Con l’Iran Trump si gioca la sua credibilità?
C’è una frase, pronunciata quasi di passaggio in uno dei tanti podcast americani che commentano la guerra in Iran, che vale più di qualsiasi analisi geopolitica. La pronuncia Matt Duss, vicepresidente del Center for International Policy: “Questa è come l’orribile versione della cover band zoppa del peggio della politica estera americana”. Una cover band. Che suona male gli stessi pezzi sbagliati. Con gli stessi errori, le stesse illusioni, gli stessi meccanismi di autoingannamento collettivo che portano sempre, invariabilmente, dalla stessa parte: dentro una guerra che non si riesce a finire.
Siamo alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è effettivamente chiuso. Il prezzo del petrolio ha superato i centodieci dollari al barile. I prezzi dei fertilizzanti sono aumentati del cinquanta per cento. L’approvvigionamento alimentare globale — non solo energetico, alimentare — è sotto pressione. Nelle Filippine si sciopera per il prezzo del diesel, raddoppiato in un mese. In India rischiano di mancare i concimi per la stagione delle semine. In Europa si discute dei piani per riaprire lo Stretto con le proprie navi da guerra. Tredici soldati americani sono morti. Oltre millecinquecento civili iraniani. Più di mille in Libano. E il Congresso americano — il Congresso — non sa ancora quanto costi questa guerra al giorno.
“Vorrei saperlo,” ha detto il presidente del Comitato di bilancio della Camera. “So che esiste.”
Proviamo a fare ordine, anche se il materiale che abbiamo — i briefing classificati trapelati, le dichiarazioni contraddittorie, i podcast di falchi e colombe che si confrontano sull’abisso — suggerisce che l’ordine non esiste nemmeno nelle stanze dove si decide.
Da una parte c’è la narrativa ufficiale: l’Iran stava per diventare una potenza nucleare con missili balistici intercontinentali, un trilione di dollari di riserve sbloccate dagli accordi Obama, le delegazioni terroristiche intatte, la presa sullo Stretto. Qualcuno doveva fermarla. Trump era l’unico presidente disposto a farlo. La finestra si stava chiudendo. Meglio ora, con l’Iran già indebolito da mesi di attacchi israeliani, che fra cinque anni con un Iran atomico e impossibile da fermare.
C’è una coerenza in questo argomento. Non è del tutto irragionevole. Mark Dubowitz, il principale teorico dei falchi iraniani, la espone con lucidità nei suoi podcast: le capacità missilistiche iraniane sono state gravemente degradate, la marina decimata, il programma nucleare ulteriormente rallentato. Se si arriva a un accordo che “defanga” il regime — che gli tolga i denti — questo può essere descritto come un successo parziale. Forse persino significativo.
Dall’altra parte c’è la realtà di ciò che sta accadendo. Lo Stretto è chiuso. I mercati hanno già subito lo shock. La domanda di truppe di terra — smentita da Rubio a Parigi, ma smentita con quella particolare enfasi che tradisce l’ansia di chi sa che l’alternativa è sul tavolo — non è scomparsa. Il Pentagono ha chiesto duecento miliardi di dollari, non come costo finale, ma come acconto: parola usata da una deputata democratica che ha partecipato ai briefing classificati. E soprattutto, dopo quattro settimane di guerra, i negoziatori iraniani “non hanno ancora chiarito chi prenderà parte ai colloqui”, mentre il regime di Teheran — quello che si voleva indebolire — sta formalizzando un sistema di pedaggi sullo Stretto con atti parlamentari. Non sembra la postura di qualcuno che si sta arrendendo.
La vera domanda — quella che le conversazioni più oneste, da Christopher Caldwell a Ezra Klein sul New York Times, cercano di formulare senza riuscirci del tutto — non è se l’Iran sia un pericolo. È se questa guerra abbia una strategia. E la risposta, detta con parole diverse da commentatori, legislatori e persino sostenitori dell’amministrazione, è: no.
“Non c’era nessun piano, nessuna strategia,” ha riferito Sara Jacobs, membro del Comitato per i servizi armati della Camera, dopo i briefing classificati del Pentagono. “I briefer non potevano articolare un finale, e siamo a tre settimane in questa guerra.”
Tre settimane. Quasi un mese di guerra nel cuore del Golfo Persico, senza che qualcuno al Pentagono sia riuscito a dire al Congresso degli Stati Uniti come si finisce. Gli americani, stando ai sondaggi, sostengono la guerra nella misura in cui non la capiscono ancora appieno. Solo il sette per cento è favorevole a un attacco su larga scala. Solo il trentaquattro per cento accetterebbe truppe delle forze speciali sul terreno. Eppure le truppe si stanno ammassando. Le scadenze vengono prorogate e poi ripristinate. Trump posta sul suo social network “È meglio che diventino seri presto, prima che sia troppo tardi, perché una volta che ciò accade, NON C’È MODO DI TORNARE INDIETRO”, e nel tono ansioso di quelle lettere maiuscole si legge tutto: non la sicurezza del vincitore, ma la paura di chi si trova in mezzo a qualcosa che non controlla del tutto.
Christopher Caldwell, intellettuale conservatore e uno dei più raffinati teorici del trumpismo, ha scritto in queste settimane un saggio intitolato “La fine del Trumpismo”. L’argomento è netto: questa guerra è “selvaggiamente incoerente con i desideri della propria base”. Tucker Carlson, Joe Rogan, Megyn Kelly — le voci che più avevano amplificato il messaggio America First, il messaggio anti-interventista, il messaggio del “non mandiamo i nostri ragazzi a morire per interessi estranei” — hanno reagito con incredulità. Non con opposizione aperta: con incredulità.
Il punto di Caldwell è sottile ma devastante. Trump aveva costruito il suo consenso anche su una promessa implicita: questa cosa non la farò. Posso fare molte cose folli, ma non porterò l’America in un’altra guerra mediorientale. Finché quella promessa reggeva, i sostenitori sapevano dove si trovavano. Adesso non lo sanno più. E quando non sai più dove ti trovi con il tuo leader, non è che smetti di seguirlo: è che inizi a seguirlo con meno fiducia, con meno certezza, con quella leggera vertigine che anticipa il distacco.
Nei sondaggi, per ora, non si vede. La base resiste. Ma i sondaggi sono istantanee, e le guerre — questo è forse l’unico dato certo nella storia militare — sono processi. Non si entra in una guerra come si entra in un negozio. Si entra come si entra in un labirinto: convinti di conoscere l’uscita, e la si trova solo dopo aver capito di non averla mai conosciuta davvero.
Robert McNamara lo scrisse nelle sue memorie, con la franchezza tardiva di chi ha vissuto abbastanza a lungo da dover fare i conti con se stesso: durante il Vietnam, la CIA avvertiva che ritirarsi sarebbe stato “dannoso per il prestigio degli Stati Uniti”, e questo bastò a prolungare il conflitto per anni, consumando decine di migliaia di vite in nome di una faccia da salvare. In Iraq e in Afghanistan, i generali promettevano ogni anno che un’altra ondata di truppe, un’altra grande offensiva, avrebbe cambiato le cose. Non cambiava mai.
Jason Crow, veterano di combattimento e membro democratico del Comitato per i servizi armati, lo dice con l’autorità di chi ha combattuto: “Mai prima d’ora, tuttavia, l’America è arrivata alla soglia di un pantano così rapidamente, con così tanti avvertimenti anticipati sugli errori precisi che stava commettendo.” Sappiamo cosa stiamo facendo di sbagliato. Lo sappiamo in tempo reale. Lo diciamo nei podcast, nelle aule del Congresso, nelle colonne dei giornali. E lo facciamo lo stesso.
C’è un termine clinico per questo: compulsione da ripetizione. L’ossessivo ritorno allo stesso schema, anche quando si sa che è disfunzionale, anche quando si è consapevoli del danno che produce. Una nazione che ha speso vent’anni a fare i conti con l’Iraq, che ha eletto due presidenti di fila sulla promessa di non ripetere quegli errori, che ha dato la presidenza a un uomo che si era candidato — almeno a parole — come candidato della pace: quella nazione, quattro settimane fa, ha iniziato un’altra guerra nel Golfo Persico senza un piano, senza una strategia di uscita, senza che il Congresso sapesse quanto costasse al giorno.
Nel frattempo, a tremila navi ferme sulle acque del Golfo — in attesa di un permesso iraniano per attraversare uno Stretto che l’umanità aveva sempre considerato internazionale — corrisponde un mondo che paga il conto di una decisione presa da pochi, in fretta, senza consultare nessuno. Il prezzo del grano salirà. Il prezzo dei fertilizzanti è già salito. Nelle Filippine si sciopera. In Africa si contano le scorte di cibo. In Europa si convoca il G7 dei ministri degli Esteri.
E in una casa di Teheran, Ahmad Kiarostami — figlio del grande regista Abbas, che vive in California — guarda le foto delle finestre rotte della casa paterna e scrive: “Non credo che rivedrò quella casa mai più nella mia vita.” Non odia solo la guerra. Odia anche il regime che ha portato l’Iran fin qui. Vorrebbe poter condannare entrambi. “Posso essere entrambi?”, chiede, con quella domanda semplice che contiene tutta la tragedia di chi è schiacciato tra violenze che non ha scelto.
Sì, può. Può essere entrambi. Il problema è che le guerre, una volta iniziate, non lasciano molto spazio alle sfumature. Scelgono da sole da che parte mettere la gente. E quando finiscono — se finiscono — lasciano dietro di sé macerie che non sono mai solo di mattoni.
