Il quinto anno della guerra su vasta scala della Russia in Ucraina è iniziato. È la più lunga grande guerra continua della Russia dal XVIII secolo (la guerra sovietica del 1979-89 in Afghanistan è stata meno cruenta in termini di ritmo e vittime in confronto). È anche una delle guerre più lunghe tra vicini a livello globale dal 1945. Nel 2025, la Russia ha guadagnato meno dell’1% del territorio ucraino e ha perso oltre 416.000 truppe.
Uno sciame senza precedenti sull’entroterra russo, colloqui diplomatici a Washington, purghe silenziose nel ventre della burocrazia del Cremlino: la guerra in Ucraina non è una stasi. È un sistema in continuo movimento che cambia forma senza cambiare natura — e in cui nessuno vince ancora, nessuno vuole perdere.
C’è un numero, in questa guerra, che vale più di mille comunicati diplomatici: 283. Tanti sono stati i droni lanciati dall’Ucraina sulla Russia in una sola notte, uno degli sciami più grandi dall’inizio del conflitto su vasta scala. Novanta abbattuti sulla regione di Rostov, ventisette intercettati mentre puntavano su Mosca, case danneggiate nel Saratov, feriti, governatori regionali che aggiornano i loro profili Telegram come cronisti di una guerra che è arrivata fin dentro il territorio russo con la stessa quotidianità con cui Mosca colpisce le città ucraine da quattro anni.
La simmetria è nuova. Non perfetta — non lo sarà mai, data la sproporzione di risorse tra i due paesi — ma abbastanza significativa da raccontare qualcosa di preciso su come questa guerra si è trasformata.
Quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala nel febbraio 2022, il piano era la velocità: prendere Kiev in pochi giorni, decapitare il governo, imporre un fatto compiuto prima che l’Occidente potesse reagire. Il piano è fallito nel giro di settimane, e da quel momento Mosca ha cambiato strategia: dalla velocità alla massa. Logoramento. Più soldati, più proiettili, più missili, più tempo. Scommettere sulla capacità di sopportare il dolore più a lungo dell’avversario.
È una strategia che ha una logica, sulla carta. La Russia ha una popolazione tre volte superiore a quella ucraina, un’economia dieci volte più grande. In una guerra di attrito puro, dovrebbe vincere per sfinimento. Eppure, nel 2025, Mosca ha guadagnato meno dell’1% del territorio ucraino, perdendo oltre 416.000 uomini. Il logoramento sta logorando anche chi lo ha scelto come strategia.
Il motivo è una contraddizione che il Cremlino non ha mai risolto davvero: Putin considera questa guerra un interesse fondamentale dello Stato russo, ma la maggior parte dei russi non lo fa. La società non è in guerra — è in una specie di sospensione, come se il conflitto avvenisse su un altro pianeta, finanziato con denaro pubblico e combattuto da chi ha accettato di farlo in cambio di stipendi generosi. Per la prima volta nella storia moderna russa, una grande guerra viene combattuta con un esercito contrattuale, non con la coscrizione di massa. Una scelta politica, non militare: Mosca ha preferito pagare i soldati piuttosto che costringerli, per tenere bassa la tensione sociale interna.
Ma i conti non tornano più. Le perdite sul campo hanno cominciato a superare il ritmo delle reclute. La qualità degli arruolati è in caduta libera — si parla di alcolisti, tossicodipendenti, indigenti come ultima riserva disponibile. Il momento in cui il Cremlino dovrà scegliere tra la mobilitazione forzata e l’ammissione implicita del fallimento si avvicina. E quella scelta — ordinare ai russi di combattere invece di pagarli per farlo — potrebbe essere il momento di verità del regime.
Nel frattempo, l’Ucraina ha sviluppato la propria risposta asimmetrica. Non potendo competere in massa, ha scommesso sull’ingegno. I droni sono l’emblema di questa strategia: costano infinitamente meno di un missile, possono essere prodotti in serie, sono difficili da intercettare tutti contemporaneamente quando arrivano a sciami. 283 in una notte non è solo un dato militare: è un messaggio politico. Dice a Mosca — e alla propria popolazione — che la guerra non è a senso unico. Che il territorio russo non è intoccabile. Che il costo del conflitto ha un indirizzo anche a nord del confine.
È la stessa logica che ha guidato la campagna ucraina nel Mar Nero, dove le forze di Kiev hanno colpito navi della flotta russa con mezzi navali senza pilota, ribaltando un equilibrio che sembrava immutabile. La marina russa del Mar Nero — un tempo strumento di pressione e controllo — si è in parte ritirata dai porti più esposti. Un risultato impensabile nel 2022.
Eppure, mentre i droni solcano il cielo notturno, a Washington si preparano colloqui. Zelensky ha confermato che i negoziatori ucraini e americani si incontreranno, nel tentativo di rianimare trattative che languono da mesi, ulteriormente congelate dall’irruzione della crisi mediorientale nell’agenda di Trump. Kiev vuole capire cosa intende fare Washington nel prossimo round di colloqui a tre con Mosca. Una domanda legittima, a cui al momento non sembra esserci una risposta chiara.
Il problema di fondo è che i negoziati non possono funzionare finché una delle parti crede ancora di poter vincere. E Mosca ci crede ancora — o almeno fa di tutto per sembrarlo. Putin ha costruito la sua legittimità interna su questa guerra; ammetterne il fallimento significherebbe mettere in discussione molto più di una strategia militare. Significherebbe incrinare l’intera narrativa del potere russo degli ultimi vent’anni.
Nel frattempo, dentro la Russia, qualcosa si muove in silenzio. Una campagna anticorruzione sta colpendo funzionari di medio livello con una frequenza e una sistematicità insolite: confische di proprietà, sequestri di beni, processi che appaiono quasi ogni giorno nelle agenzie di stampa. Cento beni immobili qui, cinquanta proprietà là, conti correnti e appezzamenti di terreno intestati a mogli e madri. Potrebbe essere una semplice operazione di cassa — lo Stato che recupera risorse per finanziare la guerra. Potrebbe essere qualcosa di più: i servizi di sicurezza che rafforzano la propria posizione centrale, o il Cremlino che stringe le redini su una burocrazia che comincia a mostrare segni di nervosismo.
Una classe di funzionari motivata principalmente dall’arricchimento personale, come quella che ha prosperato sotto Putin per vent’anni, non è per definizione pronta al sacrificio. Può sopportare la guerra finché la guerra non la tocca. Quando comincia a toccarla — nelle tasche, nei beni, nella libertà di movimento — la sua fedeltà diventa qualcosa di meno garantito.
Duecentottantatré droni in una notte. Colloqui diplomatici il giorno dopo. Purghe anticorruzione nel silenzio dei tribunali russi. La guerra in Ucraina non è una stasi: è un sistema complesso in continuo movimento, che cambia forma senza cambiare natura. Nessuno vince ancora. Nessuno vuole perdere. E nel mezzo, ogni notte, i droni attraversano il cielo e qualcuno aggiorna il proprio profilo Telegram con il conteggio dei detriti.
