L’attentatore, ucciso dalla Polizei dopo l’assalto al Pride, era già noto alle autorità. Tra falle del sistema, diritto minorile e radicalizzazione, la Germania si interroga senza cedere alla tentazione della propaganda.

Ogni attentato terroristico lascia dietro di sé due ferite. La prima è quella provocata dal sangue delle vittime. La seconda è la domanda, spesso più lacerante della stessa cronaca: si poteva evitare?

È la domanda che oggi attraversa la Germania dopo l’attentato di Berlino, culminato con l’uccisione dell’attentatore da parte della Polizei, intervenuta per fermarne l’azione. A perdere la vita è stata una donna polacca di sessantacinque anni, giunta nella capitale insieme alla figlia per partecipare al Pride berlinese. Ventinove persone sono rimaste ferite. Un bilancio che avrebbe potuto essere molto più drammatico se l’intervento delle forze dell’ordine non avesse posto fine all’assalto.

Ma, una volta spento il clamore dell’emergenza, resta il quesito che nessuna democrazia può permettersi di eludere.

L’autore dell’attacco non era uno sconosciuto. Abdul Ballout, ventunenne tedesco di origini libanesi, aveva tentato di raggiungere lo Stato islamico prima in Mauritania e poi in Siria. Arrestato al ritorno in Germania, era stato condannato per preparazione di un attentato terroristico. La pena, tuttavia, era stata contenuta in ventidue mesi in applicazione del diritto penale minorile, che l’ordinamento tedesco estende in molti casi fino ai ventuno anni. Successivamente era stato rimesso in libertà vigilata, con l’obbligo di seguire un percorso di deradicalizzazione.

Il problema non è tanto la durata della pena, quanto l’efficacia della valutazione compiuta dallo Stato.

Perché una persona considerata sufficientemente pericolosa da tentare l’arruolamento nello Stato islamico è stata ritenuta abbastanza affidabile da poter tornare in libertà? E come ha potuto raggiungere indisturbata una manifestazione pubblica pur essendo sottoposta a monitoraggio?

Sono interrogativi che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha posto pubblicamente, chiedendo spiegazioni alle autorità competenti. Una richiesta legittima, perché la sicurezza dei cittadini costituisce il primo dovere dello Stato di diritto.

La vicenda riapre anche un dibattito più ampio sul significato della deradicalizzazione. Nessuno mette in discussione il valore del recupero quando esso è realmente possibile. Le democrazie, a differenza delle dittature, credono che ogni persona possa cambiare. Tuttavia la fiducia non può trasformarsi in ingenuità. Quando gli stessi esperti riconoscono che un soggetto già determinato a raggiungere i territori controllati dallo Stato islamico difficilmente può essere recuperato con un semplice programma terapeutico, è evidente che qualcosa nei protocolli di valutazione richiede una revisione.

Ciò non significa rinunciare ai percorsi di recupero. Significa renderli più rigorosi, più personalizzati e soprattutto accompagnati da strumenti di controllo realmente efficaci.

Un elemento merita particolare attenzione e dovrebbe contribuire a evitare generalizzazioni pericolose. Le principali organizzazioni islamiche tedesche hanno condannato con fermezza l’attentato. Il Consiglio centrale dei musulmani ha ricordato che colpire persone per la loro identità significa colpire i valori della convivenza democratica. Anche l’organizzazione Milli Görüş ha ribadito che chi uccide innocenti non agisce in nome dell’islam.

Sono prese di posizione importanti. Il terrorismo jihadista rappresenta una minaccia reale, ma proprio per questo va distinto dalla fede professata pacificamente da milioni di musulmani europei. Confondere le due realtà significa fare il gioco degli estremisti, che prosperano proprio sulla logica dello scontro tra civiltà.

Naturalmente la vicenda alimenta anche lo scontro politico. L’Alternative für Deutschland trova nuovo spazio per denunciare quelle che considera le debolezze del sistema migratorio e giudiziario. È una dinamica prevedibile. Ogni attentato rafforza chi propone risposte radicali e immediate. La vera sfida per la politica democratica consiste nel dimostrare che è possibile garantire sicurezza senza sacrificare i principi dello Stato di diritto.

Occorre allora distinguere tra garantismo e permissivismo. Il primo tutela i diritti dell’imputato senza dimenticare quelli delle vittime; il secondo rischia invece di trasformare la fiducia in una sottovalutazione del pericolo. Una democrazia matura non rinuncia né alla giustizia né alla prudenza.

L’attacco di Berlino dimostra, ancora una volta, che il terrorismo contemporaneo non sfrutta soltanto le fragilità delle società aperte. Sfrutta anche le loro esitazioni, le loro lentezze e, talvolta, la difficoltà di riconoscere quando un’ideologia totalitaria ha ormai sostituito ogni possibilità di dialogo.

La morte dell’attentatore per mano della Polizei ha impedito un massacro ancora più grave. Ma non basta fermare chi colpisce: occorre impedire che possa arrivare a farlo. È questa la responsabilità che oggi pesa sulle istituzioni tedesche. Perché la sicurezza non si costruisce con gli slogan né con la paura, ma con servizi d’intelligence efficienti, magistratura rigorosa, programmi di prevenzione credibili e una politica capace di difendere insieme libertà e vita. Solo così il terrorismo non riuscirà a ottenere il suo obiettivo più ambizioso: incrinare la fiducia dei cittadini nelle proprie democrazie.