Bombardata a Teheran l’università da dove partirono le proteste contro il regime di Khamanei
C’è un modo per capire cosa si intende quando si parla di “obiettivi militari”. Basta leggere il comunicato del ministro della Difesa israeliano Israel Katz: “I leader iraniani vivono in un clima di persecuzione. Continueremo a dar loro la caccia uno per uno”. È la logica della caccia, applicata agli esseri umani. È la grammatica dell’eliminazione sistematica, pronunciata senza pudore davanti alle telecamere del mondo. E nella stessa notte in cui veniva annunciata l’uccisione di Majid Khademi, capo dell’intelligence dei Pasdaran, i bombardamenti statunitensi e israeliani colpivano anche l’Università Sharif di Teheran.
L’Università Sharif. Vale la pena fermarsi su questo nome. Non un deposito di armi. Non un quartier generale militare. Una delle istituzioni accademiche più prestigiose del Medio Oriente, un polo di eccellenza nell’ingegneria civile riconosciuto a livello internazionale, e — dettaglio che i comunicati militari hanno accuratamente omesso — un centro nevralgico dei movimenti studenteschi di opposizione al regime dei Pasdaran. Laboratori distrutti. Strutture energetiche colpite. Blackout in tutta la zona. Gli stessi studenti che negli ultimi mesi avevano rischiato la vita per organizzare la resistenza interna al regime sono ora senza università.
Donald Trump, dal canto suo, ha scelto il giorno di Pasqua per tenere una conferenza stampa alla Casa Bianca in cui ha dichiarato che quella appena trascorsa è stata “una delle nostre migliori Pasque” dal punto di vista militare, e che l’Iran “può essere eliminato in una notte, e quella notte potrebbe essere domani”. Diecimila voli di combattimento in trentasette giorni. Tredicimila obiettivi colpiti. Cifre da declamare con l’orgoglio di chi racconta una partita di football, non una guerra in cui muoiono esseri umani.
Conviene non dimenticare la geometria di questo conflitto. Israele ha dichiarato guerra all’Iran — un paese di novanta milioni di persone — con il sostegno militare diretto degli Stati Uniti. Netanyahu, secondo quanto riferito da fonti israeliane, ha telefonato a Trump per esortarlo a non accettare il cessate il fuoco nemmeno di fronte a proposte negoziali. Il capo del governo di uno stato di nove milioni di abitanti chiede al presidente degli Stati Uniti di continuare a bombardare un paese di novanta milioni. E Trump obbedisce, poi va davanti alle telecamere a celebrare la Pasqua più bella della sua vita militare.
C’è qualcosa di moralmente ripugnante nell’idea che distruggere un’università sia un atto di guerra legittimo. Non perché le università siano intoccabili per convenzione romantica, ma perché colpire un ateneo — specie uno che ospitava movimenti studenteschi contrari al regime — significa colpire esattamente le forze che dall’interno dell’Iran si opponevano ai Pasdaran. Significa che l’obiettivo reale non è indebolire il regime, ma punire un paese. Significa che la distinzione tra “regime” e “popolo”, sbandierata ad ogni conferenza stampa, è una finzione retorica che svanisce al momento dell’impatto.
Questa è la logica che ha già raso al suolo Gaza. Che sta radendo al suolo il sud del Libano. Che ora si abbatte sull’Iran con la stessa indifferenza verso le vite civili, gli ospedali, le scuole, le università. Una logica che non ha strategia se non la distruzione totale, non ha misura se non l’escalation permanente, non ha limite se non quello che qualcuno — ancora nessuno — avrà il coraggio di imporre.
Netanyahu ha detto che “non ci fermeremo finché la minaccia non sarà eliminata”. È una frase che suona come una promessa e funziona come un programma infinito, perché la “minaccia” si ridefinisce ogni volta che un obiettivo viene raggiunto. Prima erano i tunnel di Gaza. Poi le basi di Hezbollah. Poi i siti nucleari iraniani. Poi i leader dei Pasdaran. Poi i laboratori universitari. La minaccia non finisce mai, perché la minaccia è l’esistenza stessa di chi non si arrende.
Trump ha detto che l’Iran può “essere eliminato in una notte”. È la stessa retorica dell’eliminazione che ha accompagnato ogni genocidio della storia. Non si “elimina” un paese. Non si “elimina” un popolo. Si possono distruggere infrastrutture, uccidere comandanti, radere università — e questo è già abbastanza orribile. Ma il conto presentato alla storia da chi usa questo linguaggio è sempre salato, sempre definitivo, e non si paga in dollari.
La “migliore Pasqua militare” di Donald Trump coincide con la peggiore Pasqua per i cristiani del Libano, con le macerie di una università iraniana, con i morti di Teheran est, con i quattro civili colpiti da un missile a Haifa. Sono tutti pezzi dello stesso mosaico — quello di un Medio Oriente che brucia mentre due governi, uno dei quali eletto da una democrazia che si dice liberale, festeggiano i loro “successi” davanti alle telecamere.
Qualcuno dovrebbe ricordare loro che il fuoco che si accende non chiede il permesso per diffondersi.
