La cacciata di Pam Bondi non è un semplice cambio al vertice del Dipartimento di Giustizia
Pam Bondi non è caduta perché troppo distante da Donald Trump, ma perché non abbastanza efficace nel trasformare il Dipartimento di Giustizia in un’arma perfetta contro i suoi nemici. Il suo licenziamento, arrivato mentre incombeva una testimonianza sotto giuramento sul caso Epstein e dopo settimane di tensioni interne, racconta la vera natura del trumpismo al potere: non la fedeltà, ma l’utilità; non la lealtà, ma la capacità di punire.
Pam Bondi era sembrata, per molto tempo, la donna giusta al posto giusto. Non per difendere l’autonomia della giustizia, ma per piegarla senza pudore all’agenda personale del presidente. Aveva offerto a Trump ciò che più ama: ossequio, devozione pubblica, disponibilità a inseguire i suoi fantasmi politici. Eppure non è bastato. Anzi, proprio questo rende il suo siluramento così istruttivo. Nel mondo trumpiano non si viene premiati per la fedeltà in sé. Si resta a galla soltanto finché si produce un risultato utile al capo. Quando l’arma si inceppa, anche il più zelante dei servitori diventa sacrificabile.
Secondo le ricostruzioni di Reuters, del Washington Post e del Wall Street Journal, Trump era sempre più irritato per due ragioni: la gestione dei file Epstein, diventata un imbarazzo bipartisan al Congresso, e l’incapacità del Dipartimento di Giustizia di ottenere vittorie contro i suoi avversari politici, da James Comey a Letitia James. Bondi è stata licenziata il 2 aprile; il suo vice Todd Blanche è stato nominato procuratore generale ad interim, mentre fra i possibili sostituti è circolato anche il nome di Lee Zeldin.
È questo il punto politico essenziale. Trump non si infuria perché la giustizia è politicizzata: si infuria perché, ai suoi occhi, non lo è abbastanza e soprattutto non è abbastanza efficace. Bondi, che pure aveva assecondato la torsione partigiana del Dipartimento, si è rivelata insufficiente rispetto al desiderio presidenziale di trasformare il diritto in vendetta amministrata. Non è caduta per eccesso di autonomia, ma per difetto di ferocia operativa.
Il caso è ancora più eloquente se lo si guarda nella sua tempistica. La sua uscita di scena arriva a ridosso di una testimonianza richiesta dalla Commissione di supervisione della Camera sul caso Epstein. Il Washington Post ha riferito che diversi membri della Camera, di entrambi gli schieramenti, continuano a pretendere che Bondi deponga comunque sotto giuramento, nonostante la sua rimozione. In altre parole: il trumpismo ha provato a chiudere una falla politica sostituendo la persona, ma il problema istituzionale resta aperto.
Qui si vede la differenza tra governo e corte. Un governo cambia i responsabili per correggere una linea. Una corte cambia i servitori per proteggere il principe. Il destino di Bondi assomiglia molto più al secondo schema che al primo. Anche perché, a leggerne il tracollo, emergono figure tipiche del sistema Trump: consiglieri informali più influenti della catena gerarchica, lotte intestine, fedelissimi che lavorano ai fianchi dei ministri, un presidente che decide secondo umore, utilità e percezione pubblica. Reuters e Wall Street Journal hanno indicato, tra i detrattori interni di Bondi, il funzionario Bill Pulte e il consigliere Boris Epshteyn, segno ulteriore di una Casa Bianca in cui il potere reale scorre spesso fuori dai canali istituzionali.
Mediafighter dovrebbe dirlo senza giri di parole: il problema non è la fragilità personale di Bondi, ma la struttura del potere che la divora. In un’amministrazione normale, un procuratore generale viene giudicato per il rispetto delle procedure, per la tenuta dello Stato di diritto, per la credibilità delle istituzioni. Nell’universo trumpiano viene misurato invece su un altro parametro: quanto rapidamente, quanto duramente, quanto creativamente riesce a trasformare l’apparato federale in uno strumento di rappresaglia politica.
Per questo la sua cacciata non rassicura affatto. Anzi inquieta. Perché se persino una figura così allineata viene espulsa, significa che il criterio di selezione si sta spostando ancora più in là: non più soltanto fedelissimi, ma fedelissimi capaci di colpire meglio. Il punto non è che Trump abbia scoperto i limiti della politicizzazione della giustizia. Il punto è che vuole politicizzarla con maggiore rendimento.
Si capisce allora anche il significato del nome di Todd Blanche. Non un tecnico distante, non una figura di riequilibrio, ma l’ex avvocato personale di Trump, già pienamente inserito nel suo ecosistema di fiducia. Reuters e People riportano che Blanche guiderà il Dipartimento ad interim, mentre attorno a Zeldin si muovono le voci sulla successione definitiva. Il messaggio è netto: nessuna marcia indietro, nessun ritorno alla separazione dei poteri, nessuna ricostruzione della distanza tra il presidente e la giustizia. Solo un passaggio di mano dentro lo stesso circuito di fedeltà.
C’è poi un dettaglio quasi crudele, ma rivelatore. Trump ha accompagnato il licenziamento con il solito linguaggio mellifluo, dicendo che Bondi passerà a un “nuovo lavoro tanto necessario e importante nel settore privato”, mentre lei ha risposto parlando del “più grande onore della vita”. È il cerimoniale dell’umiliazione addolcita. La vittima deve ringraziare, il capo deve apparire generoso, e il sistema deve far finta che tutto sia ordinato. Ma sotto la superficie resta il dato politico: Bondi è stata consumata dal medesimo meccanismo che aveva contribuito a rafforzare.
La verità è che Trump non vuole ministri. Vuole strumenti. E gli strumenti, quando non funzionano, si sostituiscono. Non importa quanto abbiano servito. Non importa quanta devozione abbiano esibito. Non importa se abbiano sacrificato reputazione, autonomia, dignità istituzionale. Nel trumpismo il servilismo non produce sicurezza: produce soltanto una forma più rapida di usura.
Pam Bondi esce così di scena come una figura quasi paradigmatica. Non la resistente epurata per aver difeso la legge, ma la lealista caduta perché non è riuscita a piegare abbastanza la legge alla volontà del capo. È una distinzione decisiva. E spiega perché questo non sia un episodio di folklore di corte, ma un altro passo nella degradazione dell’idea stessa di governo costituzionale negli Stati Uniti.
Alla fine resta una domanda che va oltre Bondi. Se il procuratore generale cade perché non punisce abbastanza i nemici del presidente, che cosa resta dello Stato di diritto? Resta una facciata, forse. Restano gli edifici, i sigilli, le conferenze stampa. Ma il principio si svuota. E quando la giustizia non è più chiamata a essere giusta, ma utile, la democrazia entra in una zona più scura di quanto molti, ancora oggi, vogliano ammettere.
