Tra tutte le infrastrutture che una guerra moderna può colpire — basi militari, depositi di carburante, nodi logistici, impianti energetici — ce n’è una che occupa un posto a parte nell’immaginario della paura: quella idrica. Non perché sia la più spettacolare da distruggere, ma perché è la più elementare da cui dipendere. Si può sopravvivere senza petrolio, senza elettricità, persino senza comunicazioni. Senza acqua potabile, le ore sono contate.
È su questo sfondo che vanno letti due episodi accaduti a distanza di ventiquattr’ore, all’inizio di marzo, nel teatro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: il 7 marzo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Washington di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nello stretto di Hormuz, privando dell’acqua potabile trenta municipalità. Il giorno dopo, il Ministero dell’Interno del Bahrein ha comunicato che un drone iraniano aveva causato danni a un impianto analogo nel paese. Nessuna rivendicazione ufficiale, nessuna risposta militare immediata: solo avvertimenti velati, lanciati nell’aria come pietre in uno stagno, per vedere fino a dove si allargano i cerchi.
Una regione costruita sull’acqua che non c’è
Per capire la portata della minaccia bisogna partire da una geografia brutale. I sei paesi arabi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman — sono tra gli ambienti più aridi del pianeta. Non hanno fiumi permanenti. Le piogge sono episodiche e insufficienti. Le falde acquifere sotterranee, alimentate da precipitazioni cadute millenni fa, si stanno esaurendo a una velocità che non ammette ottimismo. Nel frattempo, la popolazione cresce, le città si espandono, l’economia si diversifica e il fabbisogno idrico aumenta ogni anno.
La risposta a questa contraddizione è stata ingegneristica e colossale: oltre quattrocento impianti di desalinizzazione disseminati lungo le coste del Golfo, che insieme producono quasi la metà di tutta l’acqua desalinizzata del mondo. Otto dei dieci impianti più grandi del pianeta si trovano in questa regione. Le cifre sulla dipendenza da queste strutture sono impressionanti: il Qatar soddisfa attraverso la desalinizzazione il 61% del suo fabbisogno idrico totale, il Bahrein il 51%, gli Emirati il 41%. Se si considera la sola acqua potabile, i numeri diventano ancora più vertiginosi: in Qatar si arriva al 99%, in Arabia Saudita al 70%.
Sono infrastrutture enormi, tecnologicamente sofisticate, energivore — e per questo localizzate quasi sempre sulla costa, in prossimità degli impianti energetici da cui dipendono. Una scelta dettata dall’efficienza che oggi si rivela una vulnerabilità strutturale: quando i porti, le raffinerie e le basi logistiche costiere diventano obiettivi militari, gli impianti idrici che si trovano a pochi chilometri di distanza entrano automaticamente nella zona di rischio.
I precedenti e il diritto che non vale
Non si tratta di uno scenario ipotetico. La storia recente della regione offre già diversi precedenti. I ribelli huthi dello Yemen — sostenuti dall’Iran — hanno colpito impianti di desalinizzazione sauditi in almeno due occasioni negli ultimi anni. Israele ha distrutto nel gennaio 2025 l’impianto di desalinizzazione del nord della Striscia di Gaza, trasformandolo successivamente in campo militare, e ha interrotto più volte l’alimentazione elettrica di altri impianti idrici. Diverse organizzazioni non governative hanno documentato attacchi ripetuti alle infrastrutture idriche del Libano dal 2023 in poi.
In questo scenario, colpisce l’assenza di qualsiasi meccanismo internazionale davvero efficace di deterrenza. Il Primo Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949 vieta esplicitamente gli attacchi contro infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, compresi gli impianti di acqua potabile. Il divieto è assoluto: non ammette eccezioni per ragioni militari o strategiche. Eppure tra i paesi che non hanno ratificato quel Protocollo figurano esattamente i tre protagonisti principali di questo conflitto: Israele, gli Stati Uniti e l’Iran. Una coincidenza che dice tutto sull’architettura reale del diritto internazionale umanitario: regole che vincolano chi è già disposto a rispettarle, e non vincolano chi non lo è.
La geometria del rischio
Gli impianti del Golfo non sono facili da mettere fuori uso completamente — va detto con chiarezza, per evitare catastrofismi fuori luogo. Le strutture più grandi, come Ras Al Khair in Arabia Saudita o Jebel Ali negli Emirati, sono articolate in decine di stazioni indipendenti: distruggerle tutte richiederebbe un’operazione prolungata, costosa e rischiosa. Un attacco limitato può interrompere parzialmente la fornitura, creare panico, esercitare pressione politica — ma non necessariamente provocare una crisi umanitaria immediata.
Il rischio reale è più sottile e più duraturo. È il rischio dell’escalation progressiva, del precedente che diventa norma, dell’infrastruttura idrica che si normalizza come obiettivo bellico lecito. Se colpire un impianto di desalinizzazione diventa una mossa accettata nel repertorio della guerra moderna — senza conseguenze legali, senza ritorsioni sistematiche, senza nemmeno un’attribuzione ufficiale degli attacchi — allora il prossimo conflitto, in questa regione o altrove, si combatterà con questa carta già sul tavolo.
Acqua e potere nel deserto che cambia
C’è infine una dimensione che la cronaca militare tende a trascurare: quella climatica. L’Iran, che parte da una posizione meno vulnerabile degli Stati del Golfo perché si approvvigiona ancora prevalentemente da bacini e pozzi, sta vedendo anche le proprie riserve idriche rinnovabili ridursi drasticamente. Siccità più frequenti, falde in calo, gestione agricola discutibile: un cocktail che negli anni recenti ha già generato proteste interne. La scarsità d’acqua, in un paese già sotto sanzioni economiche e ora sotto attacco militare, è un moltiplicatore di instabilità sociale di prima grandezza.
Nel lungo periodo, la vera posta in gioco non è solo chi controlla i pozzi petroliferi o gli stretti navali. È chi controllerà l’acqua — o chi sarà in grado di produrla artificialmente, in una regione che sta già pagando il conto climatico dei decenni di ipersfruttamento delle risorse naturali.
La guerra in Medio Oriente ha molti fronti visibili: i missili, le basi, i cargo petroliferi, le rotte navali. Ma il fronte più fragile, quello che tiene sveglie le notti i pianificatori militari e i ministri dell’interno del Golfo, è quello che non fa rumore: una tubatura che si secca, un impianto che si ferma, una città di milioni di persone che apre il rubinetto e non trova niente.
