Una vigilia pasquale nell’ennesima tragedia di migranti che attraversano il Mediterraneo
C’è un’ora, la vigilia di Pasqua, in cui le chiese d’Europa si riempiono di luce e di canto. Le campane tacciono da tre giorni e stanno per sciogliersi in gloria. I bambini dormono con l’ansia dolce del mattino che viene. Il mondo cristiano si prepara alla più antica promessa: che la morte non ha l’ultima parola.
In quell’ora, nel Mediterraneo centrale, un barcone di legno lungo dodici metri si è capovolto tra le onde.
Erano partiti in centocinque da Tajoura, sobborgo di Tripoli. Pakistanis, bengalesi, egiziani — uomini e donne che avevano attraversato deserti e prigioni, pagato trafficanti con i risparmi di anni o con il corpo, per arrivare a quel lembo di costa e stringersi su una tavola di legno nella notte. Il mare era mosso. Le condizioni meteo, dicono i rapporti, erano avverse. Come se il mare avesse bisogno di una scusa.
Ne sono sopravvissuti trentadue. Due corpi sono stati recuperati. Più di settanta non ci sono più — non nel senso liturgico di quella notte, non trasfigurati, semplicemente spariti, inghiottiti, cancellati. Nomi che qualcuno da qualche parte aspetta ancora di sentire.
I superstiti sono rimasti ore aggrappati ai rottami. Li hanno visti così, le navi mercantili arrivate dopo la segnalazione di un aereo in pattugliamento: figure che si tenevano a un relitto, nel freddo, nell’oscurità, nell’incredulità di essere vivi. Sono a Lampedusa adesso, nell’hotspot, sotto choc, sottoposti a controlli sanitari. La burocrazia dell’accoglienza li ha già presi in consegna.
Settantacinque persone disperse nel Mediterraneo centrale. Dall’inizio dell’anno, secondo l’Oim, il conto sale a 725 morti o dispersi. Soltanto in questa rotta, soltanto in questo angolo di mare che l’Europa sorveglia con droni e pattugliatori senza però mai smettere di produrre accordi con chi li spinge in acqua dall’altra parte.
Mons. Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Presidente di Migrantes, ha detto «vergogna». Ha detto «Pasqua di morte». Sono parole giuste, e pesano, e cadono nel vuoto di ogni anno, rimbalzano sulle conferenze stampa e sui comunicati governativi e sulle dichiarazioni di cordoglio, e poi si depositano sul fondo insieme a tutto il resto.
C’è una domanda che ritorna ogni volta ed è sempre la stessa, insoluta per scelta: perché non esiste un corridoio legale che permetta a chi fugge dalla guerra di comprare un biglietto aereo invece di pagare un passeur? Perché la risposta istituzionale all’attraversamento del Mediterraneo è la gestione del flusso e non la gestione della vita? Perché settantacinque persone devono scomparire in un giorno di festa perché l’Europa non ha trovato il modo — o la volontà — di non farle salire su quel barcone?
Ad Oulx, sulle Alpi, un ragazzo sudanese di nome Ahmed dormiva nel pomeriggio davanti alla stazione con i piedi nudi al sole, aspettando che aprisse il rifugio. Era partito da Lampedusa. Aveva attraversato il mare. Ce l’aveva fatta. Aspettava le cinque per avere una doccia e una cena calda prima di tentare il valico verso la Francia, dove la polizia lo avrebbe probabilmente respinto, una due tre volte, finché non sarebbe passato.
Il mare e la montagna. La vigilia di Pasqua e il lunedì dell’Angelo. I settantacinque scomparsi e i trecentomila che ogni anno arrivano e ripartono verso nord, invisibili nei boschi, addormentati nelle stazioni, aggrappati agli scafi.
La Pasqua promette che la pietra rotola via. Ma qui la pietra è ferma, e pesa, e ha il nome di tutte le politiche che potremmo cambiare e non cambiamo. E sotto, ogni anno, ci sono i morti di un mare che non fa festa.
