Nella geografia degli interessi globali, ci sono amicizie che sembrano solide fino al momento in cui vengono messe alla prova davvero. Quella tra Cina e Iran era, almeno nell’apparenza, una delle più robuste del sistema internazionale contemporaneo: due grandi civiltà non occidentali accomunate dall’avversione all’ordine liberale guidato da Washington, un patto strategico da 400 miliardi di dollari firmato nel 2021, una solidarietà di facciata coltivata nei consessi multilaterali. Eppure, mentre gli Stati Uniti e Israele bombardano l’Iran, Pechino sta a guardare. Non con sgomento. Con il distacco calcolato di chi ha già rivalutato l’investimento e ha trovato i conti in perdita.

La disillusione cinese nei confronti di Teheran non è nata questa settimana. Si è accumulata per anni, strato dopo strato, attraverso una serie di episodi che hanno progressivamente sgonfiato l’immagine dell’Iran come potenza regionale credibile. L’assassinio del generale Soleimani nel 2020 senza una rappresaglia proporzionata. Gli attacchi israeliani all’ambasciata iraniana in Siria nel 2024 rimasti sostanzialmente impuniti. La guerra di dodici giorni dello scorso giugno, durante la quale Teheran aveva fatto avere avvisi preventivi ai propri nemici prima di lanciare i missili — un gesto che i commentatori cinesi avevano deriso come “vendetta di facciata”. E poi, nell’aprile del 2025, il ritiro del personale militare iraniano dallo Yemen nel bel mezzo dei bombardamenti americani: l’abbandono degli alleati Houthi in cambio della speranza, mai concretizzatasi, di riaprire un canale con Washington. Per Pechino, che valuta le partnership in termini di affidabilità e coerenza strategica, ogni episodio ha rappresentato un’ulteriore prova che l’Iran non è il giocatore che diceva di essere.

C’è anche la questione più prosaica dei numeri. L’Iran ha una popolazione pari a dieci volte quella di Israele, eppure il suo PIL non raggiunge il novanta per cento di quello israeliano. Ha costruito per decenni un’immagine di potenza regionale attraverso le milizie per procura, la retorica rivoluzionaria e la capacità di proiettare instabilità ben oltre i propri confini. Pechino, che è molto brava a leggere i bilanci, ha concluso che quella proiezione di forza aveva gonfiato artificialmente il peso specifico dell’Iran, mascherando la fragilità interna di un paese con un’economia strangolata dalle sanzioni, istituzioni corrose, una classe dirigente che i propri funzionari vendono agli avversari stranieri. Il grande patto strategico del 2021 era rimasto in larga parte sulla carta, in parte per i timori iraniani di una dipendenza eccessiva da Pechino, in parte perché la Cina stessa aveva smesso di credere alla solidità del partner.

Quello che guida Pechino in questo momento non è la lealtà, né l’ideologia anti-occidentale, ma una variabile molto più concreta: il petrolio. Oltre la metà delle importazioni cinesi di greggio transita dal Medio Oriente, e la parte preponderante di quel flusso passa attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio d’acqua che l’Iran potrebbe teoricamente bloccare. È questo il vero punto di pressione su Pechino — non la sorte del regime degli ayatollah, ma la continuità delle rotte energetiche. Finché il petrolio scorre, la Cina può permettersi di limitarsi ai comunicati del ministero degli Esteri, che condannano gli assassiniî e invocano il rispetto della sovranità di tutti gli Stati della regione, Golfo incluso. Linguaggio equilibrato, deliberatamente ambiguo, progettato per non chiudere nessuna porta.

C’è poi una ragione ulteriore che spiega la prudenza cinese in questo momento preciso: Trump. A fine marzo è in agenda un incontro tra Xi Jinping e il presidente americano, con la prospettiva di un riassestamento delle relazioni tra le due superpotenze dopo anni di competizione aspra. Pechino non ha nessun interesse a compromettere quella finestra diplomatica per difendere un alleato di cui ha già ridimensionato la stima. Il pragmatismo cinese, in questo senso, è quasi ammirevole nella sua linearità: si tien pronto a trattare con chiunque emerga a Teheran dopo gli scioperi, purché quel chiunque garantisca la stabilità dei flussi energetici. Il cambio di regime non è uno scenario da scongiurare. È, in certi casi, uno scenario accettabile.

Tutto questo ha, naturalmente, i suoi limiti. Se la guerra si prolungasse e l’Iran resistesse — se, cioè, Teheran abbandonasse la strategia della capitolazione performativa e infliggesse danni reali — Pechino si troverebbe in una posizione difficile. Restare a guardare mentre un partner ancora formalmente alleato viene logorato richiederebbe un’indifferenza che avrebbe un costo d’immagine nel sistema internazionale: un segnale ai propri partner che la Cina non interviene quando le cose si fanno serie. E se lo Stretto di Hormuz venisse effettivamente minacciato, il calcolo cambierebbe drasticamente: non per solidarietà, ma per necessità energetica. Sarebbero quelle circostanze — non la fedeltà all’alleato storico — a spingere eventualmente Pechino fuori dal bordo campo.

Rimane una riflessione più ampia, che va oltre la contingenza di questa settimana. La postura cinese di fronte alla crisi iraniana rivela qualcosa di strutturale nella politica estera di Pechino: la preferenza assoluta per le relazioni economiche rispetto a quelle ideologiche, la disponibilità a sacrificare l’alleato debole in nome della stabilità complessiva, il rifiuto di farsi trascinare in conflitti altrui finché gli interessi diretti non sono in gioco. È una politica che ha il merito della coerenza e il difetto della freddezza. Chi conta sulla Cina come contrappeso all’Occidente dovrebbe tenerlo a mente: Pechino supporta gli interessi propri, non quelli degli altri. E quando i propri interessi coincidono con quelli di Washington, la solidarietà ideologica può aspettare.

L’Iran brucia. La Cina prende appunti.