C’è qualcosa di quasi provocatorio, in questi giorni, nel fatto che mentre gli aerei americani bombardano l’Iran e il Jonglei è ancora coperto di sangue, sessanta università di quattro continenti si ritrovino tra i giardini papali di Castel Gandolfo per fondare un’alleanza per la cura della casa comune. Provocatorio nel senso buono del termine: pro-vocare, chiamare fuori, interpellare.

Perché il 9 e 10 marzo, nella stessa Castel Gandolfo dove Leone XIV aveva incontrato i giornalisti chiedendo “meno odio nel mondo”, nasce la Global Alliance — rete internazionale per l’ecologia integrale promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dall’Università di Notre Dame. E la coincidenza di luogo e di tempo non è casuale, almeno agli occhi di chi crede che la storia abbia un senso.

Cosa è, concretamente, questa Alleanza.

Non è un convegno. I convegni si fanno, si applaudono, si dimenticano. La Global Alliance nasce — nelle intenzioni dei suoi fondatori — come infrastruttura permanente: una rete di istituzioni, gruppi tematici di ricerca, strumenti formativi condivisi, una presenza cattolica riconoscibile e autorevole nel dibattito internazionale sulla sostenibilità.

Il cardinale Fabio Baggio, Direttore Generale del Centro Laudato si’ e tra gli ideatori del progetto, lo dice con una formula che merita di essere pesata: «un cammino condiviso di speranza: unire scienza, comunità e fede per custodire il creato, proteggere i più fragili e costruire insieme un futuro sostenibile, giusto e rispettoso di ogni persona».

Tre parole in particolare: scienza, comunità, fede. Non fede contro scienza, non scienza senza comunità, non comunità senza fede. Insieme. È questo che Francesco aveva intuito nell’enciclica del 2015 — e che purtroppo il dibattito pubblico ha spesso ridotto a una questione di pannelli solari e riciclaggio della plastica.

Laudato si’: un’enciclica ancora incompresa.

Undici anni dopo la sua pubblicazione, la Laudato si’ rimane il documento cattolico più citato e meno letto del XXI secolo. Citato dai progressisti come manifesto ecologista, citato dai conservatori come deviazione politica, citato da tutti come foglia di fico — e letto, davvero letto nella sua integralità, da pochissimi.

Eppure Francesco aveva scritto qualcosa di radicalmente diverso da un documento ambientalista. Aveva scritto una teologia della creazione che diventa critica dell’economia globale, che diventa antropologia integrale, che diventa appello alla conversione — non solo comportamentale, ma spirituale. La crisi ecologica non è, nella visione di Francesco, un problema tecnico da risolvere con le giuste tecnologie. È il sintomo di una crisi più profonda: quella di una civiltà che ha perso il senso del limite, della gratuità, della relazione con l’altro da sé.

Il termine che tiene insieme tutto è «integrale»: ecologia integrale, sviluppo integrale, visione integrale dell’essere umano. Integrale significa che non puoi separare la cura del creato dalla cura del povero, che non puoi separare la giustizia ambientale dalla giustizia sociale, che non puoi separare la questione climatica dalla questione delle migrazioni, dell’accesso all’acqua, della terra sottratta ai contadini.

Ed è esattamente su questo terreno che la Global Alliance si propone di lavorare: non su un’ecologia di nicchia, ma su quella che il presidente di Notre Dame, padre Robert Dowd, chiama la «visione morale della Laudato si’» — un’ecologia che «salvaguarda chi si trova ai margini».

Il paradosso del momento.

C’è però un paradosso che sarebbe disonesto non nominare. La Global Alliance nasce in una settimana in cui il mondo sembra muoversi esattamente nella direzione opposta a quella che essa propone.

Il Medio Oriente è in guerra. Il Sud Sudan è in guerra. Le grandi potenze aumentano i bilanci militari mentre tagliano i fondi per la cooperazione climatica. L’accordo di Parigi è evocato nei comunicati stampa ma ignorato nelle politiche reali. Il multilateralismo — quella «governance multilaterale» che Parolin chiede come unica alternativa alla legge del più forte — è sotto attacco da tutte le parti.

In questo scenario, sessanta università che si riuniscono a Castel Gandolfo possono sembrare, agli occhi del cinico di turno, un gesto irrilevante. Un salotto di buone intenzioni con vista sui giardini papali.

Sarebbe però un errore di prospettiva. Perché le grandi trasformazioni storiche non nascono sempre dai palazzi del potere: nascono spesso dalle università, dai centri di ricerca, dalle comunità che costruiscono lentamente una cultura alternativa prima che quella alternativa diventi politica. Il movimento per i diritti civili in America fu preparato da decenni di teologia, filosofia, educazione nelle università nere del Sud. La dottrina sociale della Chiesa stessa — dalla Rerum Novarum alla Laudato si’ — ha impiegato generazioni a trasformarsi da documento ecclesiastico a forza culturale reale.

Fede, scienza e giustizia: la triade che manca al dibattito.

Il contributo specifico che la Chiesa — attraverso questa Alleanza — può dare al dibattito globale sulla sostenibilità non è di natura tecnica. Non è che i teologi abbiano soluzioni migliori degli ingegneri per l’energia rinnovabile. Il contributo è di natura diversa, e in un certo senso più fondamentale: è la capacità di tenere insieme fede, scienza e giustizia sociale in un’unica visione coerente.

Il dibattito climatico mainstream rischia spesso due derive opposte. Da un lato, il tecnocratismo: il problema è tecnico, la soluzione è tecnica, tutto si riduce a emissioni di CO₂ e incentivi fiscali. Dall’altro, il catastrofismo senza speranza: siamo condannati, non c’è più niente da fare, le giovani generazioni non avranno futuro. Entrambe le derive disancorano l’ecologia dalla questione del significato — da quella domanda di senso che è specificamente umana e specificamente religiosa.

La Laudato si’ — e ora la Global Alliance — propone invece una terza via: l’ecologia come vocazione. Non come obbligo o come paura, ma come risposta a una chiamata. «Custodire il creato» — nel linguaggio biblico del cardinale Baggio — è l’espressione di una responsabilità che viene da lontano, che affonda le radici nel libro della Genesi quando Dio affida all’uomo la cura del giardino. Non il dominio. La cura.

Ciò che ci aspettiamo.

Da questa Alleanza ci aspettiamo poco di spettacolare e molto di duraturo. Ci aspettiamo ricercatori che cominciano a parlarsi attraverso i confini delle discipline e dei continenti. Ci aspettiamo curricula universitari che integrano la dimensione ecologica e quella spirituale senza ridurre l’una all’altra. Ci aspettiamo comunità locali — in Africa, in Asia, in America Latina — che trovano nella rete una voce più alta per portare le loro battaglie al tavolo internazionale.

E ci aspettiamo, soprattutto, che il contributo cattolico smetta di essere percepito come marginale nel dibattito globale sulla sostenibilità. Non perché la Chiesa abbia bisogno di visibilità. Ma perché il mondo ha bisogno di quella triade — fede, scienza, giustizia — per non ridursi a un dibattito tecnico senza anima.

I giardini di Castel Gandolfo fioriscono in questo marzo ancora freddo. Il mondo fuori, come sappiamo, brucia. Ma forse — forse — anche un giardino che fiorisce è una forma di resistenza.