La Commissione Teologica Internazionale pubblica un nuovo documento sul transumanesimo e il postumanesimo
C’è un modo elegante di porre le domande che, proprio perché non urla, non concede scappatoie. La Commissione Teologica Internazionale lo fa con una formula che è insieme biblica e contemporanea: Quo vadis, humanitas? Dove vai, umanità, mentre acceleri? Dove vai, mentre ti potenzi? Dove vai, mentre sogni di superare la carne, la fragilità, perfino la morte?
È una domanda che i filosofi del Rinascimento avrebbero riconosciuto immediatamente, e che tuttavia suona nuovissima nell’era dei processori quantistici e dell’ingegneria genetica: che cosa rende umano l’essere umano? Non come lo si migliora, non come lo si prolunga, non come lo si supera — ma cosa è, prima di tutto il resto.
Il documento nasce nel solco di un anniversario che pesa come un bilancio: sessant’anni dalla Gaudium et spes. Ma non è un esercizio celebrativo — è una verifica. Perché se il Concilio aveva messo al centro l’uomo “integrale”, oggi quel centro è contestato da due pressioni opposte e complementari: da un lato la tentazione di censurare il limite, idolatrando la tecnica; dall’altro la tentazione di rassegnarsi al limite, trasformando la storia in una lunga resa. La Commissione rifiuta la scorciatoia di scegliere un solo polo: grandezza senza fragilità o fragilità senza grandezza. L’umano — dice — è ambivalenza, e ogni tentativo di semplificarla produce mostri: o narcisismo tecnocratico o fatalismo antropologico.
Il documento che ne risulta è imponente: lungo, denso, a tratti scolastico — eppure percorso da un’urgenza autentica, come di chi sente che il terreno sotto i piedi si sta spostando più velocemente di quanto la riflessione riesca a seguire. Guarda in faccia le due grandi ideologie tecnologiche del nostro tempo: il transumanesimo, che vuole perfezionare l’uomo fino all’immortalità, e il postumanesimo, che preferisce direttamente dissolverlo nell’ibrido, nel cyborg, nella fluidità senza confini tra carne e macchina.
La parola-chiave che regge tutto è, paradossalmente, una parola anti-moderna: dono. Essere persona, con una dignità che non si compra e non si conquista, non è un risultato — è un punto di partenza. Precede ogni cosa. E proprio perché precede, non può essere negoziata al ribasso in nome del progresso, né al rialzo in nome della perfezione. Non si migliora un dono rimodellandolo secondo i propri gusti — lo si riceve, lo si abita, lo si custodisce.
È qui che il documento si fa più acuto, e anche più scomodo. Perché entrambe le correnti che analizza partono da una premessa comune che il testo non esita a definire, con parola perentoria, un “risentimento”: il rifiuto della vita reale, della condizione concreta, del limite come parte integrante dell’identità.
Il transumanista non accetta che si invecchi, che si muoia, che il corpo abbia confini.
Il postumanista non accetta che ci sia una “forma umana” degna di essere custodita.
In entrambi i casi, ciò che si rifiuta non è l’ingiustizia o la sofferenza evitabile — contro le quali è giusto combattere — ma la realtà stessa delle cose.
C’è qualcosa di riconoscibile, in questo rifiuto. Non è lontano dall’estetica della perfezione che domina i social media, dall’horror per l’invecchiamento che alimenta l’industria della chirurgia estetica, dall’impazienza verso qualsiasi limite che caratterizza la cultura del consumo istantaneo. Il sogno transumanista non è una stravaganza di laboratorio: è la versione estrema e coerente di un’atmosfera culturale diffusissima, che considera il corpo un problema da risolvere, la morte un’anomalia da correggere, il limite una vergogna da nascondere.
Contro questa atmosfera, il documento oppone una logica radicalmente diversa — e, a suo modo, altrettanto scandalosa. Non la rassegnazione, non il fatalismo, non la santificazione acritica di qualunque dato naturale. Ma la proposta di abitare le tensioni invece di sopprimerle. L’umano è strutturato in “polarità”: materia e spirito, individuo e comunità, finito e infinito, maschile e femminile. Queste polarità non sono difetti da correggere — sono la forma stessa della vita. Non si eliminano senza eliminare ciò che si voleva proteggere.
È una posizione che la modernità fatica a ricevere, abituata com’è a risolvere le contraddizioni invece di abitarle. Il pensiero binario, algoritmico, ottimizzante — che non a caso è il pensiero della macchina — vuole uscire dalla tensione con una soluzione definitiva. La tradizione che il documento porta avanti dice invece che la tensione è il luogo in cui accade qualcosa di essenziale: la crescita, l’incontro, la scoperta di sé attraverso l’altro.
Vi è però un passaggio che merita di essere sottolineato, perché rischia di perdersi nel vasto apparato concettuale: quello sui poveri, quasi nascosto in coda, nelle ultime pagine. Lì si dice che tutto questo sviluppo tecnologico — con le sue promesse di immortalità e potenziamento — favorisce soprattutto chi ha già molto potere, e rischia di rendere “materiale di scarto” chi non è utile agli ingranaggi dei più forti. È una nota breve, ma brucia. Perché ricorda che la domanda quo vadis, humanitas? non è solo filosofica. Ha un destinatario preciso: gli ultimi, i deboli, quelli che nessun algoritmo di ottimizzazione include nel proprio calcolo.
Dante, citato nel documento, faceva dire a Ulisse: Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza. La tradizione cristiana prende quel verso e lo complica: sì, l’uomo è fatto per andare oltre sé stesso. Ma il “oltre” non è una versione potenziata e immortale di se stesso. È un’apertura verso qualcosa che lo precede e lo supera — e che ha il volto, sorprendentemente, del più fragile.
Quo vadis, humanitas? La risposta del documento è che non si va da nessuna parte di buono se si parte dal disprezzo di ciò che si è.
