Attraverso il segretario di Stato Pietro Card. Parolin, Leone XIV invia un messaggio di conforto alle popolazioni del Sud del Libano afflitte dagli attacchi e dall’occupazione dell’esercito israeliano
Un villaggio, una benedizione, un atto d’accusa
C’è una geografia della sofferenza che le cancellerie faticano a cartografare e che invece il Vaticano, con rara precisione morale, ha saputo individuare in un nome solo: Debel. Un villaggio del Libano meridionale, cristiano e antico, dove la Pasqua quest’anno è arrivata tra le macerie.
Leone XIV — nuovo papa, già nel pieno di un pontificato che si annuncia tutt’altro che cerimoniale — ha scelto di non tacere. Lo ha fatto attraverso le parole misurate e cariche del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, in un messaggio che vale più di un comunicato diplomatico: vale una testimonianza. E le testimonianze, a differenza delle dichiarazioni, non si archiviano.
Il testo, redatto in francese come si conviene a un documento destinato alle comunità cattoliche del Levante, non nomina Israele. Non occorre. Parla di «ingiustizia subita», di «sentimento di abbandono», di «circostanze drammatiche». Chi abita il sud del Libano sa bene di quale dramma si tratti: mesi di operazioni militari israeliane che hanno raso al suolo borghi, chiese, case, oliveti. Una campagna che i suoi artefici definiscono «chirurgica» e che i suoi sopravvissuti chiamano, più semplicemente, distruzione.
L’esercito israeliano ha operato in Libano con una dottrina che porta ormai un nome nella letteratura militare internazionale: la Dahiya doctrine, concepita per colpire infrastrutture civili in quanto «beni» del nemico. Applicata al sud del Libano, questa dottrina ha prodotto un effetto che nessun eufemismo riesce a coprire del tutto: popolazioni cristiane — le stesse che Roma ha sempre considerato avamposto di civiltà in Oriente — ridotte a profughi in patria, o peggio, a custodi di rovine.
È in questo contesto che il messaggio papale acquista il suo peso specifico. «Nel vostro infortunio, nell’ingiustizia che subite»: non è la lingua dell’equidistanza, quella scelta da Parolin. È la lingua della parte. Di chi sta dalla parte dei deboli, degli abbandonati, di quelli che nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza riesce davvero a proteggere.
Vi è qualcosa di antico e di necessario in questo gesto. La Chiesa cattolica ha spesso peccato di silenzi inopportuni davanti alle violenze della storia; quando invece parla — e parla con questa chiarezza — esercita una funzione che nessun’altra istituzione sa svolgere con uguale autorità morale: nominare l’ingiustizia senza bisogno di armarsi.
«Notre-Dame-du-Liban garde tout dans son cœur» — scrive il cardinale. La Madonna del Libano custodisce tutto nel suo cuore. È un’immagine di consolazione teologica, certo. Ma è anche, se si vuole leggerla così, un atto di memoria. Perché ciò che viene custodito non viene dimenticato. E ciò che non viene dimenticato, prima o poi, chiede giustizia.
Debel è un nome che oggi pochi conoscono. Domani, forse, sarà uno di quei luoghi — come Guernica, come Sabra, come tanti altri — che la storia non riuscirà a scrollarsi di dosso. Non perché il papa lo abbia citato, ma perché il papa lo ha visto. E vedere, in tempi di cecità collettiva, è già un atto rivoluzionario.
Buona Pasqua, Debel. Il mondo, almeno in parte, ti guarda.
