A Nola ieri i funerali del piccolo Domenico morto al Monaldii dopo il calvario del fallito trapianto di cuore
A Nola, il dolore non ha avuto bisogno di spiegazioni: bastava guardare quella bara bianca che non arrivava a un metro, quasi inghiottita dalla vastità della Cattedrale. Una sproporzione fisica che diventa giudizio morale: non si può morire a due anni e mezzo e restare “normali”, non si può archiviare una tragedia così con il lessico sbrigativo delle fatalità. E infatti, in quella giornata, la città non è stata soltanto una comunità in lutto: è diventata una piazza che pretende, una chiesa che tenta di custodire, uno Stato che si affaccia e promette.
Il rito lo ha presieduto monsignor Francesco Marino, vescovo di Nola, con parole che hanno provato a mettere argine all’onda montante della rabbia: non per spegnere la domanda di verità, ma per impedirle di degenerare in vendetta. La sua omelia ha toccato il nervo scoperto di ogni tragedia sanitaria: il desiderio comprensibile di individuare un responsabile immediato, di trovare un volto su cui scaricare l’inaccettabile. Ma Marino ha chiamato le cose col loro nome: “giustizialismo privato”. E ha ricordato — con una lucidità quasi impopolare — che il male non si vince con altro male, e che il lutto non si elabora trasformando il dolore in caccia all’uomo. Una cosa è l’accertamento delle responsabilità penali; altra è l’illusione che l’urlo possa guarire la ferita.
Accanto a lui, sull’altare, c’era il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ma la sua presenza è stata di un tipo particolare: è entrato poco prima dell’inizio del rito, non ha preso mai la parola, eppure “parlavano i suoi occhi”. Stava sul lato destro dell’altare, e lo sguardo non si è mai staccato da Patrizia, la madre, minuta, seduta in prima fila, stretta al marito Antonio, con gli occhi inchiodati a quel feretro. Anche senza interventi ufficiali, quel silenzio era un messaggio: in certi giorni la parola rischia di essere un abuso, mentre la presenza — se è vera — diventa l’unica forma onesta di compagnia.
Quella presenza, peraltro, non nasceva dal protocollo. Nei giorni precedenti, “don Mimmo” aveva scritto una lettera che ha colpito molti per la sua immagine essenziale e dolorosa: “I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi… Domenico ha stretto così la vita… poi i pugni si sono aperti”. E, soprattutto, aveva raccontato la sua vicinanza discreta in ospedale: corridoi percorsi “con le mani vuote”, senza frasi ad effetto, offrendo solo ciò che in certe stanze vale più di ogni discorso: esserci. Persino quel dettaglio che brucia — la carezza e la lacrima del bambino anche nel silenzio del coma — compone un “alfabeto” che la Chiesa, quando è fedele alla sua vocazione, dovrebbe saper leggere senza trasformarlo in spettacolo: dolore, dignità, mistero, consegna.
Poi è arrivata Giorgia Meloni. È entrata in Cattedrale poco prima delle esequie, ha abbracciato i genitori, si è fermata davanti alla bara, ha partecipato al rito e poi ha lasciato Nola. Un gesto umanamente comprensibile e politicamente inevitabile, ma che non ha placato — anzi ha reso più visibile — l’altra liturgia della giornata: quella della piazza. All’uscita del feretro, la contestazione dei cittadini è esplosa in grida di “Giustizia per Domenico”, in accuse durissime, in richiami alla coscienza di chi “ha sbagliato”. È qui che il lutto pubblico mostra la sua doppia faccia: da un lato la richiesta legittima di verità; dall’altro la tentazione, sempre pronta, di trasformare la giustizia in vendetta e di cercare un colpevole totale: un reparto, un ospedale, una categoria, un sistema intero.
In mezzo a questo corto circuito, la frase più limpida è rimasta quella della madre: “Devono pagare i medici che hanno sbagliato, non tutti i medici”. È una frase che salva la dignità della domanda di giustizia perché la sottrae all’istinto del rogo. Chiede responsabilità senza distruggere la fiducia, perché se la fiducia crolla la tragedia non finisce: si moltiplica. E infatti, proprio qui, il vescovo Marino ha rilanciato un’altra parola che non consola ma costruisce: non fermare la donazione degli organi. Perché sarebbe la sconfitta più grande: lasciare che un caso terribile interrompa un flusso di generosità che, ogni giorno, salva vite.
E infine è toccato ancora a Patrizia: con la fotografia del figlio tra le mani, la voce rotta, una richiesta che non è retorica ma memoria: “Spero che questo non sia l’ultimo giorno che pensiamo a Domenico”. Dentro quella frase c’è tutto: la paura di essere dimenticati, l’angoscia che la cronaca passi oltre, e il bisogno di trasformare l’assurdo in responsabilità collettiva.
Nola, ieri, è stata una prova generale del Paese che siamo: una comunità che piange e protesta, una Chiesa che tenta di frenare il “giustizialismo privato” senza spegnere la ricerca della verità, uno Stato che si affaccia con promesse e simboli. Ma la giustizia vera — quella che serve a Domenico e a chi resta — non è un urlo: è un lavoro lungo, verificabile, rigoroso, capace di distinguere tra errori individuali, falle organizzative, responsabilità mediche e responsabilità di sistema.
E se c’è una lezione che quella bara minuscola impone, è questa: davanti alla morte di un bambino ogni parola è insufficiente. Ma non ogni parola è innocente. Perciò serve sobrietà, sì. E insieme serve coraggio: cercare la verità fino in fondo, senza fare della rabbia una legge e del dolore un palcoscenico. Perché l’unica impunità davvero intollerabile sarebbe questa: che tutto finisca in un applauso, in un palloncino, in una promessa. E poi nel silenzio.
