Dalla Corte suprema al Cio, una stagione di restrizioni sui diritti trans rilancia domande antiche sul corpo, la persona e la legge
C’è una parola che il dibattito contemporaneo sui diritti delle persone transgender ha espunto con cura quasi chirurgica dal proprio vocabolario: realtà. Non per malizia, forse, ma per quella singolare forma di pudore ideologico che preferisce l’astrazione alla cosa, il concetto all’esperienza, il sistema alla persona.
Eppure è proprio dalla realtà — dalla sua resistenza, dalla sua ostinata opacità — che una riflessione di biodiritto ispirata alla tradizione cattolica deve necessariamente partire. Non per chiudersi in essa come in una fortezza, ma per abitarla con quella serietà che il rispetto per l’essere umano esige.
Il corpo non è un errore
La tradizione cattolica, da Agostino a Tommaso, da Giovanni Paolo II alla Donum vitae, ha sempre insistito su un principio che potrebbe sembrare ovvio e che invece risulta oggi radicalmente controverso: il corpo umano non è un involucro neutro dell’io, uno strumento disponibile alla volontà, una materia grezza da plasmare secondo il progetto soggettivo. È, al contrario, parte costitutiva della persona, luogo di relazione, di dono e di limite. La differenza sessuale — maschile e femminile — appartiene a questa struttura corporea non come accidente biologico ma come significato incarnato.
La Teologia del Corpo di Karol Wojtyła ha elaborato con profondità filosofica questa intuizione: il corpo parla un linguaggio. Il sesso non è un dato bruto da superare, ma un appello a cui rispondere. Ciò non significa — e qui sta la sottigliezza che spesso sfugge ai detrattori — che chi non si riconosce in questo appello sia automaticamente in malafede o in peccato. Significa che il corpo porta in sé una domanda che non si risolve semplicemente cambiandone i termini.
Il diritto naturale e le sue tentazioni
Dal versante del biodiritto, la questione si pone in termini parzialmente diversi ma convergenti. La tradizione giusnaturalistica cattolica — quella che da Grozio a Finnis ha tentato di fondare i diritti umani su una base razionale condivisa, non confessionale — sostiene che esistono beni umani fondamentali che nessuna legislazione può impunemente ignorare. Tra questi: l’integrità corporea, la verità nelle relazioni, la tutela dei minori dalla strumentalizzazione ideologica.
È su quest’ultimo punto che le recenti decisioni americane — pur nelle loro formidabili differenze — sollevano una questione legittima, spesso naufragata nel frastuono della polemica. Le cosiddette terapie di conversione sono, nella loro versione coercitiva e pseudoscientifica, moralmente inaccettabili anche dal punto di vista cattolico: la fede non si impone con la violenza psicologica, e la Chiesa stessa — almeno nella sua migliore tradizione — non ha mai equiparato la sofferenza identitaria a un difetto da correggere con metodi para-comportamentali. Ma altra cosa è chiedersi se sia legittimo che un genitore, assistito da un professionista, cerchi — nel dialogo e non nella coercizione — di aiutare un figlio minorenne a esplorare la propria identità senza precipitare verso interventi medici irreversibili. Questa distinzione il dibattito pubblico fatica enormemente a fare.
Il paradosso della libertà senza corpo
Vi è poi un paradosso filosofico che la posizione cattolica è forse meglio attrezzata di altre a illuminare. Il discorso contemporaneo sui diritti trans si fonda spesso su un’idea di libertà radicalmente individualistica: l’identità è ciò che il soggetto dice di essere, punto. Il corpo, in questa visione, deve adeguarsi all’io o essere ignorato.
Ma una libertà che non fa i conti con la propria finitezza corporea non è una libertà più grande: è una libertà astratta, che rischia di diventare tirannia — anzitutto su se stessa. Il corpo resiste, soffre, invecchia, si ammala. Una medicina e un diritto che non assumono questa resistenza come punto di partenza ma come ostacolo da eliminare rischiano di trasformare la persona in progetto e il medico in tecnico dell’identità.
Questo non significa negare la sofferenza reale di chi vive una condizione di gender dysphoria — sofferenza che la cura pastorale cattolica è chiamata ad accogliere con misericordia. Significa chiedersi se la risposta migliore a quella sofferenza sia sempre e necessariamente la trasformazione del corpo, oppure se esistano altre vie — spirituali, psicologiche, relazionali — che il paradigma dominante tende sistematicamente a scartare.
Sulla questione dello sport: la giustizia non è una definizione
Sulla decisione del Comitato Olimpico Internazionale occorre dire una parola a parte, perché lì la questione si complica ulteriormente. L’uso del gene Sry come criterio discriminante è scientificamente fragile, come riconoscono gli stessi genetisti. E discriminare le persone intersex — che non hanno scelto nulla, che sono nate in quella condizione — sulla base di un test parziale è difficilmente compatibile con quella cura per i casi particolari che la tradizione morale cattolica chiama epicheia: la giustizia che sa guardare la singola persona oltre la norma astratta.
La questione sportiva è reale: la parità di competizione è un bene che merita tutela. Ma le soluzioni grossolane — test genetici obbligatori, esclusioni totali — rischiano di produrre più ingiustizie di quante ne risolvano. Qui il biodiritto cattolico, che ha sempre diffidato dell’ingegneria sociale applicata alle persone come se fossero categorie, dovrebbe dirlo chiaramente.
La persona prima della categoria
Il rischio simmetrico di questo tempo è duplice. Da un lato, una cultura progressista che tende a dissolvere ogni ancoraggio corporeo dell’identità in nome di una libertà assoluta e autofondata. Dall’altro, una reazione politica — quella incarnata dall’amministrazione Trump e da certa destra mondiale — che usa la questione transgender non per tutelare le donne o i bambini, ma come strumento di mobilitazione elettorale e di esclusione sistematica.
Il biodiritto cattolico non è chiamato a schierarsi con nessuno dei due fronti. È chiamato a qualcosa di più difficile: tenere insieme la verità del corpo e la dignità della persona; la ragionevolezza della norma e la misericordia verso il caso singolo; il realismo sulla natura umana e la coscienza che quella natura è ferita, e dunque sempre più complessa di qualsiasi definizione.
Come scriveva Romano Guardini — teologo che aveva capito prima di molti altri la malattia moderna — il problema dell’uomo non si risolve eliminando il limite, ma abitandolo. È una lezione che vale anche — e forse soprattutto — in questo tempo di confusione e di bandiere.
Tra chi vuole cancellare ogni ancoraggio biologico dell’identità e chi usa le persone transgender come bersaglio politico, il biodiritto cattolico è chiamato a una terza via: tenere insieme la verità della carne e la dignità di chi soffre. Senza resa né rancore
Nota dell’autore: Il presente elzeviro espone le argomentazioni proprie della tradizione del biodiritto cattolico e del giusnaturalismo cristiano. Non rappresenta un giudizio verso chi soffre la disforia di genere a ogni livello, né esaurisce la complessità scientifica ed etica dei temi trattati.
