Jorge Mario Bergoglio, figlio di Flores e di Almagro, figlio del Piemonte e di Buenos Aires: è già ora di chiamarlo santo
Un documentario ripercorre la vita del Papa prima del papato — i quartieri poveri, le ville miseria, i ragazzi salvati dalla droga. Ma il vero film è quello che Francesco ha girato nel mondo intero: dodici anni di pontificato che hanno ridefinito cosa significa essere Chiesa. E un’eredità così non attende i secoli
C’è una città che si chiama Flores, a Buenos Aires. Non è un quartiere ricco, non è un quartiere povero — è uno di quei luoghi di mezzo che le città latinoamericane producono con abbondanza, dove le case hanno ancora un cortile ma il cortile dà su una strada che finisce nelle villas miseria. È lì che nel 1936 nacque Jorge Mario Bergoglio, figlio di Mario e Regina, nipote di Giovanni e Rosa che avevano lasciato Portacomaro d’Asti nel 1929 con una valigia e la speranza degli emigranti. È lì che un ragazzo con un polmone solo decise, contro ogni convenienza medica e biografica, di farsi gesuita. È lì che cominciò, senza saperlo, il pontificato più dirompente del ventesimo secolo.
Un anno fa, il 21 aprile 2025, Francesco moriva a ottantotto anni con quella coerenza rara di chi ha vissuto come ha predicato. Era entrato in ospedale febbraio, ne era uscito, c’era tornato, c’era rimasto. Il Lunedì dell’Angelo aveva ancora salutato dalla finestra del palazzo apostolico. Poi si era spento, dolcemente, come si spengono le candele quando la cera è finita — non di colpo, ma consumandosi fino in fondo. Non aveva lasciato dottrine rivoluzionarie, encicliche sistematiche, riforme istituzionali completate. Aveva lasciato qualcosa di più difficile da catalogare e di più difficile da cancellare: un modo di essere. Una postura. La testimonianza incarnata di che cosa significa prendere sul serio le parole di un predicatore galileo che duemila secoli fa disse che i poveri sono beati e che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli.
Ora un documentario ripercorre la sua vita prima del papato. Si chiama L’Argentina di Francesco, dura un’ora, verrà proiettato l’8 aprile ad Asti — perché da qualche parte bisognava cominciare, e cominciare dai piemontesi che emigrarono ha una sua logica circolare, quasi una giustizia poetica. Poi a Lampedusa. Poi a Regina Coeli. Tre luoghi che non sono stati scelti a caso e che insieme disegnano una mappa del pontificato più precisa di qualsiasi profilo biografico.
Lampedusa: il 2013, primo viaggio fuori Roma del nuovo papa, prima uscita pubblica come vescovo di Roma, corone di fiori gettate in mare per i morti annegati mentre l’Europa guardava altrove e firmava accordi con chi li spingeva in acqua dall’altra parte. Una scelta che nessun protocollo prescriveva, che nessun predecessore aveva fatto, che comunicava in un gesto solo tutta la teologia di quel pontificato: i margini sono il centro, gli scartati sono i prediletti, la Chiesa che non esce da se stessa si ammala di autoreferenzialità.
Il Giovedì Santo in carcere, i piedi dei detenuti lavati dal Papa inginocchiato sul pavimento. Non una volta — ogni anno, sistematicamente, con una coerenza che trasformava il gesto liturgico in programma politico. Bergoglio si inginocchiava davanti ai detenuti come a dire: il Vangelo non si applica prima agli altri e poi, se avanza tempo, agli ultimi. Si applica agli ultimi prima di tutto. Gli ultimi sono il banco di prova di tutto il resto.
Asti: gli antenati, la radice piemontese, la famiglia che aveva deciso che l’Argentina valeva il rischio di attraversare l’Atlantico con una valigia. Francesco non dimenticava questa storia. La portava con sé come si porta un documento d’identità — non per esibire, ma perché definisce chi sei. Sapeva cosa significa essere figli di emigranti. Sapeva cosa significa partire senza sapere se si torna. Sapeva — di sapere fisico, biografico, non solo ideologico — perché quei corpi nel Mediterraneo erano corpi di persone e non statistiche.
Il documentario si concentra sulle villas miseria di Buenos Aires, sui ragazzi salvati dalla droga nella Casa di Cristo, sugli ex studenti del periodo gesuitico, sul sacerdote Pepe di Paola che ancora oggi cammina nelle periferie argentine con il Vangelo in una mano e il numero del 118 nell’altra. È la storia di un uomo che ha imparato la teologia nei libri e la ha verificata nei vicoli. Che ha capito cosa significa la grazia frequentando chi la grazia sembrava averla dimenticata. Che è diventato papa portando con sé, come bagaglio, non la carriera ecclesiastica ma le facce dei ragazzi delle villas — quelli salvati e quelli no, quelli che ce l’hanno fatta e quelli che sono rimasti nel buio.
C’è una frase che Bergoglio amava ripetere: «la realtà è superiore all’idea». Suona quasi banale, finché non si capisce cosa intende. Intende che nessuna costruzione teologica, per quanto elegante, vale più di un incontro reale con una persona reale nella sua sofferenza reale. Che la Chiesa che discute di se stessa nelle aule dei sinodi senza uscire in strada è una Chiesa che ha scelto l’idea sulla realtà. Che il pastore deve avere l’odore delle pecore — e le pecore, nelle villas miseria, non profumano di incenso.
È su questo che occorre dire una cosa che il protocollo ecclesiastico normalmente rimanda ai secoli e che invece, questa volta, la storia sembra reclamare con urgenza insolita.
Francesco va canonizzato. E va canonizzato presto.
Non per accelerazione burocratica, non per sentimentalismo anniversario, non per la commozione legittima e comprensibile del lutto ancora fresco. Ma perché i segni della santità, in questo caso, non richiedono l’istruttoria dei secoli per essere riconosciuti. Sono stati pubblici, documentati, trasmessi in diretta mondiale per dodici anni. Un uomo che lava i piedi ai carcerati. Che va a Lampedusa a piangere i morti del mare quando l’Europa guarda altrove. Che telefona di persona alle persone in difficoltà di cui riceve la lettera. Che rinuncia all’appartamento pontificio per vivere in una foresteria, che sceglie la Fiat invece della Mercedes, che dice ai vescovi lussuosi che il lusso è uno scandalo, che chiede perdono per i peccati della Chiesa con una specificità e un’umiltà che i suoi predecessori non avevano trovato. Che muore come ha vissuto — senza esibizione, senza dramma, consumandosi fino in fondo.
La santità, nella tradizione cattolica, non è perfezione morale. È configurazione a Cristo. È la capacità di rendere visibile, nella propria vita concreta, qualcosa dell’amore evangelico che altrimenti resterebbe parola scritta su pergamena. Bergoglio l’ha resa visibile. L’ha resa così visibile che persone che non credevano in nulla si sono fermate a guardarlo e hanno riconosciuto qualcosa — non sapendo bene cosa, ma riconoscendolo.
Leone XIV, che ha raccolto l’eredità con rispetto e continuità, che ha citato Francesco nell’Urbi et Orbi della sua prima Pasqua come si cita un maestro ancora presente, potrebbe fare il gesto più coraggioso e più necessario del suo pontificato nascente: aprire il processo di beatificazione con la rapidità che la chiarezza del caso consente. Come fu per Giovanni Paolo II, come fu per Giovanni XXIII — altri papi la cui santità non aveva bisogno di attendere che le generazioni che li avevano conosciuti morissero per essere attestata.
Il documentario verrà proiettato in una prigione romana, in un’isola di naufraghi, in un paese di emigranti piemontesi. Tre luoghi che Francesco aveva frequentato non come turista della miseria ma come pastore che riconosce nei propri fratelli sofferenti il volto di Cristo. Era questa la sua teologia semplice e sconvolgente. Non aveva bisogno di essere spiegata. Bastava guardarlo.
Da Flores a Piazza San Pietro. Dai vicoli di Almagro alla loggia delle benedizioni. Da Buenos Aires a Roma, con una valigia piemontese e un Vangelo che prendeva sul serio.
Jorge Mario Bergoglio è già santo. La Chiesa prenda atto di quello che il mondo ha già visto.
Verrà proiettato a Lampedusa, dove andò per primo tra i papi a piangere i morti del mare. Verrà proiettato a Regina Coeli, dove lavò i piedi ai detenuti. Verrà proiettato ad Asti, dove i suoi nonni piemontesi presero una valigia e salparono verso l’Argentina. Tre luoghi che sono già, da soli, un Vangelo.
