Tra le molte vittime di questa guerra, c’è una in particolare di cui si parla poco: il diritto internazionale. Non che fosse in ottima salute prima del 28 febbraio — da decenni viene piegato, stirato, citato selettivamente e ignorato con disinvoltura da quasi tutti i protagonisti di quasi ogni conflitto. Ma c’è qualcosa di particolarmente istruttivo nel modo in cui l’Iran ha costruito la sua giustificazione giuridica per i missili lanciati sui vicini del Golfo. È un’architettura apparentemente solida, con i suoi pilastri — l’articolo 51 della Carta ONU, la risoluzione 3314, il principio del buon vicinato — che reggono fino al momento in cui ci si avvicina abbastanza da toccarli. Poi crollano.

Il cuore dell’argomento iraniano è questo: le basi militari americane nel Golfo costituiscono una minaccia esistenziale, i paesi che le ospitano hanno implicitamente rinunciato a una parte della loro sovranità consentendo ad un attore ostile di usare il loro territorio, e dunque colpirle è legittima autodifesa. È una catena logica che ha una sua coerenza interna, e in altri contesti — dove la condotta bellica restasse effettivamente limitata agli obiettivi militari dichiarati — potrebbe quantomeno aprire un dibattito giuridico serio. Il problema è che la condotta reale ha demolito la teoria prima ancora che i giuristi potessero discuterla.

Gli aeroporti civili di Dubai, Abu Dhabi e Kuwait non sono basi militari. Un condominio a Manama non è un deposito di armi. L’ambasciata americana a Riyadh non è un centro di comando operativo. Eppure questi sono stati tra gli obiettivi colpiti. E quando la condotta smentisce la dottrina — quando ciò che viene effettivamente bombardato non corrisponde a ciò che la teoria avrebbe autorizzato a bombardare — la dottrina non è più una dottrina. È un pretesto.

C’è poi la questione procedurale, che sembra minore ma non lo è affatto. L’articolo 51 non si limita a concedere il diritto all’autodifesa: impone che ogni Stato che vi ricorra notifichi immediatamente il Consiglio di Sicurezza. È il meccanismo attraverso cui la comunità internazionale può verificare le affermazioni, distinguere la difesa dall’aggressione, esercitare almeno un controllo formale sull’uso della forza. L’Iran lo ha sistematicamente ignorato — non solo ora, ma in ogni precedente episodio di escalation. Chi invoca le norme del sistema internazionale eludendone contemporaneamente i meccanismi di controllo non sta operando all’interno di quel sistema: sta usando il suo vocabolario per fare qualcosa di molto diverso.

L’asimmetria più rivelatrice, però, è un’altra. L’Iran sostiene che ospitare basi militari di una potenza ostile rende uno Stato corresponsabile delle azioni di quella potenza. È un principio che, applicato con coerenza, condannerebbe l’Iran stesso: la Forza Quds opera in Libano, Siria, Iraq e Yemen; Teheran arma, finanzia e coordina milizie in tutto il Medio Oriente; i Pasdaran sono documentati da anni come attori militari extraterritoriali. Se il principio fosse universale, ogni Stato che ospita attività dell’IRGC si troverebbe automaticamente nel mirino di chiunque si senta minacciato dall’Iran. Naturalmente l’Iran non accetterebbe questa lettura. E un principio che vale per gli altri ma non per chi lo enuncia non è un principio giuridico: è uno strumento politico travestito da argomento legale.

Tutto questo non significa che la guerra americana e israeliana contro l’Iran sia giuridicamente inattaccabile — non lo è, e ci sarebbe molto da scrivere anche su quell’altro lato. Significa che nel caos di questo conflitto entrambe le parti hanno già abbandonato il diritto internazionale come vincolo reale e lo usano solo come tribuna davanti all’opinione pubblica globale. Il linguaggio della legalità sopravvive alla legalità, come spesso accade. I comunicati citano articoli e risoluzioni mentre i missili cadono sui condomini.

C’è un’ultima ironia in questa storia. L’Iran, costruendo una dottrina che legittima l’attacco a qualunque Stato ospiti forze percepite come ostili, ha prodotto esattamente l’effetto opposto a quello desiderato. La teoria del bilanciamento della minaccia è brutalmente semplice: quando uno Stato agisce in modo aggressivo e imprevedibile, i suoi vicini si armano, stipulano accordi di difesa, cercano protezione nelle alleanze che esistono già. La Quinta Flotta in Bahrain, i cacciabombardieri richiesti dagli Emirati, i sistemi missilistici dell’Arabia Saudita — sono tutti cresciuti come risposta all’escalation iraniana, non come sua causa. Ogni missile lanciato sul Golfo ha rafforzato, non indebolito, l’architettura militare che l’Iran dice di voler smantellare.

È la tragedia classica dell’autoavverante profezia di guerra: per difendersi da una minaccia che si percepisce come esistenziale, si compiono azioni che rendono quella minaccia sempre più reale. Il diritto invocato per giustificare il ciclo non ferma il ciclo. Lo accompagna, con la solennità delle citazioni e la vacuità dei pretesti.