C’è uno stretto di mare largo appena cinquantaquattro chilometri che in questo momento decide quanto costerà fare il pieno, se ci sarà insulina negli ospedali di Teheran, se il riso indiano arriverà in Africa orientale, se le compagnie aeree dell’emisfero nord avranno carburante per volare. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo geografia: è sempre stato politica, ricatto, leva. Ma oggi, con l’Iran che vi istituisce sopra una nuova autorità di controllo e Trump che riunisce il suo team nella Situation Room per «discutere le opzioni militari», Hormuz è diventato qualcosa di più semplice e di più brutale: il collo di una bottiglia che qualcuno sta stringendo, e dentro c’è il mondo.

La nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico — sigla Pgsa, acronimo destinato a entrare nel vocabolario della crisi — è la mossa con cui Teheran prova a trasformare una minaccia implicita in un fatto amministrativo. Qualunque transito senza autorizzazione «sarà considerato illegale». Non è una dichiarazione di guerra, ma ci assomiglia abbastanza da costringere chiunque a fare i conti. E i conti, in questo momento, non tornano a nessuno.

Non tornano a Trump, che pubblicamente dichiara di non voler fare concessioni e privatamente — secondo fonti vicine ai negoziati — stava esplorando una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio iraniano in cambio della riapertura dello Stretto. La distanza tra la retorica e la diplomazia è, come sempre, la misura reale della partita. Quando il presidente americano avverte che all’Iran «non rimarrà più nulla» se non si dà una mossa, parla per il pubblico interno. Quando i mediatori pakistani continuano a fare la spola tra Washington e Teheran nonostante il rifiuto ufficiale del piano in quattordici punti, parla la realtà.

Non tornano i conti all’Iran di Pezeshkian, presidente che ha l’ingrato compito di tenere insieme una società sotto pressione economica acuta, una crisi farmaceutica con rincari al 300% e carenze di insulina e farmaci oncologici, e una classe politica interna divisa tra intransigenti e pragmatici. Le sue parole — «negoziamo con dignità, se siamo in guerra dobbiamo assumere una mentalità da guerra» — sono il tentativo di un equilibrista di non cadere né da una parte né dall’altra. Un appello all’unità nazionale che, detto così, suona anche come un’ammissione: la situazione è critica, i sacrifici saranno reali, e l’unità è l’unico ammortizzatore rimasto.

Non tornano i conti, soprattutto, al resto del mondo, quello che non siede nella Situation Room e non ha droni da schierare. Le famiglie americane hanno già pagato 316 dollari in più a testa per la benzina dall’inizio del conflitto — cifra misurata dalla Brown University, non da un comunicato iraniano. Le scorte commerciali di petrolio e fertilizzanti «si stanno esaurendo molto velocemente», dice il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia. Il Programma Alimentare Mondiale parla di effetti «catastrofici» sull’Africa orientale, dove il riso indiano non arriva perché le spedizioni si accumulano in attesa che qualcuno decida cosa fare di quello stretto di cinquantaquattro chilometri.

Nel frattempo, nel Golfo, droni di origine non rivendicata colpiscono una centrale nucleare negli Emirati — senza vittime, per ora, ma l’incendio è reale — e l’Arabia Saudita intercetta velivoli provenienti dall’Iraq. Pakistan schiera ottomila soldati a Riyadh e fa da mediatore a Teheran. Israele fissa il mirino sulle «infrastrutture energetiche iraniane» e aspetta. Tutti aspettano.

È questa la grammatica delle crisi contemporanee: una soglia che nessuno vuole attraversare ufficialmente, una serie di azioni che la avvicinano comunque, e nel mezzo una quantità crescente di danni collaterali che ricadono su chi non ha voce in capitolo. Il diritto all’arricchimento dell’uranio riconosciuto dal Trattato di non proliferazione, il diritto americano alla sicurezza regionale, il diritto israeliano all’autodifesa preventiva: tutti i diritti sono sul tavolo. I fertilizzanti, l’insulina e il riso no.


Hormuz insegna una cosa antica: nelle crisi tra potenze, il prezzo più alto lo paga chi non è una potenza. E quella lezione non ha mai smesso di essere attuale.

Trump dice no, l’Iran crea un’autorità sul traffico marittimo, Israele aspetta. Ma mentre i grandi giocano con il fuoco, sono i poveri del mondo a bruciarsi.