Per decenni bastavano tre lettere – IOR – per evocare misteri, ombre, trame finanziarie e una stagione nella quale il Vaticano sembrava incapace di sottrarsi a una narrazione fatta di scandali, silenzi e opacità. Le immagini che riaffiorano nella memoria collettiva sono quelle del crack del Banco Ambrosiano, della tragica morte di Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, delle polemiche che investirono l’arcivescovo Paul Marcinkus e di una stagione nella quale la finanza vaticana appariva distante dagli standard di trasparenza richiesti alle istituzioni internazionali.

Quel passato non può essere cancellato. Né sarebbe serio fingere che non sia esistito. Proprio per questo, però, vale la pena osservare senza pregiudizi ciò che è accaduto negli ultimi quindici anni.

La pubblicazione del Rapporto di Sostenibilità 2025 dello IOR rappresenta infatti qualcosa di più di un esercizio di comunicazione istituzionale. È il segno di una cultura amministrativa profondamente mutata. Un tempo il Vaticano parlava poco dei propri conti; oggi rende pubblici risultati economici, criteri di investimento, destinazione degli utili, parametri ESG, formazione del personale, digitalizzazione, impatto ambientale e sistemi di governance. Non è soltanto un diverso modo di raccontarsi: è un diverso modo di amministrare.

I numeri fotografano un istituto in salute. Nel 2025 lo IOR ha generato un valore di 67,6 milioni di euro, con un utile netto di 51 milioni. Ma ciò che colpisce non è soltanto il risultato economico. È la scelta di spiegare come quel valore venga redistribuito: una parte destinata direttamente al Santo Padre per sostenere la missione della Chiesa universale, una quota al personale, una ai fornitori e il resto al rafforzamento patrimoniale dell’Istituto. È la logica della rendicontazione, della responsabilità verso chi affida allo IOR il proprio patrimonio e, più in generale, verso l’opinione pubblica.

Anche la politica degli investimenti segna una distanza evidente rispetto al passato. Lo IOR dichiara di escludere sistematicamente società coinvolte in attività incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa o con la tutela della vita, dell’ambiente e della dignità della persona. Si può discutere sulle scelte etiche o sulla loro concreta applicazione, ma è significativo che tali criteri siano oggi esplicitati, verificabili e inseriti all’interno di standard internazionali di rendicontazione.

Naturalmente nessuna istituzione è immune dal rischio di errori futuri. La trasparenza non è una conquista definitiva ma un processo continuo. Proprio per questo sarebbe ingeneroso continuare a giudicare lo IOR esclusivamente attraverso le categorie degli anni Ottanta. La memoria storica è doverosa; il pregiudizio permanente, invece, impedisce di riconoscere i cambiamenti quando essi avvengono davvero.

Il lungo percorso di riforma, accelerato dai pontificati di Benedetto XVI e soprattutto di Papa Francesco attraverso il rafforzamento dei controlli interni, l’adeguamento agli standard internazionali contro il riciclaggio, la collaborazione con gli organismi di vigilanza e una governance più definita, ha progressivamente restituito credibilità a un’istituzione che per troppo tempo era stata identificata quasi esclusivamente con le sue pagine più oscure.

La recente nomina di Giovanni Boscia alla direzione generale si inserisce in questa continuità: non una rivoluzione improvvisa, ma il consolidamento di un modello che punta su competenza tecnica, controlli, distinzione delle responsabilità e stabilità gestionale.

È una lezione che va oltre il Vaticano. Le istituzioni acquistano autorevolezza non perché pretendono di essere impeccabili, ma perché accettano di essere giudicate sulla base di dati verificabili, procedure trasparenti e responsabilità chiaramente assunte.

Forse il vero cambiamento dello IOR non consiste soltanto nell’aver chiuso una stagione controversa. Consiste nell’aver compreso che, nel XXI secolo, la fiducia non nasce dal riserbo ma dalla trasparenza. Per una banca della Chiesa, è probabilmente la riforma più evangelica di tutte.