Umberto Bossi è morto. Con lui se ne va l’ultimo dei grandi animali politici della Prima Repubblica che aveva fatto della Seconda il suo habitat naturale — survivalist del caos, capace di nuotare nelle acque torbide della transizione italiana meglio di chiunque altro, almeno per un lungo tratto. Un personaggio che non si può né liquidare né celebrare senza incorrere in qualche menzogna: la sua vita politica è stata troppo contraddittoria, troppo lunga, troppo ramificata per stare in una formula sola.

Cominciamo dall’inizio. Cominciamo dal fiume.

Figlio dell’operaio Ambrogio e della portinaia Ida, nato a Cassano Magnago nel varesotto profondo, Bossi costruì il suo mondo prima ancora di costruire il suo partito. E quel mondo aveva radici strane, sincretiche, quasi eretiche: il Po come fiume sacro, il Dio Po come divinità tutelare di una mitologia celtoide inventata di sana pianta, l’ampolla portata in processione alle sorgenti come reliquia pagana, i guerrieri di Pontida come antenati nobili di una razza — gli Ausoni, i Celti — che aveva poco da spartire, diceva lui, con quei terroni che scendevano dal Sud a inquinare il Nord laborioso. Una geografia dell’immaginario costruita con lo stesso rigore scientifico con cui si incidono i tatuaggi tribali. Grossolana, volutamente rozza, efficacissima.

Prima di approdare a queste certezze, Bossi aveva percorso strade tortuose. C’era stato il tentato cantautore, stile ragazzo della via Gluck. C’era stata, secondo voci mai del tutto smentite, persino una giovanile militanza nel PCI — negata a lungo, poi ammessa a denti stretti. L’incontro vero con le idee federaliste arriva tardi, a 38 anni, all’università di Pavia, dove conosce Bruno Salvadori, autonomista valdostano, e soprattutto Roberto Maroni. Un fuoricorso che si scopre rivoluzionario.

Il razzismo di Bossi non era quello sussurrato dei salotti. Era schiamazzato, orgoglioso di sé, popolare nel senso più letterale del termine. “Roma ladrona” era lo slogan, ma il sottotesto era sempre lo stesso: i soldi del Nord rubati dal Sud parassita. Al primo congresso della Lega, nel 1989, davanti a quattrocento persone, scaglia bordate contro immigrati di colore, omosessuali e meridionali senza distinzione. Anni dopo darà del terùn persino a Giorgio Napolitano, beccandosi una condanna per vilipendio al Capo dello Stato — poi graziato, con gesto di suprema ironia istituzionale, proprio da Sergio Mattarella. Una narrazione falsa nei suoi fondamenti economici, ignobile nei risvolti umani, e tuttavia capace di intercettare un malessere reale — quello degli artigiani, dei commercianti, delle piccole imprese che vedevano nello Stato un nemico e nel meridione la sua quinta colonna. Bossi non inventò quel rancore. Lo imbottigliò e lo vendette.

Il carisma era anche — soprattutto — corporeo. Prima di Berlusconi, Bossi capì che la politica si fa con la carne: la canottiera bianca senza maniche sfoderata sul balcone della villa sarda del Cavaliere nel 1994, il gesto dell’ombrello, il dito medio ai giornalisti, le pernacchie, il celodurismo elevato a dottrina politica. Un lessico gestuale e verbale che rompeva ogni galateo istituzionale e che i giornalisti tramutavano, compiacenti, in pittoresca autenticità popolare. Le volgarità, il bonassa, le frasi irripetibili: tutto veniva letto come colore, mai come quello che era. Errore che paghiamo ancora.

C’era però un nemico che Bossi temeva e aggrediva in modo più sofisticato: non i meridionali, ma la gerarchia ecclesiastica — quei vescovi che difendevano l’unità nazionale, che predicavano la solidarietà tra Nord e Sud, che sotto la guida del cardinale Ruini non si lasciavano facilmente arruolare nelle campagne identitarie padane. Erano, nella sua retorica, i complici di Roma ladrona, i preti di Stato travestiti da pastori. La Chiesa come istituzione nazionale era un ostacolo; la religiosità popolare, quella sì, era un bacino elettorale.

L’esplosione vera arriva nel 1992, con quasi 240mila preferenze personali, cavalcando l’onda di Tangentopoli — salvo che le ombre di finanziamenti illeciti dalla Montedison, 200 milioni di lire, lambiscono il Carroccio stesso. Il treno è già in corsa. Il 1994 porta Irene Pivetti alla presidenza della Camera e cinque ministri leghisti al governo. L’alleanza con Berlusconi, definito “fratello”, è il momento in cui il partito del Po stringe il patto che lo farà contare davvero — e che segnerà decenni di liti, ribaltoni, pacificazioni e nuove liti. Il ribaltone su Dini, clamoroso dopo soli nove mesi, è il primo segnale che Bossi gioca sempre la sua partita, non quella degli alleati. Fu anche il momento in cui strinse un patto col diavolo — geograficamente collocato ad Arcore, in Brianza, quindi tecnicamente settentrionale: dettaglio che Bossi glissò con eleganza.

La creazione del nemico era del resto il vero mestiere di Bossi, il suo contributo originale alla politica italiana. Prima Roma, poi i terroni, poi gli immigrati: una catena di bersagli che si sostituivano senza che il meccanismo si fermasse mai. Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle devono molto più al Senatur di quanto abbiano mai ammesso.

Il crack finanziario che investì il partito negli anni successivi — i rimborsi elettorali, la gestione allegra delle casse — porta in superficie il figlio Renzo, detto il Trota: raccomandato, impresentabile, diventato suo malgrado simbolo di tutto ciò che la Lega predicava contro — il familismo, la cooptazione, il privilegio — e praticava come chiunque altro. Quanto alla moglie Manuela, siciliana di Messina: i vignettisti non si fecero mai scappare l’ironia. Bossi che sposa una terrona. La Padania che ride, gialla.

Poi l’ictus del 2004, dopo un cuore già provato da un’ischemia nel 1991. La devoluzione, il suo progetto costituzionale più ambizioso, viene bocciata dagli italiani al referendum: è l’inizio del distacco dal fulcro della politica. E mentre lui si spegne lentamente, Matteo Salvini prende il partito e lo capovolge come un calzino. Via il federalismo, via la Padania, via il Po. Dentro l’Italia, dentro Roma, dentro il nazionalismo. La Lega Nord diventa Lega tout court, partito nazionale con ambizioni sovraniste. Bossi sopravvive a questa metamorfosi come un fantasma — contestandola dai margini, senza più peso reale, senza mai del tutto uscirne. Il fondatore diventa l’imbarazzo del fondatore.

La svolta teocon è forse la più straniante. Il partito che aveva edificato la sua identità su un paganesimo celtico da operetta — e che aveva trattato la gerarchia ecclesiastica con disprezzo viscerale — si scopre paladino della cristianità. Salvini agita rosari sul palco, porta la maglietta “Benedetto è il mio papa”: un’autodafé pubblica contro Francesco, il papa dei poveri che condannava le politiche antiimmigratorie europee e non faceva sconti al filoputinismo dilagante nella destra italiana. E Salvini a quel filoputinismo non si sottraeva, anzi: celebre il “meglio mezzo Putin che quattro Mattarella”, pronunciato senza imbarazzo nel 2015, prima dell’invasione dell’Ucraina, quando la direzione di marcia era già tracciata. La Lega che era nata contro Roma ladrona finiva per guardare con ammirazione a Mosca.

Il capro espiatorio, nel frattempo, si era spostato. Non più il meridionale — anche perché al Sud si votava Lega, e i voti non si sprecano — ma lo straniero, l’immigrato, il musulmano. Le camice verdi ai raduni di Pontida restano una delle scene più inquietanti della politica italiana recente: slogan violenti, un folklore che rasenta — e spesso supera — il limite della decenza democratica, cori che farebbero arrossire anche chi non arrossisce facilmente.

L’erede simbolico di tutto ciò è il generale Roberto Vannacci, reclutato da Salvini per le europee come calamita per i voti nazionalisti e nostalgici: un elettorato che Bossi aveva tenuto a distanza per ragioni di opportunità geografica — il fascismo era roba da Roma, da Sud, non da Padania — e che Salvini abbracciò senza remore. Ma il camaleontismo della Lega ha prodotto mostri che non riesce più a contenere: nel febbraio 2026 Vannacci ha abbandonato il Carroccio e ha fondato un proprio partito, Futuro Nazionale, portando alle estreme conseguenze una radicalizzazione che Salvini aveva alimentato senza volerla governare. Il punto di rottura è stato ideologico oltre che tattico: Vannacci si è fatto alfiere della cosiddetta remigrazione — l’espulsione non solo degli immigrati irregolari, ma anche di stranieri “non assimilati”, un concetto mutuato dalla galassia dell’ultradestra europea che fa capo all’austriaco Martin Sellner — partecipando ai Remigration Summit e facendone la parola d’ordine del suo movimento. Nel logo di Futuro Nazionale campeggia una fiamma tricolore, omaggio tutt’altro che involontario a un immaginario che Bossi aveva sempre tenuto fuori dalla porta padana. Vannacci è il Bossi senza il Po, senza la nebbia, senza la storia. La sintesi senza le radici — e senza più nemmeno il pudore delle origini.

Gli ultimi anni di Bossi furono tristi come tutte le ultime battaglie dei vecchi re. Un uomo malato che combatteva contro la propria creatura, contestandola dai margini, senza più peso reale, senza mai del tutto uscirne. L’ultima immagine pubblica è quella del ritorno a Montecitorio, con Berlusconi che lo accoglie con una carezza: l’ultimo gesto dei due Dioscuri del centrodestra all’italiana. La Lega di Salvini e poi di Vannacci è un altro partito, un’altra storia. Ma il seme di tutto — il nemico, il capro espiatorio, la violenza verbale come collante identitario — era già nel DNA originale.

Che eredità lascia? Una politica italiana più rozza e più onesta nella sua rozzezza, un Nord che ha imparato a pretendere prima di capire, una destra che sa usare i simboli — il rosario, il crocifisso, il tricolore, il Po — come armi più che come riferimenti. E una questione settentrionale che esisteva davvero, che la politica tradizionale aveva colpevolmente ignorato, e che lui intercettò in modo sbagliato, razzista, demagogico, ma reale. Il problema c’era. La risposta era avvelenata.

Il fiume Po scorre ancora. È tra i più inquinati d’Europa.