REFERENDUM: Nicola Gratteri è per il NO alla separazione delle carriere tra giudici e PM

Bisogna conoscere Nicola Gratteri per capire il peso specifico delle sue parole. Non è un intellettuale di sinistra che perora cause da salotto. Non è un politico che cerca consensi. Non è nemmeno un magistrato che si è fatto una carriera comoda nell’ombra delle correnti — al contrario: le correnti lo hanno emarginato per decenni, gli hanno negato la Procura Nazionale Antimafia nel 2022, lo hanno tenuto lontano da ogni posizione di potere sistemico. Gratteri è il procuratore che la ‘ndrangheta ha provato ad uccidere più volte. È l’uomo che vive sotto scorta da trent’anni. È il magistrato calabrese che ha smontato i cartelli della cocaina internazionale con operazioni da centinaia di arresti. È, in una parola, uno scomodo — e lo sa, e ci ha costruito sopra tutta la sua autorevolezza morale.

Quando un uomo così dice che voterà no al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere, non lo dice come atto di appartenenza corporativa. Lo dice come atto di conoscenza diretta. Lo ripete in ogni trasmissione televisiva, in ogni piazza, ovunque sia invitato: “Fino a 48 ore prima del voto, fino a quando avrò forza e tempo, dirò no alla separazione delle carriere.” Detto da lui, suona meno come propaganda e più come testamento professionale.

Il nodo centrale: il pm sotto l’esecutivo

L’argomento principale di Gratteri non è ideologico — è strutturale. Nei Paesi dove esiste la separazione delle carriere, il pubblico ministero dipende dal ministro della Giustizia: ogni anno il ministro stabilisce le priorità investigative, e i pm devono seguirle. Questo significa che nel 2028 il ministro potrebbe decidere che la priorità sono le truffe online, e che corruzione, mafia e riciclaggio possono aspettare. Non perché siano meno gravi — ma perché qualcuno in alto ha deciso così.

Avere un pubblico ministero che dipende dal ministro della Giustizia, spiega Gratteri, favorisce solo i potenti, non gli ultimi. L’indipendenza della magistratura è una garanzia per i figli di nessuno, per i deboli e i fragili. È un argomento che taglia corto con tutta la retorica garantista del fronte del Sì: sì, il garantismo è un valore — ma garantismo per chi? Per l’imputato che può permettersi un avvocato da cinquantamila euro di acconto, o per il cittadino comune che finisce dentro un ingranaggio giudiziario e non ha mezzi per difendersi?

Il sorteggio truccato

Un secondo fronte riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma introduce il sorteggio per l’elezione dei membri togati — e Gratteri, che era favorevole al sorteggio puro, si trova a smontare quello proposto. Il sorteggio nel referendum non è un sorteggio vero: i magistrati laici, quelli nominati dal Parlamento, sono “temperati” da una selezione politica preventiva. È gente in malafede che chiama “sorteggio” un elenco di prescelti della politica. Il risultato finale, denuncia, è un CSM a trazione politica che tutelerà meno i magistrati e aprirà la strada a un controllo sistematico dall’alto.

La velocità? Uno slogan

Il governo Meloni e il ministro Nordio vendono la riforma anche come acceleratore della giustizia. Gratteri liquida la cosa con la brutalità di chi conosce i numeri. “La velocità della giustizia dove sarebbe? Che c’entra con la separazione delle carriere, se ogni 60 giorni introducono cinque o sei reati nuovi con decreto? Sono solo slogan.” La lentezza dei processi dipende da organici insufficienti, da strutture fatiscenti, da codici ridisegnati ogni anno. Non dipende dal fatto che il pm e il giudice appartengano allo stesso ordine.

Il popolo si è già pronunciato

C’è poi un argomento che Gratteri usa con la precisione di un pungiglione: il 12 giugno 2022 gli italiani votarono già in un referendum sulla separazione delle carriere, e dissero no. Il ministro Nordio dice che governa perché è stato eletto dal popolo — ma quel popolo, sullo stesso tema, si era già espresso. E non era un popolo diverso. Cambiare la Costituzione su un punto su cui i cittadini hanno già votato, senza che nel frattempo sia cambiato nulla di sostanziale nel funzionamento della giustizia, è un atto di forza politica travestito da riforma.

Chi voterà sì

È qui che Gratteri ha scatenato il putiferio. “Voteranno sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”, ha dichiarato al Corriere della Calabria, provocando la reazione a catena dell’intera destra di governo. La seconda carica dello Stato si è detta “basita”. Tajani ha parlato di “attacco alla libertà e alla democrazia”. Forza Italia ha aperto una pratica al CSM per valutarne la compatibilità professionale.

Tradotto: lo hanno attaccato perché l’aveva detto in modo troppo diretto. Ma il concetto — che questa riforma fa comodo a chi teme una magistratura indipendente — è esattamente lo stesso espresso dal collega Nino Di Matteo: “Voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi. La mafia ha bisogno che la magistratura risulti delegittimata agli occhi del popolo.”

Coincide, peraltro, con ciò che ha detto il figlio di Licio Gelli.

L’uomo libero che dà fastidio

Gratteri ha detto di sé che è “una persona libera”, che non ha mai fatto parte di alcuna corrente, e che non vuole essere il testimonial del No ma semplicemente continuare a dire quello che pensa. È esattamente questo a renderlo insopportabile per chi governa: non si riesce a inquadrarlo. Non è di sinistra — ha processato esponenti di ogni colore politico. Non è un corporativista — critica apertamente i colleghi e la magistratura per lo scandalo Palamara. Non è un carrierista — le correnti lo hanno tenuto fuori dai posti che meritava.

È solo un uomo che dice quello che pensa, anche quando quello che pensa dà fastidio a chi gestisce il potere. E annuncia che lo farà fino all’ultimo giorno del suo lavoro da procuratore di Napoli.

In un Paese in cui il silenzio conveniente è moneta corrente, questa ostinazione ha ancora il sapore antico di qualcosa che non si compra.