Israele e USA vorrebbero trasformare il conflitto con l’Iran in guerra di religione

C’è un istante, in ogni guerra, in cui le ragioni si fanno corte. I dossier parlano di deterrenza, di missili, di “equilibri regionali”, di sicurezza nazionale. Ma quando i corpi si moltiplicano e la coscienza comincia a fare rumore, la geopolitica non basta più. Allora succede la cosa più antica e più infame: si arruola Dio.

Non Dio come domanda, come tremore, come conversione. Dio come slogan, come benzina morale, come certificato di purezza per l’atto di uccidere. È il momento in cui la guerra smette di essere “necessità” e diventa “missione”: e chi dissente non è più un cittadino che teme l’orrore, ma un traditore del “piano divino”.

In questi giorni, mentre l’offensiva contro l’Iran si espande, affiorano proprio queste parole: “Armageddon”, “ritorno di Gesù”, “piano di Dio”, fino all’idea che un presidente sia “unto da Gesù” per accendere il conflitto e accelerare l’epilogo escatologico. Non è una caricatura anticlericale: è quanto viene denunciato da un watchdog statunitense che riferisce lamentele di militari su briefing intrisi di retorica apocalittica.  

E quando la religione diventa munizionamento ideologico, il contagio è simmetrico. Da un lato, un linguaggio cristiano-nazionalista che confonde il Vangelo con la geopolitica e l’Apocalisse con la pianificazione militare. Dall’altro, parole che trasformano l’avversario in figura biblica assoluta, da cancellare: Netanyahu, in un discorso recente, ha richiamato il comando “Ricorda Amalek…”, formula che nella tradizione evoca il nemico totale, quello da eliminare senza residui.  

È qui che la fede—qualunque fede—si degrada a strumento. Perché Dio, quando lo trascini in trincea, ti consegna una scorciatoia potentissima: la demonizzazione. Il nemico non è più un uomo, non è più un popolo, non è più un regime con cui negoziare o un avversario da contenere. È “il Male”. È “Amalek”. È la “delusione profetica”. È il bersaglio teologico che dispensa dall’obbligo morale più elementare: riconoscere nell’altro un essere umano.

E qui, da cattolici, il problema non è “cosa dice la Bibbia”, perché la Scrittura è un abisso che contiene anche pagine dure, violente, legate a epoche e logiche che non sono il Vangelo. Il problema è chi seleziona i versetti e per quale scopo. Perché l’uso politico del sacro non rivela ciò che Dio vuole: rivela ciò che vuole chi parla in suo nome.

La tradizione cattolica, su questo, è più severa di quanto la propaganda bellica sopporti. Non esiste un “Dio delle nostre bombe”. Esiste un giudizio morale sulla guerra, sempre drammatico, sempre esigente. La dottrina della “guerra giusta” non è un lasciapassare: è un recinto stretto, che pretende condizioni rigorose—ultima ratio, proporzionalità, protezione dei civili—e che, nella modernità, diventa sempre più una protesta contro la facilità con cui si ricorre alle armi. Il Catechismo stesso parla chiaro: i criteri sono stringenti e la responsabilità morale grava pesantemente su chi decide. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2307-2317; 2309).

Ma l’arruolamento di Dio ha un’altra conseguenza: rende impronunciabile la parola più necessaria alla fine di quasi tutti i conflitti umani—compromesso. Se la guerra è “piano divino”, la tregua diventa peccato. Se l’avversario è “il Male”, la diplomazia diventa tradimento. Se l’ordine viene dall’Alto, l’unica fedeltà è obbedire e colpire.

E intanto la realtà—la sola che non mente—presenta il conto: civili uccisi, escalation, allargamento del teatro bellico, dichiarazioni muscolari, numeri che diventano statistiche, bambini ridotti a nota di margine. L’Associated Press riporta che lo stesso segretario alla Difesa USA ha ammesso l’impossibilità di intercettare ogni attacco e che la durata prevista del conflitto potrebbe allungarsi.  

In tutto questo, il cristianesimo non può permettersi l’equivoco più blasfemo: scambiare la fede con la vittoria. Il Dio di Gesù Cristo non è il cappellano della potenza. È il Crocifisso: cioè uno che sta dalla parte delle vittime, non delle narrazioni che giustificano i carnefici. Un Dio che non “schiaccia come insetti” i nemici dell’una o dell’altra parte, ma chiede conversione, verità, giustizia—e piange sui morti senza chiedere il passaporto.

Il vero scandalo non è che qualcuno preghi durante la guerra. Pregare è umano, a volte necessario. Lo scandalo è usare Dio per rendere la guerra più facile, più entusiasmante, più “pura”. È trasformare l’escatologia in strategia e la Bibbia in comunicato stampa.

E allora sì: Dio, quello vero, se lo si crede, non sta in trincea. Sta dove la trincea fa più male: nel corpo ferito, nel lutto, nel terrore notturno, nella coscienza che non dorme. E quando lo si chiama, non dovrebbe servire a sparare meglio. Dovrebbe servire—almeno una volta—a smettere.