Trump minaccia la Spagna di interrompere ogni accordo commerciale per le basi negate per attaccare l’Iran
La Spagna ha detto no. Non ha prestato le sue basi militari per i raid contro l’Iran. Donald Trump, nello Studio Ovale, ha risposto con una parola sola: «terribile». E ha ordinato di tagliare tutti i commerci con Madrid. In pochi minuti, davanti al cancelliere tedesco appena eletto, la grammatica delle alleanze occidentali si è mostrata per quello che è diventata: un sistema in cui chi obbedisce è un buon alleato, e chi esercita la propria sovranità è un nemico da punire.
«Terribile». È una parola piccola per ciò che contiene. Trump l’ha pronunciata martedì pomeriggio nello Studio Ovale, seduto accanto a Friedrich Merz — il nuovo cancelliere tedesco, lì in visita ufficiale, che nel frattempo annuiva composto dichiarando di essere «d’accordo sull’eliminazione del terribile regime iraniano». Due «terribili» in una conferenza stampa: uno per un regime che ha bombardato undici paesi, l’altro per un paese democratico della NATO che ha esercitato il diritto di non prestare le proprie basi a un’operazione militare decisa senza consultarlo.
La simmetria è involontaria ma istruttiva. Per Trump, il governo di Pedro Sánchez e quello degli ayatollah condividono la stessa aggettivazione morale. Diversa intensità, certo. Ma stessa categoria: chi non fa quello che Washington vuole è «terribile». Il resto è sfumatura.
Il diritto di dire no
Vale la pena ricostruire i fatti con precisione, perché nella velocità della cronaca si rischia di perdere il punto essenziale. La Spagna è membro della NATO dal 1982. Ospita sul suo territorio due delle basi americane più strategiche dell’Europa meridionale: Rota, che affaccia sull’Atlantico e ospita cacciatorpediniere a propulsione nucleare, e Morón, base aerea a cinquanta chilometri da Siviglia. Entrambe operano in base ad accordi bilaterali ispano-americani che, nella loro formulazione attuale, prevedono che l’uso delle basi per operazioni offensive richieda il consenso spagnolo.
Il governo Sánchez ha detto no. Non ha sabotato l’operazione. Non ha condiviso informazioni con l’Iran. Ha semplicemente esercitato una prerogativa sovrana prevista dagli accordi stessi. È esattamente quello che quei trattati consentono. Eppure Trump ha risposto con la minaccia di tagliare tutti i rapporti commerciali, definendo la Spagna un «terribile alleato» davanti alle telecamere di mezzo mondo.
Mark Rutte, il segretario generale della NATO, ha cercato di mediare ricordando il contributo spagnolo — i sistemi Patriot in Turchia che difendono interessi americani da dieci anni, le missioni navali, i contingenti. Piccolo schermo dietro cui riparare, per qualche ora. Poi Trump ha parlato di nuovo, e lo schermo è caduto.
La NATO come servizio di consegna
C’è una visione delle alleanze che emerge con sempre maggiore chiarezza da questa stagione, e che vale la pena nominare senza giri di parole. Per l’amministrazione Trump, la NATO non è un’alleanza di sicurezza collettiva fondata sull’uguaglianza formale dei membri — è uno strumento di proiezione di potenza americana a cui gli alleati contribuiscono risorse, basi e legittimità. Chi contribuisce è un buon partner. Chi esita, anche solo una volta, su una sola operazione, è «terribile» e merita sanzioni commerciali.
Non è una lettura sovversiva. È la lettura che emerge dalle parole di Trump stesso: «Potremmo usare le loro basi se volessimo. Possiamo volare lì e usarli. Nessuno ci dirà di no». Detto davanti al cancelliere di un paese alleato, senza imbarazzo, come si constata un fatto ovvio. Non è una minaccia velata: è la descrizione di un rapporto di forza che Trump considera naturale e non problematico.
La cosa più rivelatrice, però, è quello che viene subito dopo: «Ma erano ostili, quindi ho detto loro che non volevamo farlo». Non ne avevano bisogno, dunque. Le basi di Rota e Morón non erano indispensabili operativamente. La punizione non è una risposta a un danno militare concreto — è una risposta a un gesto simbolico di autonomia. La Spagna ha osato dire no, e per questo va punita. Non per aver causato un problema, ma per aver ricordato che poteva scegliere.
Merz, l’Europa e la tentazione dell’obbedienza
Accanto a Trump, in quello Studio Ovale, c’era Friedrich Merz. Il nuovo cancelliere tedesco, eletto tre settimane fa sulla promessa di ricostruire la credibilità europea e la solidarietà atlantica, che annuiva e dichiarava di essere «d’accordo sull’eliminazione del terribile regime iraniano». Una frase che vale la pena leggere con attenzione: non «concordo sulla necessità di fermare il programma nucleare iraniano attraverso ogni mezzo necessario», non «sostengo la sicurezza di Israele». «Sono d’accordo sull’eliminazione». È la lingua del regime change — quella stessa lingua che Trump del 2016 aveva giurato di non parlare mai più.
La Germania di Merz, in questo momento, sembra aver scelto la strada dell’allineamento totale. È una scelta comprensibile dal punto di vista della realpolitik: Berlino ha bisogno di Washington sulla questione ucraina, sulla sicurezza energetica, sui dazi. Ma è una scelta che ha un costo, e quel costo si chiama autonomia. La stessa autonomia che la Spagna ha esercitato — e per cui viene punita.
L’Europa in questo momento si divide, senza dirlo apertamente, tra chi sceglie di dire sì per paura delle conseguenze e chi sceglie di dire no sapendo che le conseguenze arriveranno comunque. Non è una divisione tra coraggiosi e vigliacchi — è una divisione tra chi ha ancora margini di manovra e chi non ce li ha. Ma il problema di lungo periodo è che ogni «sì» detto per paura riduce i margini di manovra di tutti, anche di chi avrebbe voluto dire no.
Quello che la fede vede
C’è un versetto del Vangelo che torna in mente leggendo questa storia, e non è uno dei più citati. È quello in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,37). Non è un invito alla rigidità. È un invito all’onestà — alla corrispondenza tra quello che si pensa e quello che si dice, tra quello che si è e quello che si fa.
La Spagna ha detto no e ha pagato il prezzo del no. Si può discutere se la decisione di Sánchez fosse giusta nel merito — se negare le basi fosse la risposta proporzionata a una crisi di quella portata, se ci fossero canali diplomatici non esplorati, se il gesto abbia avuto un effetto reale o puramente simbolico. Sono domande legittime. Ma c’è qualcosa di moralmente riconoscibile in un governo che dice «no, non presto le mie basi per questa operazione, perché non ero stato consultato e non sono d’accordo» — e che lo dice pubblicamente, accettando le conseguenze.
È, nel senso più elementare, la pratica della coscienza. La stessa coscienza che la tradizione cristiana ha sempre difeso come irriducibile e inalienabile — anche quando costa, anche quando il potente di turno la chiama «terribile».
La storia non ci dirà se Sánchez aveva torto o ragione sulla questione militare. Ma ci dirà che in un momento in cui l’Europa si trovava costretta a scegliere tra obbedienza e dignità, qualcuno ha scelto la seconda. E che per questo ha ricevuto, in cambio, un aggettivo. Da un uomo che ne ha già usati tanti, su tutti.
«Terribile». Il Libano brucia. L’Iran conta i morti. I militari italiani sono nei bunker. E l’alleanza occidentale litiga sulle basi spagnole.
