Effetto Iran. La premier Meloni è in Algeria per forniture alternative di gas.

C’è qualcosa di antico, quasi medievale, nel modo in cui i leader europei si recano in pellegrinaggio ad Algeri. Prima Giorgia Meloni, il 25 marzo. Il giorno dopo, il ministro degli Esteri spagnolo Albares Bueno. Come ambasciatori di corti rivali che bussano alla porta dello stesso sultano, ognuno con le proprie offerte, ognuno con la propria urgenza mal celata.

Il Mediterraneo, si sa, è sempre stato un corridoio di potere travestito da rotta commerciale. Ma quello che stiamo vivendo in queste settimane è qualcosa di più: è il momento in cui le fragilità strutturali dell’Europa energetica vengono improvvisamente illuminate da una luce cruda e impietosa.

La guerra contro l’Iran ha fatto quello che nessuna conferenza sul clima o nessun piano REPowerEU era riuscito a fare davvero: ha reso visibile, con l’evidenza dei prezzi alle stelle e delle forniture che si assottigliano, quanto il vecchio continente rimanga esposto agli umori di regioni lontane e instabili. Lo Stretto di Hormuz si è chiuso — almeno parzialmente — e l’onda d’urto è arrivata fin dentro le bollette di Milano e Madrid. Il Qatar, che garantiva quasi metà del GNL italiano, ha invocato la forza maggiore sui contratti. Una parola che nel gergo legale significa “caso straordinario imprevedibile” ma che nella realtà della geopolitica significa semplicemente: eravamo troppo esposti.

E allora si corre. Si tratta. Si vola ad Algeri.

Il problema è che si corre ognuno per sé. Gonzalo Escribano dell’Istituto Reale Elcano ha usato un’espressione che vale più di mille comunicati ufficiali: “competizione interna all’UE”. Italia e Spagna stanno essenzialmente facendo offerte al rialzo per gli stessi metri cubi di gas algerino, in un mercato dove la capacità di incremento dell’offerta è strutturalmente limitata. Algeri produce meno della metà di quanto produce Doha. Il suo consumo interno cresce. La sua produzione è in calo.

In questo scenario, l’Algeria ha acquisito una leva negoziale che non aveva da anni. Sonatrach, la compagnia di stato, starebbe già chiedendo che le eventuali forniture aggiuntive vengano acquistate sul mercato spot — dove i prezzi sono sensibilmente più alti rispetto ai contratti a lungo termine. È il mercato che parla, certo. Ma è anche Algeri che sa di avere in mano carte buone, almeno per ora.

Meloni ha parlato di “consolidare la cooperazione” e di “nuove prospettive nell’offshore”. Parole che nei comunicati diplomatici equivalgono spesso a un gentile “vedremo”. Quello che emerge, al netto della retorica, è che il viaggio ha prodotto più segnali di intenzione che impegni concreti. L’urgenza c’è, i volumi no.

Sullo sfondo, la Libia. Un paese con le maggiori riserve petrolifere del continente africano, che ha completato il suo primo ciclo di concessioni in diciassette anni — e per metà dei blocchi non ha trovato compratori. TotalEnergies ha riavviato un giacimento. Eni ha annunciato nuove scoperte. Ma l’instabilità politica libica è una variabile che non si risolve con un accordo di esplorazione: è un problema di Stato, nel senso letterale del termine.

La crisi attuale, dunque, mette a nudo una contraddizione che l’Europa porta con sé da anni: si è diversificata dagli idrocarburi russi senza diversificare davvero la propria vulnerabilità, semplicemente spostandola verso altri fornitori ugualmente concentrati e ugualmente esposti a sconvolgimenti geopolitici. Il gas qatariota era sembrato una soluzione. Ora è parte del problema.

Quello che serve — e che manca — è una politica energetica europea davvero comune, capace di negoziare come blocco unico invece di mandare ogni capitale a fare la fila separatamente davanti agli stessi sportelli. Fin quando Roma e Madrid si faranno concorrenza per gli stessi tubi, Algeri non avrà alcun incentivo a fare sconti. E l’Europa continuerà a pagare il prezzo — in senso letterale — della propria frammentazione.