Chadi Ammar aveva vent’anni. Stava cercando di ripristinare la connessione internet per chi non voleva andarsene. È morto così, sul tetto, con altri due ragazzi.
C’è un dettaglio in questa storia che non riesce a diventare soltanto statistica. Chadi Ammar non stava combattendo. Non stava trasportando armi, né presidiando un posto di blocco. Stava sul tetto di un edificio ad Ain Ebel, nel sud del Libano, alle sei di sera, cercando di agganciare un segnale. Voleva che i residenti rimasti — quelli che si erano rifiutati di evacuare, che avevano detto “questa è la terra dei nostri avi” — potessero restare collegati con il resto del mondo. Con i figli lontani, con i soccorsi, con la vita che continuava altrove.
Era un volontario dell’Ordine di Malta, nel dipartimento agro-umanitario del centro agricolo di Ain Ebel. Lavorava per la sicurezza alimentare lungo il confine meridionale. Aveva poco più di vent’anni. Con lui sono morti altri due ragazzi che, come lui, non se ne erano voluti andare.
Il Gran Maestro Fra’ John Dunlap lo ha ricordato come parte di «una grande famiglia che ogni giorno serve i più vulnerabili con dedizione e coraggio». Parole giuste, misurate, che però rischiano di scivolare via come tutte le parole davanti a una morte che ha la concretezza fisica di un tetto, di un’antenna, di un segnale che non arrivava. Chadi Ammar cercava connessione — nel senso più elementare e più umano del termine. Connessione con il mondo, con chi si ama, con la possibilità che qualcuno sapesse che lì, ad Ain Ebel, c’erano ancora persone vive che resistevano. È morto facendo esattamente questo: tenere un filo sottilissimo tra un villaggio bombardato e il resto dell’umanità.
Esiste una retorica della guerra che trasforma ogni vittima in un effetto collaterale, ogni morte civile in una nota a piè di pagina della strategia militare. È una retorica potente, perché funziona: rende l’orrore amministrabile, lo inscrive in una logica, lo giustifica con obiettivi che stanno sempre altrove rispetto a chi muore. Ma Chadi Ammar sul tetto di Ain Ebel alle sei di sera non si inscrive in nessuna logica. Non c’è obiettivo militare che lo raggiunga. Non c’è proporzionalità che lo calcoli.
Il Libano non è nuovo a questo. L’Ordine di Malta è presente nel paese da oltre sessant’anni, attraverso sessanta tra progetti e programmi: dodici centri di assistenza sanitaria primaria, dodici unità mediche mobili, sette centri agro-umanitari, cucine comunitarie, strutture per disabili. Una rete paziente, costruita decennio dopo decennio, che oggi opera sotto le bombe — con le stesse équipe che ieri distribuivano sementi e oggi distribuiscono pasti caldi negli edifici scolastici trasformati in rifugi, dove dieci o dodici persone per aula dormono sul pavimento condividendo bagni e spazi comuni.
L’ambasciatrice dell’Ordine a Beirut lo dice con la precisione di chi ha smesso di stupirsi: dalla guerra civile del 1975, all’esplosione del porto nel 2020, al Covid, alla crisi finanziaria, al conflitto del 2024 e alla tregua di novembre, e ora di nuovo i bombardamenti. Un paese che porta su di sé stratificazioni di catastrofi — oltre un milione di rifugiati siriani, il collasso economico del 2019, una povertà che oggi tocca tra il 70 e l’80 per cento della popolazione — e che adesso deve ricominciare a contare i morti di una guerra nuova. Oltre 1.500 dall’inizio di questo conflitto. Più di 800.000 sfollati. Famiglie sui marciapiedi. Anziani lasciati indietro perché non vogliono partire.
I cristiani del sud ripetono una frase che suona insieme come radici e condanna: “Non siamo responsabili di questa guerra, non ce ne vogliamo andare”. È la voce di chi sa che partire significa non tornare, che le case abbandonate diventano macerie e le macerie diventano un’altra vita impossibile altrove. Restano. E muoiono sul tetto mentre cercano il segnale.
Il resto del mondo, nel frattempo, guarda i prezzi del petrolio, conta i missili intercettati, legge di strategie e di scenari. E forse non saprà mai il nome di Chadi Ammar.
Aveva vent’anni. Era sul tetto. Cercava il segnale.
