Pensiero sociale cristiano
C’è una frase, tra le tante che affollano il nuovo saggio di Sven Beckert sul capitalismo globale, che vale più di un intero trattato: il capitalismo, scrive lo storico di Harvard, non dipende dal liberalismo. Può prosperare — ha prosperato — senza la libertà. Anzi, le sue radici più profonde affondano nella coercizione, nella schiavitù, nelle marine da guerra che aprivano i mercati a cannonate. Prima ancora che John Stuart Mill formulasse i suoi eleganti principi sull’autonomia individuale, i mercanti portoghesi facevano affari con le catene.
Questa constatazione, che nella lettura di Beckert suona come atto d’accusa definitivo contro il sistema, a chi conosce la tradizione del pensiero sociale cristiano suona invece come una conferma antica. Leone XIII, nella Rerum Novarum del 1891 — un testo che i manuali di economia liberale hanno lungamente ignorato con fastidio aristocratico — aveva già visto l’inganno. Il problema non era il mercato in sé: era il mercato senza morale, l’accumulazione senza limite, il profitto eretto a fine ultimo dell’esistenza umana. «È necessario che la ricchezza sia ben distribuita e che sia goduta dal maggior numero possibile di cittadini»: parole che nessun economista della scuola di Chicago avrebbe mai firmato.
Oggi, mentre il mondo discute se siamo entrati in un’epoca «post-liberale» e i commentatori si accapigliano sul destino del capitalismo orfano dei suoi valori fondativi, sarebbe utile rileggere quel lungo filo di riflessione — da Toniolo a Sturzo, da Maritain a La Pira, da Paolo VI a Benedetto XVI — che ha sempre rifiutato la falsa alternativa tra il mercato senza volto e lo Stato senza limite. Non perché la Dottrina Sociale della Chiesa abbia le risposte pronte in tasca: non ce le ha, e sarebbe immodesto pretenderlo. Ma perché ha posto, da più di un secolo, le domande giuste.
La prima domanda è quella sulla persona. Il capitalismo, in tutte le sue incarnazioni che Beckert descrive con dovizia d’archivio — da quello «di guerra» del Cinquecento atlantico a quello «neoliberale» dei container e delle catene globali del valore — tratta l’essere umano come variabile dipendente del sistema. Il lavoro è una merce, la terra è una merce, persino l’attenzione e il desiderio sono merci. La tradizione del pensiero cristiano-sociale oppone a questa logica il principio della dignità inviolabile della persona: non come postulato sentimentale, ma come fondamento ontologico dell’ordine economico. Un’economia che produce ricchezza abbattendo la dignità dei lavoratori non produce ricchezza: produce miseria mascherata da prosperità.
La seconda domanda è quella sul bene comune. Il liberalismo economico — quello vero, non la sua caricatura populista attuale — aveva il merito di credere che la somma degli interessi privati generasse, quasi per magia, un interesse generale. La «mano invisibile» di Adam Smith era in fondo una figura teologica laicizzata: una provvidenza senza provvidenza. Il pensiero cristiano-sociale ha sempre rifiutato questa fede. Il bene comune non si produce automaticamente dal conflitto degli egoismi: richiede istituzioni, negoziazione, sacrificio, cura del vincolo sociale. Richiede, in una parola, politica — nel senso alto e aristotelico del termine. Non a caso, quando i regimi liberali del dopoguerra permisero al lavoro organizzato di negoziare e agli stati di costruire reti di protezione sociale, il capitalismo produsse la crescita più inclusiva della sua storia. Non nonostante i limiti al mercato, ma grazie ad essi.
La terza domanda — la più scomoda — è quella sulla violenza. Beckert documenta con impressionante precisione come l’espansione capitalista abbia significato, quasi ovunque, espropriazione, schiavitù, distruzione delle economie non capitaliste. Cinquanta anni dopo la Rerum Novarum, Paolo VI nella Populorum Progressio (1967) chiamava le cose con il loro nome: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», e uno sviluppo che avviene a spese dei poveri non è sviluppo, è predazione. Oggi, nell’era del «capitalismo di guerra 2.0» evocato dall’articolo — guerre commerciali, corsa alle risorse, nazionalismi muscolari — quella denuncia risuona con forza rinnovata.
Eppure il pensiero cristiano-sociale non si esaurisce nella critica. Porta con sé un’antropologia dell’abbondanza, non della scarsità: l’idea che la cooperazione sia più proficua del conflitto, che il dono possa integrare il contratto, che l’economia — come la tradizione italiana dell’«economia civile» da Genovesi a Zamagni ha insegnato — non sia per natura una guerra tra predatori, ma una forma di vita civile. Non utopia: storia. La storia delle cooperative lombarde e delle casse rurali, dei distretti industriali toscani e delle mutue operaie, di tutto quell’intreccio di mercato e solidarietà che il liberalismo puro non sa vedere perché non sa misurare.
Il momento attuale è una rottura, dice il premier canadese Mark Carney. Forse. Ma le rotture non sono vuoti: sono soglie. E varcare una soglia richiede di sapere non solo dove si viene, ma dove si vuole andare. Il capitalismo, scrive Beckert, torna sempre a una versione del suo passato violento. Il pensiero cristiano-sociale risponde: dipende da noi. L’economia non ha una natura, ha una storia. E la storia la fanno gli uomini, con le loro scelte, le loro istituzioni, i valori che decidono di onorare. Anche questo, dopotutto, è un atto di fede — di un tipo che nessun mercato può produrre, né sopprimere del tutto.
