C’è qualcosa di vagamente surreale nel vedere sette nazioni — tra cui l’Italia — stringersi in un “patto” per riaprire lo Stretto di Hormuz, come se il problema fosse una porta chiusa da un vicino maleducato e non il frutto di una guerra che brucia da mesi nel Golfo Persico, alimentata da scelte che quelle stesse nazioni hanno largamente ignorato o incoraggiato.
L’Iran blocca Hormuz. È un fatto. È anche un fatto deplorevole, perché le conseguenze non ricadono sui belligeranti ma sul mondo: sulle bollette degli europei, sui prezzi dell’energia in Asia, sulle catene di approvvigionamento che reggono l’economia globale. Ogni giorno di blocco è un giorno di danno diffuso, silenzioso, iniquo. Su questo non si discute.
Eppure ci si dovrebbe chiedere: cos’è Hormuz per Teheran, se non l’unica leva rimasta? Non un atto di follia, ma un calcolo — freddo, cinico quanto si vuole, ma razionale. Un Paese sotto pressione militare, con le installazioni energetiche colpite, con la marina mercantile straniera che opera indisturbata nelle sue acque mentre altri la bombardano, trova nello Stretto il solo deterrente che il mondo non può ignorare. Togliergli anche quello, senza offrire nulla in cambio, non è diplomazia: è resa incondizionata sotto mentite spoglie.
Eppure la dichiarazione dei sette — letta con attenzione — non muove un solo rimprovero a chi dall’altra parte combatte. Per Israele e per gli Stati Uniti, solo la generica esortazione rivolta a «tutti gli Stati» di rispettare il diritto internazionale. Un’esortazione talmente vaga da non esortare nessuno. L’Iran viene nominato, citato, condannato con «la massima fermezza». Gli altri restano sullo sfondo, come comparse innocenti di una storia in cui esiste un solo attore.
È qui che il documento scivola dalla politica alla propaganda. Non perché l’Iran meriti indulgenza ma perché una pace che si costruisce scaricando tutta la colpa su uno solo dei contendenti non è una pace: è la premessa del prossimo conflitto.
E l’Italia? Il ministro Tajani assicura che si tratta di «un documento politico, non militare». Il ministro Crosetto precisa che nessuna missione entrerà nello Stretto senza una tregua e una cornice multilaterale. La premier Meloni smorza le «interpretazioni forzate». Tre voci che correggono lo stesso testo: segno che il testo aveva bisogno di essere corretto.
La verità è che l’Italia non ha nulla da guadagnare a entrare in una partita militare in acque lontane, in nome di princìpi selettivamente applicati, a fianco di chi ha già deciso da che parte stare. La prudenza — quella vera, non quella dichiarata a posteriori — avrebbe suggerito di non firmare. O almeno di condizionare la firma a qualcosa di simmetrico: pressione su tutti, non su uno solo.
Lo Stretto di Hormuz deve riaprire, certo. Ma le vie della diplomazia non si aprono firmando atti d’accusa travestiti da appelli alla pace.
