C’è un Paese che non esiste nel cessate il fuoco. Si chiama Libano.

Lo ha chiarito Netanyahu mercoledì mattina, con la precisione burocratica di chi firma un’eccezione in calce a un contratto: la tregua di due settimane concordata con Washington «non include il Libano». Parole asciutte, quasi tecniche. Nel frattempo, a Srifa, nel distretto di Sour, un attacco aereo israeliano ha ucciso almeno dieci persone. I droni hanno preso di mira i villaggi di Shehabieh e Blat. A Saida il bilancio è salito a nove morti. L’esercito libanese ha avvisato i civili di non tornare a casa: «Potrebbero esporsi agli attacchi israeliani in corso». Il cessate il fuoco era stato annunciato da poche ore.

È in questo scenario che un convoglio umanitario vaticano, guidato dal Nunzio Apostolico Paolo Borgia e scortato dalle forze di pace dell’ONU, ha tentato di raggiungere i villaggi cristiani vicino alla linea del fronte. Stava portando aiuti a comunità rimaste intrappolate nel fuoco incrociato, che si rifiutano di andarsene perché non hanno dove andare, o perché quella è la loro terra e non intendono abbandonarla. Il convoglio è stato preso di mira. Spari, esplosioni ravvicinate, veicoli danneggiati. Nessun ferito, per fortuna. Ma la missione è stata abbandonata. Il Vaticano ha dovuto tornare indietro.

Ci vuole una certa qual spudoratezza per sparare su un convoglio umanitario. Ce ne vuole ancora di più per farlo il giorno stesso in cui si annuncia al mondo che si è rinunciato alla guerra con l’Iran.

Ma è proprio qui che l’operazione israeliana rivela la sua logica interna, che non coincide — e non ha mai coinciso del tutto — con quella americana. Washington voleva chiudere il dossier iraniano: nucleare, missili, stretto di Hormuz. Due settimane per trattare, poi si vedrà. Per Israele, invece, il Libano è un fronte separato, con obiettivi propri e una tempistica propria. L’IDF ha già cominciato a costruire quello che chiama «zona di sicurezza» nel Libano meridionale — una striscia di territorio sottratta a un paese sovrano, svuotata della sua popolazione civile, tenuta con la forza. Gli analisti dell’Institute for the Study of War lo scrivono senza giri di parole: la campagna «dovrebbe persistere, anche oltre un cessate il fuoco con l’Iran». Non è una guerra di risposta. È un disegno.

Il punto è che Israele sa benissimo che il disarmo completo di Hezbollah — l’obiettivo dichiarato — è militarmente irrealizzabile senza occupare l’intero Libano, e lo stesso capo di stato maggiore dell’IDF lo ha ammesso il 3 aprile. Quello che rimane, allora, è qualcosa di più semplice e più brutale: logorare, occupare, isolare. Fare del Libano meridionale una terra di nessuno presidiata da Gerusalemme.

soccorritori in libano

Nel frattempo il Libano come Stato si sgretola. Il ministro degli Esteri si è dimesso lunedì, con una dichiarazione che vale come epitaffio: «Il Libano sta scivolando in uno stato fallito». Ha trovato, ha scritto, «datori di lavoro con interessi contraddittori» invece di un governo. Hezbollah continua a combattere ignorando gli ordini di Beirut. L’ambasciatore iraniano è stato dichiarato persona non grata ma si è rifiutato di partire, con la copertura di Hezbollah e di Amal. Oltre un milione di sfollati. Tensioni settarie che crescono nelle comunità ospitanti. E, a Beirut, 910.000 persone — più della metà bambini — che non hanno più cibo a sufficienza. «Inizieremo a vedere i bambini morire di fame prima della fine dell’anno», ha detto mercoledì il direttore di Save the Children in Libano.

Il patriarca maronita Bechara Rai ha fatto quello che il convoglio vaticano non è riuscito a fare: è partito da Bkerke all’alba, con un convoglio pesantemente scortato, e ha raggiunto Kawkaba, dove un centinaio di residenti lo attendevano — cristiani, drusi, anziani che non se ne sono andati. La visita era simbolica, come tutte le cose che restano quando la politica abdica. Ma il simbolo conta: significa che qualcuno è venuto a vedere, a stare, a testimoniare che quei villaggi esistono ancora.

Il problema è che esistere non basta, in una guerra in cui le mappe vengono ridisegnate ogni notte.

Quando il Pakistan ha annunciato che il cessate il fuoco si applicava «ovunque, incluso il Libano», Netanyahu ha smentito nel giro di poche ore. Il presidente libanese Aoun ha accolto la tregua come «un primo passo», sperando che la pace regionale includa anche il suo Paese «in modo stabile e duraturo». L’Egitto ha chiesto a Israele di fermare «le ripetute aggressioni». La Spagna ha definito «inaccettabile» che la guerra israeliana in Libano continui. Voci. Dichiarazioni. Comunicati.

E a Srifa, i soccorritori cercavano ancora tra le macerie.

C’è una differenza sostanziale tra la guerra americana all’Iran e la guerra israeliana al Libano. La prima aveva, almeno nelle intenzioni dichiarate, un obiettivo strategico definito — il nucleare, i missili, lo stretto — e una pressione politica interna a concluderla. La seconda non ha scadenza, non ha limite geografico chiarito, non ha un’uscita visibile. Ha solo una direzione: avanti. Verso il Litani, verso la zona cuscinetto, verso un Libano meridionale svuotato e controllato.

Lo chiamano diritto di difesa. Ma quando i convogli umanitari tornano indietro sotto i proiettili, quando i bambini a Beirut rischiano di morire di fame, quando un paese intero viene escluso da un cessate il fuoco come se non esistesse — allora quella parola, difesa, comincia a suonare come qualcos’altro.

Come conquista. Come punizione. Come un piano che non ha mai avuto bisogno di essere detto ad alta voce per essere portato avanti.

trump e netanyahou