — di stare dalla parte dell’Ucraina, Orbán ha scelto di stare dall’altra. Ha bloccato aiuti, ha ostacolato sanzioni, ha incontrato Putin quando nessun altro leader europeo lo faceva. Ora, con le elezioni che si avvicinano e Magyar che cresce, vorrebbe da Mosca qualcosa in cambio. Il minestrone è servito: Trump, Putin, Orbán — tre leader che si riconoscono, si sostengono, si scambiano favori con la naturalezza di chi gioca nella stessa squadra, anche se nessuno lo dice esplicitamente, anche se i comunicati ufficiali parlano d’altro. E più lontano ma non troppo, Javier Milei in Argentina, l’enfant terrible del libertarismo radicale che ha portato la dottrina dello smantellamento dello Stato a latitudini dove nemmeno Orbán aveva osato spingersi. Sono tutti nodi della stessa rete. Si sostengono, si legittimano, si visitano. Quando uno traballa, gli altri mandano segnali di solidarietà.
In questo paese membro dell’Unione Europea, nel 2024, una deputata italiana è comparsa in aula con le catene ai polsi. Non in una distopia letteraria. A Budapest, capitale europea, sede di parlamento democraticamente eletto. Ilaria Salis, insegnante milanese, arrestata nel febbraio 2023 durante una manifestazione antifascista, ha trascorso oltre un anno in detenzione preventiva in condizioni che l’avvocato e i familiari hanno descritto come degradanti. Le immagini di quella comparizione in aula hanno fatto il giro del mondo e hanno prodotto indignazione in Italia, imbarazzo a Bruxelles, e una scrollata di spalle a Budapest. Salis è uscita dal carcere solo grazie a un escamotage: si è candidata alle europee, è stata eletta, e l’immunità parlamentare le ha aperto le porte che la giustizia ordinaria teneva chiuse.
Ma Salis è uscita. Maja T. no. L’attivista tedesca, arrestata negli stessi giorni e per gli stessi motivi — partecipazione a una manifestazione antifascista — è ancora detenuta. In Ungheria. Con i ceppi ai piedi. In un paese che siede al Consiglio europeo, che riceve fondi strutturali europei, che si richiama ai valori fondativi dell’Unione ogni volta che fa comodo. I ceppi ai piedi, nel 2025, in Europa. Non è un dettaglio procedurale. È un segnale politico preciso: chi si oppone al sistema paga un prezzo che gli altri devono vedere, deve fare paura, deve scoraggiare.
Questo è il modello che Meloni guarda con interesse. Non necessariamente i ceppi — la forma italiana è più sofisticata, più mediata dalla complessità istituzionale del paese. Ma la sostanza: la pressione sulla magistratura, il tentativo sistematico di occupare i gangli dell’apparato statale, la costruzione di un racconto in cui chi controlla il potere è il popolo e chi lo ostacola è l’élite. Il manuale è orbániano. Le filiali sono a Roma, a Buenos Aires, a Washington.
La Polonia di Donald Tusk, nel frattempo, insegna quanto sia difficile uscire da questo sistema una volta che si è insediato. Tusk ha vinto le elezioni nell’ottobre del 2023 con un mandato chiaro e la promessa di riportare la Polonia nel solco europeo. Quasi un anno e mezzo dopo, combatte ancora contro le mine che il suo predecessore ha disseminato ovunque: giudici fedeli al vecchio regime inamovibili, procuratori blindati da leggi costruite ad arte, nomine istituzionali che resistono al cambio di governo come corpi estranei impossibili da espellere. Il governo Tusk ha il potere, ma non sempre ha il controllo. È come guidare un’automobile di cui qualcun altro ha tenuto le chiavi del cofano.
Questo è il lascito più duraturo del modello sovranista: non le leggi che si possono abrogare, ma le persone messe nei posti giusti che non si muovono. Una rete capillare di fedeltà istituzionale che sopravvive ai governi e li logora dall’interno. Orbán lo ha fatto meglio di tutti. E ora, con Magyar che sale e i sondaggi che scendono, ha bisogno che qualcuno venga a testimoniare che la rete regge ancora, che l’internazionale tiene, che il progetto non si ferma a qualche punto percentuale perso nei sondaggi.
Vance è andato a Budapest per questo. Non per imparare. Per rassicurare.
Ma chi è, esattamente, questo vicepresidente che vola in Europa a fare il pompiere dell’orbánismo? La risposta è meno ovvia di quanto sembri. Vance era, fino a pochi anni fa, un «Never Trumper» dichiarato, uno di quelli che aveva definito Trump un pericolo per la repubblica. Poi ha voltato gabbana con una velocità che ha lasciato senza parole persino i suoi ex alleati, abbracciando il MAGA con lo zelo del convertito. Oggi la sua priorità assoluta, come confermano i suoi stessi collaboratori ad Axios, è «dimostrare fedeltà a Trump sopra ogni altra cosa». Non una visione. Non un programma. La fedeltà. Il delfino, per ora, nuota nell’ombra del vecchio squalo e non può permettersi di fare mosse autonome.
Il problema è che quello squalo dà sempre più segni di affaticamento. Nell’agosto del 2025, quando Vance ha dichiarato di essere «pronto a diventare presidente», i social americani sono esplosi di speculazioni sulla salute di Trump. In ottobre, un video lo ha mostrato vagare disorientato nei giardini del palazzo imperiale di Tokyo, staccandosi dalla premier giapponese senza apparente ragione. A dicembre è stato fotografato mentre si addormentava durante una riunione di gabinetto. A gennaio 2026 ha confuso quattro volte la Groenlandia con l’Islanda in un discorso a Davos, e il Wall Street Journal ha rivelato che stava aumentando le dosi di aspirina ignorando i consigli medici. I senatori democratici hanno parlato di «vaneggiamenti di un uomo che ha perso il contatto con la realtà». Analisti medici hanno evocato pubblicamente l’Alzheimer e la demenza frontotemporale.
È questo il contesto in cui va letta la posizione di Vance: il Washington Times, non esattamente un giornale di sinistra, ha scritto che il vicepresidente «non ha ancora capito che il Teflon funziona solo per Trump». L’imitazione del capo, senza il carisma originale, produce qualcosa di diverso dall’originale. Produce, appunto, un pupazzo. E un pupazzo nelle mani di un pazzo — per usare le parole che circolano sottovoce nei corridoi repubblicani, dove il dubbio sulla lucidità del presidente è ormai un argomento che non si dice ad alta voce ma si pensa fortissimo — non è esattamente la figura che ispira fiducia al Congresso, agli alleati europei, o persino alla base MAGA che comincia a chiedersi cosa succederà quando il grande spettacolo finirà.
Nel frattempo Maja T. ha ancora i ceppi ai piedi. Il TurkStream porta ancora il gas di Putin nelle case ungheresi. E Orbán aspetta le elezioni sperando che i suoi amici potenti lo aiutino a superare lo scoglio di un elettorato che, timidamente, comincia a guardare altrove.
La fotografia di Vance a Budapest vale più di mille analisi geopolitiche. Dice chi sta salvando chi, chi ha bisogno di chi, e dove sta andando un’internazionale che si regge sulla paura molto più che sulla forza.
Non è andato a scegliere un modello. È andato a salvarlo.
Tra il caso Salis, i ceppi ancora ai piedi di Maja T., il legame strategico con Mosca e l’ombra di un trumpismo sempre più personalistico, Budapest si conferma il laboratorio europeo di una democrazia svuotata dall’interno. E Vance, più che osservatore, appare come il garante di una rete che vuole resistere al logoramento elettorale e istituzionale del suo satrapo più emblematico.
