La Casa Bianca accusa quasi tutto il mondo di tollerare il lavoro forzato e impone nuove tariffe sulle importazioni. Ma dietro la giustificazione umanitaria si intravede il tentativo di ricostruire, su basi giuridiche più resistenti, il muro commerciale demolito dalla Corte Suprema.
Donald Trump non rinuncia ai dazi: cambia la legge con cui li giustifica. Dopo che la Corte Suprema ha annullato gran parte dell’impianto tariffario costruito ricorrendo ai poteri economici d’emergenza, l’amministrazione americana ha trovato una strada apparentemente più solida. Questa volta non invoca una minaccia eccezionale alla sicurezza nazionale, ma la necessità di combattere il lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento. La causa è giusta. Più difficile credere che sia anche la vera ragione di una misura che colpisce sessanta economie e oltre il 99 per cento delle importazioni statunitensi.
Il dazio rientra dalla finestra
Le nuove tariffe, annunciate il 23 luglio ed entrate in vigore il 24 luglio 2026, oscillano tra il 10 e il 12,5 per cento. Riguardano quasi tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti: Unione europea, Cina, Giappone, Regno Unito, Canada, Messico, India e numerose economie asiatiche e latinoamericane. Sono subentrate senza soluzione di continuità al dazio globale temporaneo del 10 per cento, scaduto nella notte.
Il muro tariffario, dunque, non è realmente caduto. È stato smontato dalla Corte Suprema e immediatamente ricostruito con mattoni legislativi diversi.
La precedente architettura poggiava sull’International Emergency Economic Powers Act del 1977, una normativa pensata per affrontare emergenze internazionali e non per attribuire al presidente un potere generale di tassazione delle importazioni. La Corte Suprema aveva considerato illegittimo quell’uso estensivo della legge, costringendo il governo anche a predisporre rimborsi per decine di miliardi di dollari.
La nuova operazione si fonda invece sulla Section 301 del Trade Act del 1974, già utilizzata in passato contro pratiche commerciali giudicate scorrette. È una base normativa più sperimentata e, almeno in apparenza, meno vulnerabile. Non per questo la sua applicazione generalizzata a sessanta partner commerciali è al riparo da nuovi ricorsi. Alcuni giuristi ritengono che anche questa costruzione possa essere contestata, soprattutto perché trasforma uno strumento destinato a colpire specifici comportamenti sleali in una tariffa pressoché universale.
Il lavoro forzato come lasciapassare giuridico
La motivazione ufficiale è moralmente inattaccabile. Gli Stati Uniti sostengono che numerosi Paesi non vietino, oppure non impediscano efficacemente, l’importazione di beni prodotti mediante lavoro forzato.
Alle economie considerate dotate di una normativa, ma incapaci di applicarla adeguatamente, viene assegnata generalmente una tariffa del 10 per cento. Per quelle giudicate prive di strumenti sufficienti, l’aliquota sale al 12,5 per cento. L’amministrazione afferma che i dazi potranno essere ridotti qualora i governi introducano legislazioni più severe. L’India, inizialmente collocata nella fascia superiore, ha ottenuto il 10 per cento dopo avere adottato nuove disposizioni.
Il problema non è la battaglia contro la schiavitù moderna. Il problema è la credibilità di un’indagine che arriva a considerare insufficienti le politiche di quasi tutti i principali partner americani e che produce, come risultato finale, quasi esattamente il livello minimo di protezione doganale desiderato da Trump.
Il sospetto è inevitabile: prima è stata scelta la tariffa, poi è stata cercata la motivazione capace di sostenerla davanti ai giudici.
La lotta al lavoro forzato rischia così di essere trasformata da principio universale in espediente protezionistico. Una questione che dovrebbe richiedere controlli mirati sulle imprese, tracciabilità delle filiere, sequestri delle merci, sanzioni contro i responsabili e cooperazione internazionale viene affrontata con un’imposta indiscriminata sulle esportazioni di interi Paesi.
Si colpisce il continente europeo per punire lo sfruttamento che potrebbe verificarsi in qualche anello di una catena produttiva globale. Ma il dazio non distingue il bene fabbricato rispettando pienamente i diritti dei lavoratori da quello prodotto attraverso la coercizione. Colpisce entrambi.
Il paradosso europeo
La reazione di Bruxelles è stata immediata. Kaja Kallas ha respinto come infondata l’accusa americana, ricordando che l’Unione europea dispone di una legislazione avanzata in materia di tutela del lavoro e di condizioni sociali generalmente più protettive di quelle statunitensi. Anche altri governi, dall’Australia al Brasile, hanno contestato la logica e la proporzionalità delle misure.
L’obiezione europea ha un fondamento evidente. L’Unione ha approvato strumenti per vietare l’immissione sul mercato di prodotti realizzati mediante lavoro forzato e ha costruito negli anni una legislazione sociale che comprende ferie retribuite, protezioni contro il licenziamento, congedi e garanzie collettive spesso più estese di quelle americane.
Ciò non significa che le filiere europee siano immuni dallo sfruttamento. Molti prodotti consumati in Europa, come negli Stati Uniti, attraversano sistemi produttivi opachi, subappalti internazionali e aree del mondo nelle quali i diritti sono violati. Ma proprio per questo l’accertamento dovrebbe riguardare merci, aziende e filiere specifiche, non trasformarsi in un verdetto politico pronunciato contro intere economie.
Il lavoro forzato non si combatte tassando indiscriminatamente le esportazioni francesi, italiane o giapponesi. Si combatte impedendo che un prodotto ottenuto attraverso la coercizione possa raggiungere il mercato, indipendentemente dalla sua bandiera.
La morale selettiva dell’America First
Le esenzioni rivelano ancora più chiaramente la logica della misura. Restano fuori petrolio, gas, fertilizzanti, minerali critici e altre materie prime di cui l’economia statunitense ha bisogno. Sono esclusi anche diversi prodotti già sottoposti a dazi settoriali, come acciaio, alluminio, automobili e componenti.
La fermezza morale, quindi, si attenua davanti alla dipendenza economica. Quando un bene può essere sostituito dalla produzione americana, il lavoro forzato diventa motivo di tariffa. Quando quella merce è indispensabile alle industrie e ai consumatori statunitensi, prevale la prudenza.
È il limite di ogni politica commerciale che utilizza i diritti umani in maniera selettiva. La tutela dei lavoratori diventa rigorosa oppure flessibile secondo le necessità del mercato nazionale.
Trump non sta semplicemente difendendo le fabbriche americane. Sta affermando il diritto degli Stati Uniti di fissare unilateralmente le condizioni di accesso al proprio mercato e, attraverso la forza del dollaro e della domanda interna, di imporre le proprie valutazioni legislative agli altri Paesi.
Chi approverà norme gradite a Washington potrà ottenere uno sconto. Chi non si adeguerà pagherà di più. Il dazio diventa così non soltanto uno strumento economico, ma una forma di disciplina politica.
Chi paga davvero
La retorica trumpiana presenta le tariffe come una tassa imposta agli stranieri. In realtà il dazio viene riscosso alla frontiera dagli importatori americani. Questi ultimi possono assorbirne una parte, chiedere uno sconto al produttore oppure trasferirlo sui prezzi finali. In ogni caso, una quota considerevole del costo rischia di ricadere sulle imprese e sui consumatori degli Stati Uniti.
La nuova politica potrebbe aumentare il gettito federale e proteggere alcuni comparti nazionali, ma può anche rendere più costosi i componenti utilizzati dalle industrie americane, alimentare l’inflazione e provocare ritorsioni contro gli esportatori statunitensi. Le conseguenze saranno particolarmente delicate per l’agricoltura, l’industria manifatturiera integrata nelle catene internazionali e le famiglie con redditi più bassi, sulle quali l’aumento dei prezzi pesa proporzionalmente di più.
Persino la difesa dei lavoratori americani potrebbe dunque tradursi in una nuova tassa sui lavoratori americani.
A questo si aggiunge il rischio della rappresaglia. Canada e Brasile hanno già minacciato contromisure o ricorsi, mentre altri governi potrebbero rivolgersi all’Organizzazione mondiale del commercio. Una spirale di ritorsioni riduce gli scambi, frammenta le catene produttive e spinge ogni blocco economico a privilegiare alleati considerati politicamente affidabili.
Il tramonto delle regole condivise
La questione più profonda non riguarda soltanto qualche punto percentuale applicato alle merci. Riguarda la trasformazione dell’ordine commerciale internazionale.
Per decenni gli Stati Uniti hanno promosso un sistema fondato, almeno formalmente, sulla riduzione delle barriere, sulla prevedibilità delle regole e sulla risoluzione multilaterale delle controversie. Oggi Washington utilizza il proprio mercato come leva per negoziare separatamente con ciascun partner, premiando le concessioni e punendo le resistenze.
Non è il ritorno all’autarchia. È una globalizzazione gerarchica, nella quale gli scambi continuano ma vengono subordinati ai rapporti di forza.
Il paradosso è che il tema scelto per legittimare questa svolta — la dignità dei lavoratori — avrebbe bisogno esattamente del contrario: cooperazione tra Stati, standard comuni, controlli sovranazionali e responsabilità condivise delle multinazionali.
La schiavitù moderna è un fenomeno transnazionale. Trump la utilizza per rilanciare il nazionalismo economico.
La lotta contro il lavoro forzato merita strumenti severi. Ma proprio perché è una causa seria non dovrebbe essere ridotta a copertura morale di una politica decisa in precedenza. Quando i diritti umani diventano il nome elegante di una tassa doganale, perdono forza loro e acquista potere il protezionismo.
Trump ha trovato nella Section 301 il fondamento con cui rialzare il muro tariffario abbattuto dalla Corte Suprema. La difesa dei lavoratori contro la schiavitù moderna offre una motivazione nobile, ma la sua applicazione indiscriminata tradisce l’obiettivo politico: garantire un dazio minimo su quasi tutte le importazioni, costringere gli alleati a negoziare e riaffermare il primato americano. È l’America First con una nuova veste morale. A pagare potrebbero essere, ancora una volta, proprio quei lavoratori nel cui nome viene condotta la guerra commerciale.
