Un anno dopo Francesco, il Vangelo come antidoto al mondo che mente
Lunedì dell’Angelo 2026. Leone XIV recita il Regina Cæli in Piazza San Pietro. Nel giorno anniversario della morte di Bergoglio, Prevost sceglie il Vangelo di Matteo per dire una cosa semplice e radicale: di fronte allo stesso fatto, il sepolcro vuoto, si può scegliere la vita o la menzogna. E quella scelta, oggi, riguarda tutti — non solo i credenti
Un anno esatto. Il Lunedì dell’Angelo del 2025, Francesco consegnava la vita al Signore. Oggi, dallo stesso palazzo apostolico, dalla stessa finestra che si apre sulla stessa piazza, Leone XIV si affaccia sul mondo che Francesco ha lasciato — più in guerra, più confuso, più rumoroso di prima — e sceglie, per parlare a quell’eredità, un testo di Matteo che sembra scritto ieri.
Il Vangelo proposto dalla liturgia di questo giorno racconta una storia semplice e spietata. Le donne tornano dal sepolcro vuoto e annunciano che Cristo è risorto. Le guardie tornano dallo stesso sepolcro vuoto e riferiscono ai sommi sacerdoti quello che hanno visto. I sommi sacerdoti le pagano per dire il contrario: che i discepoli hanno rubato il corpo di notte, mentre loro dormivano. Due racconti. Un solo fatto. E denaro che cambia mani per decidere quale versione circola.
Leone XIV ha pronunciato una parola che nessun suo predecessore aveva mai usato in un discorso ufficiale dalla finestra del palazzo apostolico: fake news. L’ha messa tra virgolette, l’ha spiegata — «menzogne, allusioni e accuse senza fondamento» — come si spiega un termine nuovo a un pubblico vasto. Ma l’ha usata. E non per commentare la politica, non per fare il verso al dibattito pubblico, non per sembrare moderno. Per dire che il problema non è nuovo. Che la macchina della disinformazione non è un’invenzione di Silicon Valley. Che l’umanità ha sempre avuto i suoi sommi sacerdoti disposti a pagare le guardie perché il racconto più comodo prevalga su quello vero.
È un’intuizione teologica che ha la forza di una diagnosi storica. Il negazionismo della Resurrezione descritto da Matteo è il prototipo di ogni negazionismo successivo: si prende un fatto accaduto, lo si svuota di significato, si costruisce una contro-narrativa, si remunera chi la diffonde. Lo schema è rimasto intatto attraverso i secoli, si è solo raffinato negli strumenti. Oggi non servono monete d’argento: bastano algoritmi, profili falsi, reti di amplificazione, canali Telegram, titoli tagliati a metà. La sostanza è identica: qualcuno ha interesse che la verità non circoli, e trova sempre qualcuno disposto a ostruirla.
Ma Leone XIV non si ferma alla diagnosi. Aggiunge qualcosa che, in un tempo di cinismo dilagante, suona quasi provocatorio: «la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte». È un atto di fede, naturalmente. Ma è anche, se si vuole leggerlo in chiave laica, una scommessa sulla tenuta del reale. Le menzogne hanno vita lunga, ma non infinita. I cadaveri negati riemergono. Le testimonianze seppellite tornano a galla. La storia, alla lunga, corregge — non sempre, non abbastanza presto, non senza costi enormi, ma corregge. E chi ha testimoniato la verità, anche a caro prezzo, non è stato sepolto con essa.
Il pensiero corre, ascoltando queste parole, ai popoli che Leone XIV cita con «particolare affetto»: quelli tormentati dalla guerra, i cristiani perseguitati, i bambini privati dell’istruzione. Sono esattamente le categorie su cui la menzogna organizzata lavora più accanitamente. I conflitti si alimentano di narrazioni false sull’identità del nemico. Le persecuzioni religiose prosperano sul silenzio imposto e sulla negazione sistematica. L’ignoranza forzata è la forma più radicale di fake news: non falsificare la realtà ma impedire che venga conosciuta.
Annunciare la Pasqua, dice il Papa, «significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti». Non è un compito clericale. Non riguarda solo chi crede nella Resurrezione. Riguarda chiunque abbia voce e scelga cosa farne. Chiunque di fronte a un fatto decida se raccontarlo come è accaduto o come conviene a chi paga. Chiunque, giornalista o testimone o semplice cittadino, si trovi nella posizione delle guardie al sepolcro: sa quello che ha visto, e deve decidere se venderlo o custodirlo.
Francesco, un anno fa, si spegneva avendo consumato la voce a forza di usarla. Aveva scelto, fino all’ultimo, il racconto delle donne: quello scomodo, quello non remunerato, quello che non fa carriera ma che illumina. Leone XIV lo ricorda oggi con affetto e con continuità. Come se volesse dire che l’eredità non è un programma politico né un’agenda di riforme, ma qualcosa di più antico e più essenziale: la scelta, rinnovata ogni giorno, tra il racconto che libera e il racconto che imprigiona.
Il sepolcro è ancora vuoto. La domanda è sempre la stessa.
Cosa andiamo a raccontare.
C’è un racconto che libera e un racconto che imprigiona. Le donne al sepolcro annunciano il Risorto. Le guardie corrotte annunciano il cadavere rubato. Duemila anni dopo, il meccanismo è identico: stessi fatti, narrazioni opposte, e qualcuno che paga per far circolare quella sbagliata.
