C’è qualcosa di profondamente istruttivo, e al tempo stesso di comicamente desolante, nella notizia che ventidue monaci buddisti siano stati fermati all’aeroporto internazionale di Bandaranaike con duecentoquaranta libbre di cannabis nascoste tra caramelle e materiale scolastico. La scelta dei contenitori di copertura, bisogna ammetterlo, possiede una sua austera ironia: i dolci per i bambini e i libri per la mente, a fare da anticamera spirituale all’hashish.
Il Buddha, si ricorderà, fondò il suo insegnamento su quattro nobili verità e su un ottuplice sentiero. Nessuno dei gradini di quel cammino prevedeva il trasporto di kush nel doppiofondo di un trolley. Eppure eccoci qui.
Quello che colpisce non è tanto la trasgressione in sé — la storia umana è lastricata di santi caduti e di tonache macchiate — quanto la geometria dell’operazione. Ventidue uomini. Tutti monaci. Tutti con undici libbre di stupefacenti a testa, confezionate, si legge, «in modo molto intelligente». Un uomo d’affari anonimo aveva pagato voli e alloggio. Qualcuno li aspettava fuori, pronto a ritirare il carico, e alla notizia degli arresti se l’è data a gambe — salvo poi essere rintracciato martedì in un sobborgo di Colombo, evidentemente convinto che l’impermanenza di tutte le cose si applicasse anche alle indagini di polizia.
Vi è, in questa vicenda, la struttura perfetta di una parabola — peccato che vada nella direzione opposta a quelle che i monaci erano tenuti a raccontare. Il distacco dai beni materiali: disatteso, considerato che il carico valeva circa tre milioni e mezzo di dollari. La rinuncia al desiderio: accantonata. La via di mezzo: interpretata, si direbbe, come la rotta aerea più conveniente tra Bangkok e Colombo.
Non è la prima volta che la veste religiosa viene usata come scudo o come camuffamento. Ma c’è qualcosa di particolarmente straniante nell’immagine di questi giovani uomini — molti sui vent’anni, dice la polizia — che si presentano al controllo doganale con la testa rasata, la tunica arancione e le valigie cariche di stupefacenti. Come se l’abito facesse il monaco, o almeno potesse distrarre il funzionario di turno.
Lo Sri Lanka è un paese a stragrande maggioranza buddhista. Il buddismo theravāda è lì non solo una fede privata ma un elemento costitutivo dell’identità nazionale, un patrimonio custodito con orgoglio secolare. Il danno di questa storia, dunque, non è soltanto giudiziario. È simbolico, e il simbolico — lo sapevano bene i monaci, prima di imbarcarsi — pesa spesso più del reale.
Resta una domanda che la cronaca non scioglie: cosa avrà pensato, in quell’istante di silenzio prima degli arresti, ciascuno di quei ventidue uomini? Se la meditazione insegna a osservare i propri pensieri senza giudicarli, è lecito immaginare che quella mattina all’aeroporto di Colombo i pensieri fossero particolarmente difficili da contemplare con equanimità.
Il tribunale di Negombo li giudicherà secondo la legge degli uomini. Per il resto, si arrangino.
