Il Cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della CEI non è un pacifista da salotto. È l’uomo che Francesco mandò a Mosca e Kiev per riportare a casa i bambini ucraini deportati in Russia. È l’uomo che ha trascorso vent’anni a costruire la pace in Mozambico quando tutti dicevano che era impossibile. È l’uomo di cui due papi consecutivi si sono fidati nei momenti più difficili. Quando parla di pace, parla di qualcosa che conosce con le mani.

C’è una fotografia che circola poco, che non è diventata iconica come meritava, che racconta in un’immagine sola quello che Matteo Zuppi è. Lo ritrae a Mosca, nell’estate del 2023, seduto di fronte a funzionari del Cremlino che non avevano nessuna intenzione di cedere nulla — uomini di potere, uomini di guerra, uomini abituati a trattare le vite dei bambini come moneta di scambio in un negoziato geopolitico. E lui lì, con quella faccia bonaria che non è ingenuità ma è qualcosa di più difficile da coltivare — la mitezza dei forti, la pazienza di chi sa che certe porte si aprono solo con anni di bussare, e che il bussare non va interrotto anche quando sembra inutile.

Era lì per i bambini. Per i bambini ucraini deportati in Russia — migliaia, forse decine di migliaia, numeri che le organizzazioni internazionali faticano ancora a definire con precisione perché la Russia non collabora e perché la guerra produce dispersioni che i registri non riescono a seguire. Bambini sottratti alle famiglie, alle comunità, alla lingua, all’identità, inseriti in famiglie russe con nuovi nomi e nuove storie, come se la cancellazione di un’infanzia fosse un atto amministrativo invece di un crimine di guerra.

Papa Francesco lo aveva scelto per questo. Non un diplomatico di carriera, non un tecnico delle relazioni internazionali, non un esperto di diritto umanitario. Un prete. Un prete di Sant’Egidio, la comunità che ha imparato la pace praticandola nei posti dove nessun altro andava — i quartieri poveri di Roma prima, poi il Mozambico devastato da una guerra civile senza fine, poi il Guatemala, poi l’Algeria, poi una mappa del dolore mondiale che Sant’Egidio ha percorso con la Bibbia e la pazienza come unici strumenti.

Il Mozambico è la storia che bisogna conoscere per capire Zuppi. È la storia che spiega perché due papi gli hanno affidato i compiti più difficili.

Era il 1992. Il Mozambico era in guerra da sedici anni — una guerra civile brutale, alimentata dall’esterno, combattuta con una ferocia che aveva distrutto il paese fisicamente e moralmente. Si stimava che fossero morti un milione di persone. Quattro milioni erano sfollati. L’economia era collassata. E la comunità internazionale, con la distrazione tipica dei potenti verso i conflitti africani che non producono titoli abbastanza grandi, stava guardando altrove.

Sant’Egidio non stava guardando altrove. Da anni aveva costruito relazioni con entrambe le parti — con il governo Frelimo e con la Renamo, il movimento ribelle. Relazioni di fiducia, costruite non con la forza dei soldi o delle armi ma con la costanza della presenza, con l’umanità del contatto diretto, con quella capacità di ascoltare senza giudicare che è il prerequisito di ogni mediazione che funzioni davvero. Don Matteo Zuppi era parte di quel gruppo. Giovane, allora. Con tutta la vita davanti e la disponibilità di chi non ha ancora imparato a proteggersi dalle delusioni.

Gli Accordi Generali di Pace del Mozambico, firmati a Roma il 4 ottobre 1992, sono considerati uno dei più riusciti processi di pace del dopoguerra. Un paese che sembrava condannato alla guerra perpetua ha scelto la pace. Non una pace perfetta — nessuna pace lo è — ma una pace reale, duratura, che ha permesso al Mozambico di ricostruirsi, di tenere elezioni, di trasformare i combattenti in cittadini. Zuppi era lì. Aveva contribuito a cucire quella tela, filo per filo, riunione per riunione, nella penombra di appartamenti romani dove si incontravano nemici che avevano bisogno di qualcuno di cui entrambi si fidassero per guardarsi negli occhi.

Da quel momento in poi, la pace non è stata per lui un ideale astratto. È stata un metodo. Una pratica. Una disciplina che si impara come si impara un mestiere — con la ripetizione, con gli errori, con la fatica di ricominciare ogni volta che tutto sembra crollare.

Papa Francesco lo sapeva. Francesco, che di pace se ne intendeva non per titoli accademici ma per quella stessa ragione — perché veniva dalle villas miseria di Buenos Aires, perché aveva imparato a mediare tra fazioni in conflitto nei quartieri più poveri dell’Argentina, perché aveva capito da vescovo in Sudamerica che la pace non si decreta dall’alto ma si costruisce dal basso, un incontro alla volta, una fiducia alla volta.

Quando nel 2023 decise di nominare un inviato speciale per la pace in Ucraina, scelse Zuppi. Non fu una sorpresa per chi conosce entrambi. Fu il riconoscimento di una continuità — la stessa pedagogia della pace, la stessa convinzione che anche le porte più blindate abbiano una serratura, e che la chiave sia quasi sempre la stessa: la capacità di stare con l’altro senza pretendere di averlo già giudicato e condannato.

La missione non ha prodotto risultati spettacolari. La guerra non è finita. I bambini deportati non sono tutti tornati — sono tornati in pochissimi, e ogni bambino tornato è stato una vittoria strappata con le unghie a una macchina burocratica e militare che non aveva nessun interesse a collaborare. Ma la missione ha tenuto aperto un canale. Ha dimostrato che qualcuno, da parte cattolica, era disposto a fare il viaggio — a Mosca, a Kiev, a Washington, a Pechino — non per portare la propria agenda ma per cercare quella degli altri, per capire dove c’era spazio, anche minimo, per un movimento verso la vita invece che verso la morte.

Leone XIV lo ha confermato nella fiducia. Non era scontato — i papi nuovi spesso ridisegnano le reti di relazione, portano i propri uomini, ridistribuiscono i ruoli. Prevost ha invece scelto la continuità dove la continuità aveva senso. E su Zuppi ha senso. Perché la pace che il nuovo papa ha invocato dalla loggia di San Pietro, la veglia dell’11 aprile in piazza San Pietro, il grido contro la «globalizzazione dell’indifferenza» — tutto questo ha bisogno di qualcuno che lo traduca in azione concreta, che scenda dal balcone e percorra le strade, che bussi alle porte che non si aprono.

Zuppi è quell’uomo.

«Non abituiamoci all’orrore». Lo ha detto annunciando l’adesione della CEI alla veglia per la pace. Sette parole che sembrano semplici e non lo sono. Che sembrano un appello generico e invece sono una diagnosi precisa.

Perché il problema, nell’Europa del 2026, non è la mancanza di informazione sull’orrore. L’orrore è documentato, fotografato, filmato, diffuso in tempo reale su ogni piattaforma. Il problema è esattamente quello che Zuppi nomina: l’abitudine. La capacità umana — straordinaria, perversa, necessaria per sopravvivere e devastante per la coscienza morale — di adattarsi a qualsiasi realtà, per quanto insopportabile, quando quella realtà dura abbastanza a lungo.

Tre anni di guerra in Ucraina: l’Europa ha smesso di fermarsi sulle notizie dei bombardamenti su Kharkiv come si fermava nei primi mesi. I morti di Gaza: il numero che a ottobre 2023 sembrava incomprensibile oggi viene riportato con la stessa neutralità con cui si riportano i dati del PIL. I bambini deportati, le città rase al suolo, gli ospedali bombardati — tutto questo è entrato nel catalogo dell’accettabile, del prevedibile, del «purtroppo è così».

Zuppi dice: no. Non è così. Non deve essere così. La coscienza che si abitua all’orrore non è una coscienza che si è fatta più forte — è una coscienza che si è fatta più piccola. E una coscienza piccola è esattamente quello di cui i signori della guerra hanno bisogno per lavorare indisturbati.

C’è una parola che Sant’Egidio usa spesso, una parola che Zuppi ha fatto propria nel corso di decenni di lavoro per la pace: «profezia». Non nel senso di predire il futuro, ma nel senso originale, biblico — dire la verità al potere, anche quando il potere non vuole sentirla, anche quando il potere ti considera ingenuo o scomodo o inutile. La profezia di pace, in un mondo che si sta convincendo che la guerra sia inevitabile, è l’atto più sovversivo che si possa compiere.

Zuppi lo compie da trent’anni. Lo compie con il tono di chi non cerca visibilità — non è un cardinale mediatico, non ama i riflettori, non costruisce il proprio personaggio attraverso le dichiarazioni clamorose. Lo compie con la coerenza silenziosa di chi ha scelto una volta per tutte da che parte stare e non ha bisogno di ricordarselo ogni mattina.

L’11 aprile, in piazza San Pietro, si raduneranno — si spera — migliaia di persone a pregare per la pace. Sarà un gesto bello e probabilmente insufficiente. La pace non si ottiene con una veglia, come non si ottiene con un comunicato o con una risoluzione ONU o con un summit fotografato.

Si ottiene con anni di lavoro oscuro, di mediazioni fallite e riprese, di fiducia costruita e tradita e ricostruita, di bussare a porte chiuse nella convinzione — contro ogni evidenza, contro ogni ragionamento strategico, contro ogni calcolo di probabilità — che la porta, prima o poi, si apra.

Zuppi lo sa. Lo ha vissuto nel Mozambico che non avrebbe fatto pace. Lo sta vivendo nell’Ucraina dove i bambini tornano uno alla volta, lentissimamente, come si recupera un territorio minato — con pazienza, con attenzione, con la consapevolezza che la fretta produce vittime.

La pace è il lavoro più lungo del mondo. E questo paese, questa Chiesa, questa Europa hanno la fortuna di avere un uomo che non si è stancato di farlo.

Non abituiamoci all’orrore.

Non abituiamoci nemmeno alla pace come parola vuota.

Zuppi ci ricorda che è, invece, la cosa più concreta del mondo.

 «Non abituiamoci all’orrore». Sette parole. Sette parole che pesano quanto tutta la retorica diplomatica degli ultimi tre anni messa insieme. Perché il rischio non è che la guerra continui — la guerra continua sempre, da sola, per inerzia, per interesse, per viltà di chi potrebbe fermarla e non lo fa. Il rischio è che smettiamo di scandalizzarci. Che l’orrore diventi paesaggio. Che i morti di Gaza e di Kherson e di Khartoum diventino numeri di una statistica che scorriamo tra una storia di Instagram e la prossima. Zuppi lo sa. Lo ha visto accadere. E non lo accetta.