Damasco nega ogni intervento militare, ma intreccia sicurezza, economia e diplomazia in un Libano sempre più conteso tra Riyadh, Washington e Ankara. Lo scenario di una “guerra per procura” contro la Resistenza resta sullo sfondo, negato a parole e coltivato nei fatti
Mentre Ahmad Al-Sharaa smentisce ogni piano di intervento militare a Beirut, la Siria post-Assad consolida silenziosamente la propria influenza su dossier chiave libanesi — dai detenuti scarcerati alla sorveglianza degli oppositori, dai porti del Nord alla diplomazia settaria. Dietro la facciata del coordinamento tecnico, si agita l’ipotesi mai del tutto sepolta di un ruolo siriano nella resa dei conti con Hezbollah.
C’è un’ironia che pochi in Libano hanno il coraggio di nominare per intero: coloro che oggi invocano un intervento siriano come argine a Hezbollah sono, quasi senza eccezione, le stesse forze già allineate al progetto americano-saudita-israeliano contro la Resistenza. Eppure nessuno di loro lo dichiara apertamente, perché farlo significherebbe smascherare un disegno che la storia recente del Libano ha insegnato a temere: l’ingresso di un esercito straniero mascherato da soluzione tecnica a una crisi politica.
Lo scenario, per quanto sembri improbabile, ha una sua architettura precisa. Damasco interverrebbe solo su richiesta formale di Beirut, con l’esercito libanese che metterebbe le proprie strutture a disposizione delle forze siriane in uno scontro diretto con Hezbollah; Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti finanzierebbero l’operazione, Washington fornirebbe la copertura logistica e aerea, compresi sistemi di difesa capaci di scoraggiare qualsiasi rappresaglia iraniana su Damasco. È il sogno, mai troppo nascosto, dei sostenitori della partizione: un Libano meridionale sotto sorveglianza israeliana, un Bekaa e i sobborghi del sud presidiati dalle forze siriane, e un Monte Libano cristiano trasformato — la formula non è nuova, ma continua a tornare — in un “Monaco dell’Oriente” sotto protezione americana diretta.
Resta però una domanda che nessuno degli architetti di questo piano sembra voler porsi ad alta voce: Ahmad Al-Sharaa accetterebbe davvero di diventare il partner militare di Israele contro un movimento che gran parte del mondo arabo continua a considerare, al netto di ogni divisione interna, come una forza di resistenza legittima? E quale prezzo chiederebbe Damasco per un’operazione del genere — l’insediamento permanente di un milione e mezzo di siriani sul suolo libanese, magari, o il sostegno occidentale alla riunificazione della Siria sotto il suo governo?
Al-Sharaa, per ora, smentisce ogni ipotesi di intervento militare. Ma la smentita convive con un’espansione paziente e concreta dell’influenza siriana su dossier che contano: la scarcerazione di detenuti condannati per aver combattuto l’esercito libanese o compiuto attentati sotto pressione saudita-americana; la richiesta e la ricezione di informazioni di sicurezza sugli oppositori del nuovo governo siriano rifugiati in Libano; la sorveglianza di media e uomini d’affari sospettati di legami con il vecchio regime. Damasco, allo stesso tempo, respinge la delimitazione congiunta dei confini, rifiuta di discutere la sovranità sulle fattorie di Shebaa occupate, e subordina la cooperazione sul ritorno dei rifugiati al ripristino dei depositi bancari perduti dai siriani in Libano. Non è il profilo di uno Stato disinteressato: è quello di un attore che intende tornare arbitro, senza pagarne il prezzo politico dell’occupazione diretta.
La visita del ministro degli Esteri Asaad Al-Shaibani a Beirut ha reso plastico questo doppio binario. Mentre l’influenza saudita si faceva sentire in ogni tappa, Damasco ha comunque scelto da sé i propri interlocutori: gli alleati cristiani di Riyadh — Kataeb e Forze libanesi —, figure sunnite di Tripoli con scarsa presa politica reale, e infine, su pressione saudita, lo stesso Nabih Berri, che si è affrettato a marcare la propria distanza storica da Bashar Al-Assad e, implicitamente, da Hezbollah. Un funzionario siriano rimasto a Beirut dopo la partenza di Al-Shaibani ha chiarito, parlando alle figure sunnite del paese, che Damasco «non ha intenzione di intervenire militarmente in Libano in questa fase» — una formula che esclude il presente senza impegnare il futuro, e che lascia volutamente aperta la porta a uno scenario diverso quando i rapporti di forza regionali lo permetteranno.
Perché dietro ogni calcolo siriano, in fondo, c’è un terzo attore che nessuno a Beirut può ignorare: la Turchia, che non considera il Libano un’arena separata, ma parte di un disegno regionale che include Siria e Iraq — lo stesso quadro che l’inviato statunitense Tom Barrack persegue dal lato opposto del tavolo. Il Libano, ancora una volta, rischia di essere non protagonista ma terreno: la posta in gioco di un negoziato tra potenze che si giocano altrove i propri veri interessi.
Tra chi vuole usare Damasco come clava contro la Resistenza e chi a Damasco preferisce restare arbitro senza sporcarsi le mani di un’occupazione, il Libano continua a essere ciò che è sempre stato per i suoi vicini più potenti: non un paese sovrano da rispettare, ma un dossier da spartirsi.
