Cinque anni dopo Kabul, il vero pericolo non è soltanto il ritorno del terrorismo, ma la rimozione di vent’anni di illusioni, paura e vite sacrificate
Nell’agosto del 2021 il mondo vide uomini aggrappati agli aerei in partenza da Kabul, bambini sollevati oltre il filo spinato e soldati americani uccisi mentre proteggevano l’ultima evacuazione. Fu una sconfitta militare, politica e morale. Cinque anni dopo, però, emerge una verità ancora più scomoda: la minaccia terroristica evocata per prolungare indefinitamente la guerra era stata probabilmente sovrastimata.
Questo non assolve i talebani, che hanno trasformato l’Afghanistan in una prigione per le donne. Condanna piuttosto un sistema politico incapace di distinguere la difesa necessaria dalla paura divenuta strategia permanente.
L’Afghanistan è quasi scomparso dalla coscienza occidentale. Non dalla geografia, dalla fame o dalla vita delle ragazze alle quali è stato vietato di studiare. È scomparso dalla memoria politica di chi, per vent’anni, lo aveva presentato come il fronte decisivo della sicurezza mondiale.
Il 15 agosto 2021 Kabul cadde quasi senza combattere. Il governo finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti si dissolse in pochi giorni. Il presidente Ashraf Ghani fuggì, l’esercito abbandonò le posizioni e i talebani tornarono nella capitale. Il 26 agosto un attentatore dello Stato Islamico colpì Abbey Gate, uccidendo tredici militari statunitensi e decine di civili afghani. Il 30 agosto partì l’ultimo aereo americano. La guerra più lunga degli Stati Uniti terminò con la vittoria di coloro che Washington aveva combattuto per due decenni.
Le immagini del ritiro furono così potenti da diventare, da sole, la spiegazione dell’intera guerra. Il ritiro fu effettivamente preparato male. L’amministrazione americana sottovalutò la velocità dell’avanzata talebana, sopravvalutò la solidità delle istituzioni afghane e avviò troppo tardi l’evacuazione di interpreti, collaboratori e persone a rischio. Ma la fotografia dell’ultimo mese non può cancellare la storia dei vent’anni precedenti.
Una guerra non diventa sbagliata soltanto quando finisce male. Può essere già priva di una strategia credibile mentre continua a produrre operazioni militarmente riuscite. Può essere combattuta da soldati coraggiosi e guidata da una politica fallimentare. Può iniziare per una ragione comprensibile e proseguire per inerzia, timore e incapacità di ammettere il limite.
Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti non potevano ignorare l’Afghanistan. Al-Qaeda aveva progettato gli attentati sotto la protezione del regime talebano. L’intervento iniziale aveva quindi una finalità precisa: distruggere le basi dell’organizzazione e impedire che il territorio afghano continuasse a essere utilizzato per preparare attacchi internazionali. In pochi mesi il regime talebano crollò, al-Qaeda perse i propri santuari e molti dirigenti furono uccisi, catturati o costretti alla fuga.
Il problema nacque dopo. La rappresaglia si trasformò in occupazione, l’antiterrorismo in controinsurrezione, la controinsurrezione in costruzione dello Stato e la costruzione dello Stato nel tentativo di esportare la democrazia. Per impedire il ritorno di al-Qaeda bisognava fermare i talebani; per fermare i talebani bisognava creare un esercito afghano; per sostenere quell’esercito bisognava costruire uno Stato; per legittimare lo Stato bisognava organizzare elezioni, tribunali, scuole, amministrazioni e una nuova cultura politica. Una guerra iniziata contro un’organizzazione terroristica finì per assumersi il compito impossibile di rifare un Paese.
Il motore di questa espansione fu la paura. Una paura fondata su un trauma reale, ma trasformata progressivamente in una dottrina. Per anni la domanda decisiva non fu quale presenza fosse davvero necessaria per contenere una concreta minaccia terroristica, ma che cosa sarebbe accaduto se gli americani se ne fossero andati. La risposta assumeva sempre la forma peggiore: il governo sarebbe crollato, i talebani sarebbero tornati, al-Qaeda avrebbe ricostruito le proprie basi e un nuovo 11 settembre sarebbe diventato possibile.
In questo modo l’onere della prova veniva rovesciato. Chi voleva restare non doveva dimostrare che la guerra stesse raggiungendo un obiettivo. Chi proponeva il ritiro doveva invece garantire che nessun attentato sarebbe mai più stato organizzato dall’Afghanistan. Una garanzia impossibile, che rendeva la permanenza la scelta apparentemente prudente per definizione.
Cinque anni dopo, nessun attentato noto contro gli Stati Uniti risulta essere stato organizzato da un gruppo operante in Afghanistan. Questo non significa che il terrorismo sia scomparso. Lo Stato Islamico del Khorasan continua a compiere attentati e conserva capacità regionali. Al-Qaeda mantiene presenze e relazioni storiche, come dimostrò nel 2022 l’uccisione di Ayman al-Zawahiri a Kabul. La minaccia esiste, ma è risultata finora contenibile senza un esercito occidentale di occupazione.
Ed è questa distinzione a modificare il giudizio sulla guerra. Se l’obiettivo principale era impedire che l’Afghanistan tornasse a essere la piattaforma di un attacco contro gli Stati Uniti, gli ultimi cinque anni mostrano che tale obiettivo poteva probabilmente essere perseguito con strumenti meno costosi: intelligence, sorveglianza, cooperazione regionale, operazioni mirate e deterrenza a distanza. Nessuno di questi strumenti garantisce una sicurezza assoluta, ma neppure centomila soldati potevano garantirla.
Washington ha speso somme enormi nella guerra afghana. Più di 2.400 militari statunitensi sono morti e decine di migliaia sono rimasti feriti. Un numero immensamente superiore di afghani è stato ucciso, ferito o costretto alla fuga. Non tutte quelle vite furono perdute invano. I soldati protessero civili, impedirono attentati, costruirono scuole, liberarono territori e offrirono a milioni di afghani, soprattutto donne e ragazze, un intervallo di libertà e possibilità.
Ma il valore morale del servizio dei soldati non rende automaticamente saggia la strategia dei governi. Il coraggio di chi combatte non assolve chi non sa spiegare quando e come una guerra debba finire.
Una delle menzogne più pietose utilizzate per prolungare i conflitti è che ritirarsi significherebbe rendere vano il sacrificio dei caduti. È un ragionamento umanamente comprensibile, ma strategicamente devastante: il sacrificio passato diventa la giustificazione del sacrificio futuro. Più vite sono state perdute, più appare intollerabile riconoscere che l’obiettivo non è raggiungibile.
I generali non volevano perdere, i presidenti non volevano essere ricordati come coloro che avevano perso, i parlamentari temevano di essere accusati dopo un eventuale attentato e le agenzie d’intelligence non volevano sottovalutare una minaccia. Ognuno aveva una ragione prudente per rimandare. La somma di tutte quelle prudenze produsse una guerra senza fine.
Questo non autorizza però nessuna indulgenza verso il regime talebano. L’assenza di una guerra civile generalizzata non coincide con la libertà. Per le donne, il nuovo ordine è una persecuzione sistematica. Alle ragazze è vietata l’istruzione secondaria e universitaria; le donne sono escluse da gran parte del lavoro pubblico e sottoposte a restrizioni sempre più dure nella vita sociale e nella libertà di movimento.
Un Paese può apparire stabile perché il potere ha cancellato ogni spazio di opposizione. La pace dei cimiteri non è riconciliazione, e il silenzio delle donne rinchiuse nelle case non è stabilità morale.
L’Occidente deve quindi evitare due falsificazioni opposte. La prima consiste nel descrivere l’intervento americano come una guerra nobile tradita soltanto da una cattiva evacuazione. La seconda nel dedurre dal fallimento dell’occupazione che il regime talebano sia diventato moderato o accettabile. La guerra americana può essere stata sproporzionata e il governo talebano può essere contemporaneamente intollerabile.
La caduta di Kabul dimostrò inoltre che le istituzioni afghane dipendevano dall’apparato occidentale molto più di quanto fosse stato ammesso. L’esercito dipendeva dall’intelligence americana, dalla copertura aerea, dalla logistica, dalla manutenzione straniera e dai finanziamenti. Quando quella presenza venne meno, l’intera struttura perse la convinzione di poter sopravvivere.
Non perché ogni soldato afghano fosse codardo: decine di migliaia erano già morti negli anni precedenti. Ma un esercito non è fatto soltanto di armi e addestramento. È anche la convinzione che lo Stato per il quale combatte sia legittimo, esista davvero e continuerà a esistere.
Washington aveva costruito istituzioni che parlavano più facilmente la lingua dei finanziatori internazionali che quella della società afghana. Aveva inoltre compreso poco il proprio nemico. I talebani furono descritti unicamente come un residuo medievale, senza coglierne fino in fondo la capacità di presentarsi come movimento nazionale, religioso e pashtun, né quanto la corruzione governativa, gli abusi delle milizie e i bombardamenti occidentali alimentassero il loro reclutamento.
Capire un avversario non significa giustificarlo. Significa riconoscere che nessuna strategia può vincere contro un nemico ridotto a caricatura.
Anche la diplomazia arrivò troppo tardi. I negoziati seri iniziarono quando i talebani avevano già compreso di poter aspettare. Nel 2020 ottennero dall’amministrazione Trump un accordo sul ritiro delle truppe straniere senza che fosse stata prima raggiunta una solida intesa politica con il governo di Kabul. La diplomazia venne usata come strumento di uscita quando avrebbe dovuto accompagnare la strategia molti anni prima.
Joe Biden porta la responsabilità della gestione disastrosa dell’evacuazione, ma anche il merito di avere assunto una decisione che i suoi predecessori avevano continuamente rinviato. Bush aveva iniziato la guerra, Obama aveva annunciato riduzioni e Trump aveva firmato l’accordo di Doha. Ognuno aveva lasciato al successore il peso del giorno finale.
L’alternativa reale non era però tra un ritiro caotico e una pace ordinata garantita indefinitamente da poche migliaia di soldati. Era tra il ritiro e la ripresa di una guerra più ampia, perché i talebani avevano già annunciato che avrebbero ricominciato ad attaccare le forze americane. Restare non significava conservare una situazione stabile a basso costo. Significava ricominciare.
Per i veterani e per le famiglie dei caduti questa conclusione rimane dolorosa. Dire che la minaccia fu sovrastimata può sembrare un giudizio sul valore del loro sacrificio. Non lo è. Un soldato può compiere il proprio dovere con onore dentro una strategia sbagliata. Può salvare vite in una guerra che non avrebbe dovuto durare così a lungo.
Il modo peggiore per rispettare i caduti sarebbe nascondere gli errori che li hanno esposti. L’onore non richiede la menzogna, ma la decisione di non mandare un’altra generazione a combattere sulla base delle stesse illusioni.
La lezione dell’Afghanistan non è che gli Stati Uniti debbano ritirarsi dal mondo. Esistono minacce reali, popoli che hanno bisogno di protezione, alleanze e responsabilità internazionali. Ma una potenza deve conoscere il proprio limite. Non ogni male può essere eliminato con la forza, non ogni società può essere ricostruita dall’esterno e non ogni rischio giustifica una presenza militare permanente.
Il fallimento americano non consiste soltanto nell’avere perso contro i talebani. Consiste nell’aver creduto che ammettere il limite fosse più vergognoso che continuare una guerra priva di un obiettivo raggiungibile. Gli Stati Uniti disponevano delle migliori forze armate, della più avanzata intelligence e di risorse incomparabili, ma non seppero rispondere alla domanda più semplice: quando è abbastanza?
Quando una missione ha raggiunto ciò che poteva raggiungere? Quando il pericolo residuo non giustifica più il costo? Quando il desiderio di non perdere diventa la ragione principale per continuare?
Cinque anni dopo, il pericolo maggiore è la rimozione. L’Afghanistan è diventato un capitolo imbarazzante, mentre l’attenzione americana si è spostata verso Cina, Russia, Iran e Pacifico. Ma una democrazia che dimentica le proprie guerre rischia di ripeterne i meccanismi: una minaccia possibile trasformata in certezza, un dossier d’intelligence accettato senza sufficiente verifica, una missione limitata che allarga progressivamente i propri obiettivi, un alleato descritto come più solido di quanto sia e un ritiro rinviato perché perdere è politicamente intollerabile.
La geografia cambia. Il meccanismo resta.
Il 15 agosto 2021 rimarrà una data di vergogna: per gli uomini caduti dagli aerei, per l’abbandono di coloro che avevano creduto nelle promesse occidentali e per il ritorno della bandiera talebana sul palazzo presidenziale. Ma la vergogna più profonda è che quel giorno mostrò in poche ore ciò che vent’anni di rapporti e conferenze stampa avevano nascosto: lo Stato era più fragile, l’esercito meno autonomo, la strategia più confusa e la vittoria molto più lontana di quanto fosse stato dichiarato.
Oggi sappiamo anche che il temuto ritorno immediato di un’offensiva terroristica contro gli Stati Uniti non si è verificato. Questo non dimostra che il futuro sia sicuro. Dimostra che il futuro non era conoscibile con la certezza impiegata per giustificare una guerra interminabile.
Quando un governo chiede vite, denaro e obbedienza in nome della sicurezza, il dubbio non è tradimento. È una forma di responsabilità e, talvolta, di autentico patriottismo.
Cinque anni dopo la caduta di Kabul, il temuto ritorno immediato di una minaccia terroristica contro gli Stati Uniti non si è verificato, anche se al-Qaeda e Stato Islamico del Khorasan restano presenti. Questo non rende moderato il regime talebano, responsabile di una persecuzione sistematica contro donne e ragazze. La lezione è un’altra: una guerra può cominciare per una necessità reale e continuare per paura, inerzia e terrore della sconfitta. Ricordarlo è il solo modo di onorare davvero chi vi ha perso la vita.
