Un ricordo della martoriata ma resiliente terra del Libano

C’è un posto a Beirut dove il tempo si è inceppato. Non si è fermato — il tempo non si ferma mai, nemmeno nei luoghi che sembrano dimenticati dal mondo — ma gira su se stesso, come un disco rotto, ripetendo lo stesso solco di dolore.

Si chiama Shatila. E accanto a lei, Sabra.

Nati nel 1949 come campi provvisori per i profughi palestinesi della prima guerra arabo-israeliana, questi due agglomerati alla periferia di Beirut incarnano una delle più lunghe illusioni della storia contemporanea: quella del “temporaneo” che diventa eterno. Decennio dopo decennio, ai palestinesi si sono aggiunti libanesi in fuga dalla guerra civile, poi siriani, poi altri ancora. Il provvisorio ha messo radici, ha alzato muri sbilenchi, ha intasato i vicoli di tubi dell’acqua e fili della luce. Oggi ci vivono almeno trentamila persone in uno spazio pensato per qualche migliaio.

Ma è il settembre del 1982 la data che trasforma questi due nomi in una ferita della coscienza collettiva.

Mentre le truppe israeliane — agli ordini del generale Ariel Sharon — circondavano i campi tenendoli sotto controllo con razzi illuminanti nella notte, le milizie cristiano-falangiste libanesi vi entrarono indisturbate. Per tre giorni massacrarono civili palestinesi e libanesi: anziani, donne, bambini. Le stime dei morti oscillano tra le settecento e le tremila vittime, a seconda delle fonti. I corpi vennero trovati nei vicoli, nelle case, ammassati negli androni. La Commissione Kahan, istituita dallo stesso governo israeliano, definì Sharon “indirettamente responsabile” per non aver impedito il massacro, sapendo cosa stava accadendo. Fu costretto a dimettersi da ministro della Difesa.

Il mondo guardò, inorridì, e poi voltò pagina.

massacro a shabra e chatila

È quella la costante che pesa come una pietra su Sabra e Shatila: l’essere visti nel momento dell’orrore, e ignorati in tutto il resto del tempo. Osservati quando il sangue scorre, invisibili quando si tratta di costruire scuole degne, garantire acqua potabile, riconoscere diritti. In Libano i palestinesi non possono acquistare proprietà, sono esclusi da decine di professioni, non hanno accesso al sistema sanitario pubblico. Vivono in una sospensione giuridica che somiglia alla pena senza processo.

E intanto i bambini crescono. Giocano a calcio con palloni malandati tra lamiere e rifiuti. Sognano di diventare piloti, medici, calciatori. Hanno sogni normalissimi in un contesto che normale non è per niente. Alle loro spalle, sui muri, i murales celebrano i caduti della “resistenza”: giovani poco più grandi di loro, fotografati con il kalashnikov in pugno, diventati icone prima ancora di diventare adulti.

La “causa palestinese” — quella legittima, fatta di autodeterminazione e giustizia — viene continuamente usata e strumentalizzata: dalle potenze regionali che la agitano come bandiera nei propri calcoli geopolitici, dai movimenti armati che la trasformano in carburante per il conflitto perpetuo, dalla comunità internazionale che la evoca nei discorsi e la dimentica nelle politiche. I palestinesi di Shatila lo sanno, e lo dicono con una lucidità disarmante: siamo soli.

L’acqua che arriva nelle loro case è salata. Non si può bere. Ma — dice qualcuno con quella forma di ironia amara che nasce solo da una lunga consuetudine con la privazione — è meglio di niente.

In fondo, è questo il riassunto di Sabra e Shatila: un posto dove “meglio di niente” è diventato, nel tempo, l’orizzonte del possibile. E dove i nipoti di chi fuggì da Acri e da Haifa conoscono quelle città solo attraverso i racconti dei nonni e i murales sulle strade — una geografia dell’assenza dipinta sui muri, unica forma di ritorno concessa.

Finché il mondo continuerà a voltare pagina, quei muri continueranno a parlare. Con colori sempre più sbiaditi, ma con una voce che non si è ancora rassegnata al silenzio.


sabra e chatila oggi