L’Iran incasserà un pedaggio per le navi in transito destinato alla ricostruzione del Paese.

Due navi. La prima, un bulk carrier di proprietà greca, la NJ Earth, ha attraversato lo Stretto di Hormuz alle 8:44 UTC di mercoledì. La seconda, la Daytona Beach, battente bandiera liberiana, era già transitata quasi due ore prima. Lo ha comunicato Marine Traffic con la precisione burocratica dei numeri di bordo e degli orari UTC. Due navi. Fine della guerra, inizio del commercio.

Ma a quale prezzo, esattamente?

Perché c’è un dettaglio che rischia di passare sotto silenzio nel fragore dei comunicati, dei post su Truth Social e dei titoli sui mercati in rialzo: le navi che transiteranno per lo stretto pagheranno un pedaggio. Iran e Oman riscuoteranno un dazio su ogni passaggio. I fondi, ha spiegato Trump con il tono di chi chiude un affare immobiliare, serviranno «per la ricostruzione». Di chi? Dell’Iran. Quello stesso Iran che gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato per trentanove giorni. «Si faranno un sacco di soldi», ha scritto il presidente americano. Come se fosse un complimento.

Questa è la geometria del nuovo ordine: Washington bombarda, Teheran incassa il pedaggio sulla rotta che Washington ha voluto riaprire, e il mondo paga il conto al casello. Per decenni lo Stretto di Hormuz è stato una via d’acqua internazionale a libero transito. Oggi è un checkpoint militare iraniano — «sotto la gestione delle Forze Armate iraniane», come ha precisato il ministro degli Esteri Araghchi — attraverso il quale passa il venti per cento del petrolio e del gas naturale del pianeta. Il Center for a New American Security lo ha detto senza eufemismi: è «un risultato materialmente peggiore di quello che esisteva prima della guerra».

Eppure Trump ha scritto che gli Stati Uniti hanno «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La Russia, per voce della portavoce del Ministero degli Esteri Zakharova, ha parlato di «sconfitta schiacciante» dell’approccio americano. La Cina ha accolto con favore il cessate il fuoco dicendo di aver «fatto il suo sforzo» — senza specificare quale. Ognuno rivendica la propria versione della storia. Nel mezzo, l’Iran tiene lo stretto, conserva le sue 970 libbre di uranio quasi-arricchito, mantiene intatti i proxy regionali e si appresta a sedersi al tavolo di Islamabad con una lista di richieste che include il ritiro americano dalla regione, la revoca delle sanzioni e i risarcimenti di guerra. È questa la «base praticabile su cui negoziare» evocata da Trump.

In Israele, intanto, la politica si è spaccata con una violenza che rivela quanto fosse fragile la coesione interna. Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha parlato di «disastro politico senza precedenti nella nostra storia», accusando Netanyahu di aver fallito «politicamente, strategicamente e senza aver soddisfatto uno degli obiettivi che lui stesso si era prefissato». Dall’altra parte dello spettro, il deputato di Otzma Yehudit Zvika Fogel ha preso di mira Trump, apostrofandolo con una parola ebraica che significa anatra — e implica viltà. Avigdor Liberman ha avvertito che il cessate il fuoco «dà al regime degli ayatollah una pausa per riorganizzarsi». Il capo del Consiglio regionale dell’Alta Galilea ha definito un’eventuale interruzione delle operazioni in Libano «un fallimento etico, morale e di sicurezza di prim’ordine».

Eppure il Libano continua a bruciare. Israele ha chiarito fin dalle prime ore che il cessate il fuoco «non include il Libano», contraddicendo il Pakistan che aveva mediato la tregua garantendo che si applicasse «ovunque». A Srifa almeno dieci morti. A Saida nove. Droni su Shehabieh e Blat. L’esercito libanese ha sconsigliato il ritorno a casa. Il presidente Aoun «sta guidando gli sforzi» per essere incluso nella tregua, secondo una fonte governativa, ma «nessuna posizione specifica è stata emessa dagli Stati Uniti». Hezbollah, dal canto suo, ha per ora rispettato il cessate il fuoco — il che significa che i suoi razzi sono fermi, ma i missili israeliani continuano a cadere sul Libano meridionale senza risposta.

È in questo vuoto che si inscrive la storia del convoglio vaticano costretto a tornare indietro sotto i proiettili, del patriarca maronita Rai che all’alba di mercoledì è partito da Bkerke verso i villaggi cristiani della frontiera come se stesse compiendo un atto di resistenza simbolica contro l’abbandono. E della dichiarazione del ministro degli Esteri libanese dimissionario, che se n’è andato lunedì lasciando scritto: «Il Libano sta scivolando in uno stato fallito». Mentre Save the Children avverte che quasi un milione di persone a Beirut non hanno più cibo a sufficienza, e che «inizieremo a vedere i bambini morire di fame prima della fine dell’anno».

Tutto questo accade nel perimetro di un cessate il fuoco di due settimane i cui termini sono già in discussione, le cui garanzie sono già contraddette, e la cui architettura poggia su una scommessa: che Trump riesca a strappare all’Iran in quattordici giorni quello che Obama aveva impiegato due anni e mezzo a negoziare in tempo di pace.

David Sanger del New York Times ha scritto che la tattica di Trump — gonfiare la minaccia a livelli apocalittici per poi ritirarla — «ha certamente aiutato a trovare un’uscita che stava cercando da settimane». Ma uscita da cosa, verso dove? Il programma nucleare è intatto. Lo stretto è iraniano. Il Libano muore fuori dal perimetro della tregua. E i mercati festeggiano: il Nikkei su del cinque per cento, il petrolio giù del quindici, i futures S&P500 in rialzo di tre punti.

La NJ Earth e la Daytona Beach hanno attraversato lo stretto. Il commercio riprende. Qualcuno pagherà il pedaggio.

Per tutto il resto, si vedrà tra due settimane.

iraniani manifestano contro la guerra