Anniversario della “Strage degli innocenti” di Pizzolungo per mano mafiosa
La memoria di Barbara Rizzo e dei gemellini Giuseppe e Salvatore Asta interroga ancora l’Italia sul volto più disumano della mafia: quello che considera sacrificabile anche l’innocenza.
Era una mattina di sole, una strada verso la scuola, una madre con i suoi due bambini. Poi l’autobomba destinata al magistrato Carlo Palermo fece esplodere a Pizzolungo (TP) non soltanto un attentato di mafia, ma una verità più terribile: per Cosa nostra non esistono innocenti, esistono solo vite sacrificabili. A quarantun’anni da quel 2 aprile 1985, Barbara Rizzo e i piccoli Giuseppe e Salvatore Asta restano il simbolo più atroce di tutte le cosiddette vittime collaterali, espressione fredda e ingannevole che non riesce a dire l’abisso morale di una ferocia capace di fare a pezzi una famiglia.
Ci sono stragi che restano nella memoria pubblica come una data. E ce ne sono altre che dovrebbero restarci dentro come una ferita morale. Pizzolungo appartiene a questa seconda specie. Perché il 2 aprile 1985 non fu soltanto un attentato mafioso fallito contro un magistrato coraggioso, Carlo Palermo. Fu qualcosa di ancora più rivelatore e spaventoso: la manifestazione nuda della verità mafiosa, che non conosce misura, non conosce innocenti, non conosce limite. Fu la prova che la mafia, quando colpisce, non “sbaglia” davvero mai, perché il suo bersaglio ultimo non è solo un uomo da eliminare, ma l’idea stessa di una convivenza umana fondata su legge, fiducia, quotidianità.
Era una mattina di sole, e proprio per questo il racconto di Pizzolungo è quasi insopportabile. Barbara Rizzo stava facendo ciò che milioni di madri fanno senza pensare: accompagnava a scuola i suoi figli, i gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, sei anni appena, sorrisi belli, quell’età in cui il mondo non è ancora diventato duro, in cui la strada verso la scuola è ancora un gesto d’amore ripetuto. In quella normalità c’era tutto: la maternità, l’infanzia, il rito quotidiano, la bellezza semplice della vita che va avanti. E proprio lì, in quel frammento ordinario e luminoso, la mafia fece esplodere il suo inferno.
Questo è il punto che non bisogna mai lasciare scivolare nella retorica. Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore non furono soltanto tre vittime innocenti. Furono il volto concreto di ciò che la mafia considera sacrificabile. E per questo parlare di “vittime collaterali”, in casi come questo, è quasi insopportabile. L’espressione nasce dal linguaggio tecnico, militare, burocratico, e pretende di descrivere il danno non previsto. Ma davanti a Pizzolungo essa si rivela per ciò che è spesso: una formula che anestetizza. Perché non c’è nulla di collaterale nella morte di una madre e di due bambini fatti a pezzi mentre vanno a scuola. Non c’è nulla di laterale nell’innocenza devastata. Non c’è nulla di secondario in una macchia rossa su un muro a duecento metri di distanza, che diventa il sigillo visibile di una barbarie.
Le mafie hanno sempre cercato di costruirsi, agli occhi di alcuni, una falsa antropologia: quella di poteri criminali sì spietati, ma “razionali”, “regolati”, quasi selettivi nella violenza. Pizzolungo smentisce tutto questo. La mafia non è mai chirurgica. La mafia è sempre totalitaria nella sua logica profonda, anche quando appare tattica nei mezzi. Essa pretende di piegare il territorio alla propria sovranità e, per farlo, accetta in anticipo che qualunque vita possa essere travolta. Un magistrato da eliminare, una strada da trasformare in trappola, una famiglia che passa nel momento sbagliato: tutto diventa materiale disponibile. La mafia non uccide soltanto persone; uccide il senso stesso della distinzione tra colpa e innocenza, perché sottopone ogni esistenza alla propria volontà di dominio.
È qui che la nozione di vittima collaterale mostra il suo inganno. Collaterale rispetto a chi? Rispetto al giudice bersaglio dell’attentato? Rispetto all’obiettivo strategico di Cosa nostra? Rispetto alla cronaca che ricostruisce la dinamica? Ma la coscienza morale non può parlare così. Barbara e i suoi bambini non sono una parentesi dentro un attentato contro altri. Sono il centro della nostra indignazione. Sono il luogo in cui la mafia si rivela in tutta la sua oscenità. Ogni volta che un potere criminale o terroristico mette in conto la morte di innocenti come prezzo accettabile, quegli innocenti cessano di essere “collaterali”: diventano la verità del sistema che li ha annientati.
E poi c’è un altro aspetto, spesso meno raccontato ma altrettanto decisivo: la strage non finisce con l’esplosione. Continua nelle vite spezzate dei superstiti. Arriva nei primi soccorritori, nello smarrimento, nella polvere, nei resti irriconoscibili. Arriva in Nunzio Asta, marito e padre, che si trova trascinato dentro un dolore che nessuna lingua può davvero dire, fino a un cuore già fragile che si spegne pochi anni dopo. Arriva in Margherita, la figlia maggiore, costretta a sopravvivere all’assenza di una madre, di due fratellini, di un padre consumato dal lutto. La mafia non uccide una volta sola: prolunga la propria violenza nel tempo, nelle famiglie, nelle case svuotate, negli anniversari, nei silenzi. Anche per questo il lessico freddo delle “conseguenze collaterali” è moralmente indecente: perché non registra il raggio umano della devastazione.
Pizzolungo, in fondo, insegna anche qualcosa di più ampio sulla storia italiana. Ci ricorda che la lotta alla mafia non è stata solo un conflitto tra Stato e criminalità. È stata, e resta, una lotta per la protezione della vita ordinaria. Perché ogni volta che la mafia alza il livello dello scontro, ciò che viene colpito non è solo il magistrato, il poliziotto, il giornalista, il politico scomodo. Viene colpita la fiducia elementare con cui una madre accompagna i figli a scuola. Viene colpita la convinzione che il bene quotidiano sia difendibile. Viene colpita la serenità minima che permette a una società di dirsi civile. La mafia vuole questo: non soltanto l’impunità, ma la pedagogia della paura. Vuole insegnare che nessuno è davvero al sicuro, che tutto può saltare in aria, che la vita comune è appesa all’arbitrio del potere criminale.
Per questo ricordare Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore Asta non è un gesto di semplice commemorazione. È un atto di verità. È rifiutare ogni narrazione che separi i “veri bersagli” dalle “vittime accidentali”, come se ci fosse una gerarchia del dolore. No: a Pizzolungo la mafia non ha solo mancato un giudice. Ha colpito il cuore stesso dell’umano. Ha mostrato che quando il male si organizza come sistema di potere, l’innocenza diventa il primo ostacolo da travolgere, non perché sia colpevole di qualcosa, ma perché ricorda con la sua sola esistenza che esiste un ordine diverso da quello del terrore.

In Italia abbiamo avuto talvolta il vizio di fare memoria in modo selettivo: alcuni nomi diventano monumenti pubblici, altri restano ai margini, affidati alla generosità di familiari, associazioni, insegnanti, cittadini fedeli. Ma una nazione giusta si misura anche da questo: da come custodisce i nomi che non devono essere consumati dalla distrazione. Giuseppe e Salvatore, sei anni. Barbara, trent’anni. Dire i loro nomi è già sottrarli a quella seconda morte che è l’oblio. Ed è anche impedire che il linguaggio tecnico, giudiziario o giornalistico sottragga al male la sua qualità morale.
La verità è semplice e terribile: la mafia non ha vittime collaterali, ha vittime innocenti che mette in conto. E proprio questo la rende incompatibile non solo con lo Stato, ma con ogni idea umana di società. Pizzolungo ci obbliga allora a una vigilanza più severa anche sulle parole. Perché le parole possono rendere giustizia oppure attenuare. Possono chiamare le cose con il loro nome oppure coprirle di formule. E qui il nome giusto è uno solo: strage dell’innocenza.
A quarantun ’anni da quel 2 aprile, la tentazione più sottile non è negare, ma abituarsi. Pensare che si tratti di una pagina chiusa, di una Sicilia lontana, di un orrore archiviato nei libri di storia della mafia. Non è così. Pizzolungo resta una lezione aperta. Ogni volta che un potere criminale, mafioso, terroristico o perfino statale accetta la morte di innocenti come costo sopportabile, Pizzolungo ritorna. Ogni volta che la ragione di forza pretende di giustificarsi con i propri fini, Pizzolungo parla. Ogni volta che la società smette di indignarsi davvero e si rifugia nella neutralità del gergo, Pizzolungo ci accusa.
Per questo, sì: non dimentichiamo questi nomi. Ma non limitiamoci a ricordarli. Lasciamo che ci giudichino. Ci chiedano se abbiamo imparato a chiamare male il male. Ci domandino se abbiamo davvero compreso che una civiltà si difende non solo arrestando i colpevoli, ma custodendo il volto dei suoi innocenti. Ci obblighino a non usare mai più, davanti a una madre e a due bambini massacrati, l’espressione comoda e disumana di “vittime collaterali”.
Perché a Pizzolungo non esplose solo un’autobomba. Esplose la maschera della mafia. E sotto quella maschera apparve, una volta di più, il suo vero volto: quello di una ferocia che non guarda in faccia nessuno, neppure il sorriso di due bambini sulla strada per la scuola.
Nel giorno dell’anniversario, il ricordo della strage di Pizzolungo non è soltanto un dovere civile, ma una verifica della nostra coscienza pubblica: perché la mafia colpisce lo Stato, ma soprattutto vuole spezzare la fiducia della vita quotidiana, e nulla smaschera il suo vero volto più della morte di una madre e di due bambini in cammino verso la scuola.

