Sarà falso, sarà vero? La domanda, davanti all’ennesimo dispaccio sul Cremlino, vale quasi più della risposta. Perché da quando la guerra in Ucraina ha rimesso la Russia al centro della storia tragica d’Europa, il racconto su Vladimir Putin è diventato un genere letterario a sé: un po’ intelligence, un po’ romanzo gotico, un po’ desiderio occidentale di vedere il nemico già sconfitto prima ancora che la realtà lo confermi.

Abbiamo letto di tutto. Putin malato terminale. Putin col Parkinson. Putin con il tumore. Putin sostituito dai sosia. Putin isolato, furioso, tremante. La Russia senza missili. La Russia senza economia. La Russia a un passo dal collasso. Ogni tanto, poi, la realtà ha bussato alla porta con la brutalità dei fatti: Mosca non era in ginocchio, la guerra non era finita, il Cremlino non era caduto, e il “crollo imminente” assomigliava più a un auspicio che a un’analisi.

Ora arriva un nuovo capitolo. Secondo un rapporto di intelligence europea citato da varie testate internazionali, la sicurezza intorno a Putin sarebbe stata drasticamente rafforzata da marzo 2026, per il timore di un attentato, di un colpo di Stato o persino di un’azione con droni. Alcuni media riferiscono che il leader russo avrebbe ridotto i luoghi frequentati, aumentato i controlli su chi lo incontra, limitato gli spostamenti e imposto misure molto severe a collaboratori, cuochi, funzionari e personale di servizio. Il nome più sensibile, nel racconto, è quello di Sergei Shoigu, ex ministro della Difesa e oggi segretario del Consiglio di Sicurezza, indicato come possibile fattore di destabilizzazione per la sua influenza residua negli ambienti militari. L’arresto di Ruslan Tsalikov, suo ex vice, avvenuto il 5 marzo 2026, sarebbe stato letto come una rottura degli equilibri interni tra le élite russe.  

Tutto questo può essere vero. O può essere parzialmente vero. O può essere vero nel fatto e falso nell’interpretazione. È qui che comincia il mestiere del giornalismo, e finisce la propaganda.

Che un capo di Stato in guerra rafforzi la propria sicurezza non è una notizia sorprendente. È quasi una legge fisica del potere. Vale per Putin, vale per Zelensky, vale per Netanyahu, vale per i presidenti americani, vale per qualunque leader che viva dentro un conflitto armato, una guerra ibrida, una minaccia terroristica, una crisi interna. La differenza è che quando si parla di Putin, ogni protocollo di sicurezza viene immediatamente trasformato in sintomo psicologico: non più prudenza, ma paranoia; non più prevenzione, ma panico; non più apparato di protezione, ma bunker dell’anima.

Eppure il contesto esiste. La guerra ha portato i droni dentro una nuova grammatica del potere. Non colpiscono soltanto carri armati e depositi, ma città, aeroporti, basi, palazzi, simboli. Secondo le ricostruzioni uscite in queste ore, il timore del Cremlino riguarderebbe proprio la possibilità di un attentato con droni, anche da parte di ambienti interni o di soggetti capaci di sfruttare falle nella sicurezza. Alcune fonti collegano l’inasprimento dei protocolli anche al clima successivo ad assassinii e attacchi contro figure militari russe.  

Ma un conto è dire: “Il Cremlino si protegge di più”. Un altro conto è dire: “Il regime sta cadendo”. Tra le due frasi passa la distanza che separa l’analisi dal desiderio.

Il problema non è credere o non credere al report. Il problema è l’uso politico-emotivo che se ne fa. L’Occidente mediatico ha spesso raccontato la Russia come una potenza sul punto di sbriciolarsi, dimenticando che gli imperi malati possono durare molto, e che i sistemi autoritari non crollano perché noi li definiamo fragili. Crollano quando si spezzano davvero i meccanismi di lealtà, paura, denaro, repressione, consenso e opportunismo che li tengono in piedi.

La Russia putiniana non è invincibile. Ha pagato e paga un prezzo enorme: umano, economico, diplomatico, morale. Ma non è neppure il castello di carta che certa pubblicistica ha immaginato per tre anni. È uno Stato duro, militarizzato, adattivo, capace di soffrire e far soffrire, di perdere uomini e continuare, di subire sanzioni e riorganizzarsi, di reprimere il dissenso e produrre narrazione patriottica. Non è onnipotente; ma non è nemmeno finito.

Per questo il tema Shoigu va letto con cautela. È plausibile che dentro l’élite russa ci siano tensioni. È plausibile che l’apparato militare, i servizi, gli oligarchi, i tecnocrati e gli uomini del Cremlino non siano un coro angelico intorno al presidente. La storia russa è piena di fedeltà improvvisamente convertite in silenzi, e di silenzi convertiti in tradimenti. Ma trasformare ogni attrito in preludio di golpe significa leggere Mosca con gli occhiali di una sceneggiatura occidentale. Shoigu può essere indebolito, sorvegliato, marginalizzato; questo non vuol dire automaticamente che stia preparando una congiura. Il rapporto citato parla di rischio, di percezione, di timore, non di golpe accertato.  

C’è poi un’altra questione, più sottile. Le informazioni di intelligence pubblicate sui media non sono mai soltanto informazioni. Possono essere vere, ma selezionate. Possono essere parziali, ma utili. Possono essere fatte filtrare per avvertire, intimidire, condizionare, orientare le élite nemiche, rassicurare quelle amiche, alimentare crepe, produrre sfiducia. In guerra, anche la notizia è un’arma. E spesso l’arma più efficace non è la menzogna pura, ma la verità dosata.

Allora sì: Putin può essere più isolato. Può vivere in un cerchio sempre più stretto. Può temere attentati. Può fidarsi di pochi. Può aver trasformato la propria sopravvivenza fisica in questione di Stato. Sarebbe perfino normale, per un autocrate che ha legato il destino della Russia al proprio destino personale. Ma da qui a immaginare il Cremlino come un palazzo già percorso dai passi dei congiurati ce ne passa.

L’elzeviro, allora, dovrebbe concludere così: diffidiamo delle favole, anche quando ci piacciono. Diffidiamo della propaganda russa, che presenta Putin come il custode invulnerabile della Terza Roma. Ma diffidiamo anche della contro-propaganda occidentale, che ogni mese lo vuole moribondo, deposto, terrorizzato, finito. La verità, come spesso accade, è meno cinematografica e più inquietante: Putin non è probabilmente sereno, ma resta al potere; la Russia non è invincibile, ma continua a combattere; il Cremlino non è trasparente, ma non è ancora crollato.

E forse il vero bunker non è soltanto quello in cui Putin si proteggerebbe. È anche quello delle nostre narrazioni: un luogo chiuso, senza finestre, dove ogni notizia viene piegata al bisogno di credere che la storia stia andando esattamente dove noi desideriamo.