Dal silenzio imposto a monsignor Abelardo Mata alla rottura diplomatica con Roma per Alessio Casimirri: due vicende lontane rivelano la stessa concezione del potere. Nel Nicaragua di Ortega e Murillo la legge non cerca la verità, ma difende il regime.
Un vescovo ottantenne di cui nessuno può verificare le condizioni. Un ex brigatista condannato in Italia che da oltre quarant’anni trova riparo a Managua. Tra persecuzione religiosa e memoria di Aldo Moro, il governo sandinista trasforma la sovranità in un muro dietro cui occultare persone, responsabilità e giustizia.
Non occorre che due fatti siano identici perché appartengano alla medesima storia. A volte basta osservare il gesto con cui il potere reagisce quando qualcuno gli pone una domanda.
Dov’è monsignor Juan Abelardo Mata? Perché Alessio Casimirri non viene consegnato alla giustizia italiana?
Nel Nicaragua di Daniel Ortega e Rosario Murillo, domande tanto diverse ricevono una risposta sorprendentemente simile: il silenzio, l’insulto, la rivendicazione della sovranità. Una sovranità non più intesa come responsabilità di uno Stato davanti ai propri cittadini e alla comunità internazionale, ma come licenza di non rendere conto a nessuno.
Juan Abelardo Mata ha ottant’anni, è vescovo emerito di Estelí ed è da tempo una delle voci più nette contro la deriva autoritaria del governo sandinista. Il 29 giugno è stato fermato dalla polizia, il giorno successivo a una celebrazione nella quale aveva chiesto ai fedeli di pregare per la Chiesa perseguitata, per il vescovo esiliato Rolando Álvarez e per padre Frutos Constantino Valle, anch’egli colpito dalla repressione.
Da allora le autorità hanno sostenuto che il presule sarebbe tornato nella propria abitazione e si troverebbe in “perfette condizioni”. Ma nessuna verifica indipendente ha potuto confermare né il luogo in cui si trova né il suo stato di salute. Fonti ecclesiali affermano di non averlo potuto vedere. La sua casa sarebbe stata sottoposta a sorveglianza, mentre i familiari e coloro che gli sono vicini vivrebbero in un clima di intimidazione.
La Commissione interamericana per i diritti umani ha perciò chiesto a Managua informazioni immediate e verificabili, la garanzia dell’incolumità del vescovo e, qualora sia privato della libertà, il suo rilascio. Non è una pretesa ideologica. È il minimo che uno Stato dovrebbe garantire: sapere dove si trovi una persona presa in custodia dalle proprie forze di sicurezza.
Ma il regime orteguista sembra avere elaborato una propria forma di sparizione amministrativa: non sempre occorre negare che qualcuno sia stato arrestato; basta produrre un comunicato, dichiararlo al sicuro e impedire a chiunque di accertarlo.
È una tecnica politica prima ancora che poliziesca. La vittima viene sottratta allo sguardo pubblico e contemporaneamente trasformata in sospettata. Nel caso di Mata, il Ministero dell’Interno ha evocato nebulose indagini sull’origine di proprietà e su rapporti familiari che non sarebbero compatibili con la condizione sacerdotale. Formule allusive, non accuse giudiziarie circostanziate: abbastanza per sporcare una reputazione, troppo poco per consentire una difesa.
Non si tratta di un episodio isolato. Dal 2018 la Chiesa cattolica è diventata uno dei principali bersagli del sistema Ortega-Murillo. Sacerdoti arrestati o espulsi, religiosi costretti all’esilio, processioni proibite, università e opere ecclesiali confiscate, diocesi sottoposte a sorveglianza. Rolando Álvarez fu condannato nel 2023 a oltre ventisei anni di carcere dopo aver rifiutato l’espulsione dal Paese; in seguito venne liberato e mandato in esilio.
Il regime non teme la Chiesa perché essa disponga di eserciti o partiti. La teme perché custodisce uno spazio umano che il potere non controlla completamente: la coscienza.
Una Messa nella quale si pronuncia il nome di un perseguitato può diventare più pericolosa di una manifestazione. Una preghiera pubblica può assumere il valore di una denuncia. Un vescovo anziano, senza armi e senza incarichi politici, può apparire minaccioso perché ricorda che esiste una legge morale precedente ai decreti del governo.
Poi c’è l’altra vicenda.
Il 16 luglio il Nicaragua ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Italia dopo che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva nuovamente chiesto l’estradizione di Alessio Casimirri, ex appartenente alle Brigate Rosse condannato in via definitiva per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e per l’assassinio dei cinque uomini della sua scorta. La Farnesina ha ribadito che l’Italia continuerà a chiedere giustizia e che la protezione garantita a un condannato per terrorismo è inaccettabile.
Managua ha risposto accusando Tajani di arroganza europea, aggressività e violazione della dignità nazionale. Non ha risposto nel merito della richiesta. Ha trasformato ancora una volta una domanda giudiziaria in un’aggressione politica.
Casimirri vive in Nicaragua dal 1983. Ottenne la cittadinanza nel 1989, durante il governo sandinista, e vi costruì una nuova esistenza. La Costituzione nicaraguense vieta l’estradizione dei cittadini e tra Roma e Managua non esiste un trattato bilaterale specifico. Sono ostacoli giuridici reali. Ma non spiegano da soli decenni di inerzia e protezione politica.
Uno Stato di diritto non si limita a dire che non può estradare. Può verificare la cittadinanza, valutare la possibilità di un procedimento interno, cooperare con la magistratura richiedente, consegnare documentazione, cercare soluzioni conformi alle convenzioni internazionali. Quando invece ogni richiesta viene respinta come un’offesa alla patria, la sovranità cessa di essere diritto e diventa alibi.
Il paradosso è evidente.
Il governo che pretende di interrogare un vescovo ottantenne sull’origine dei suoi beni non sembra mostrare la stessa solerzia verso un uomo condannato a sei ergastoli dalla giustizia italiana.
Il governo che chiede alla Chiesa di dimostrare la provenienza delle proprie proprietà non sente il dovere di spiegare perché un ex brigatista abbia potuto vivere indisturbato nel Paese per oltre quarant’anni.
Il governo che parla ossessivamente di legalità nazionale considera un’intollerabile ingerenza la richiesta di applicare una sentenza per uno dei delitti più gravi della storia repubblicana italiana.
Ecco il comune denominatore delle due storie: non la comune natura delle persone coinvolte, né l’equivalenza delle accuse, che sarebbe impropria. Il punto di contatto è il metodo del potere.
Contro Mata, lo Stato usa l’opacità per impedire che si sappia.
A favore di Casimirri, usa la sovranità per impedire che si giudichi.
Nel primo caso, nasconde un uomo alla comunità che ne domanda notizie. Nel secondo, protegge un uomo dalla comunità politica che ne chiede la consegna.
La logica è la stessa: decide il regime chi può essere visto e chi deve scomparire, chi deve rispondere alla giustizia e chi può esserne sottratto.
Persino il linguaggio tradisce questa concezione. Ogni critica diventa “aggressione”. Ogni richiesta internazionale è “colonialismo”. Ogni oppositore è un traditore. Ogni sacerdote critico è un cospiratore. Ogni condannato utile alla narrazione rivoluzionaria può diventare un rifugiato politico.
È la degenerazione di una rivoluzione che pretendeva di liberare il Nicaragua dalla dittatura somozista e ha finito per costruire un nuovo sistema dinastico, nel quale Ortega e Murillo concentrano istituzioni, partito, polizia, magistratura e comunicazione.
Il sandinismo storico portava nel proprio nome Augusto César Sandino, simbolo della resistenza contro l’occupazione straniera. Il sandinismo di governo impiega ormai quella memoria come un lasciapassare morale: poiché abbiamo combattuto l’imperialismo, sembra dire, ogni nostra azione è sovrana; poiché siamo stati vittime, non possiamo diventare oppressori.
Ma nessuna rivoluzione possiede un’assoluzione perpetua.
La dignità nazionale non consiste nel nascondere un vescovo o nel proteggere un terrorista. Consiste nel sottoporre anche il potere alle regole che esso pretende di imporre agli altri.
Moro non appartiene soltanto alla memoria italiana. Il suo cadavere chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 rossa rappresenta il punto estremo di un’ideologia che aveva trasformato l’uomo in strumento della rivoluzione. La sua scorta assassinata in via Fani ricorda che il terrorismo non fu un’astrazione politica, ma sangue versato.
Anche per questo la richiesta italiana non può essere liquidata come arroganza europea. È il dovere di uno Stato verso le vittime e verso le loro famiglie. Tajani può usare espressioni diplomaticamente aspre; si può discutere l’efficacia della sua iniziativa. Ma il tono non cancella la sostanza: Casimirri è un latitante condannato, e il Nicaragua lo ospita.
Allo stesso modo, le eventuali indagini patrimoniali su monsignor Mata non autorizzano la detenzione segreta, l’isolamento o l’impossibilità di verificarne le condizioni. Anche un indagato possiede diritti. Tanto più un uomo anziano e malato di cui le autorità sono responsabili.
Il punto non è dunque scegliere tra la sovranità del Nicaragua e le pretese straniere. Il punto è capire che la sovranità non può cancellare il diritto.
Quando un governo interrompe le relazioni diplomatiche per non rispondere a una richiesta di giustizia e chiude un vescovo dietro un comunicato ministeriale, mostra di temere la medesima cosa: il giudizio esterno.
Quello dei tribunali. Quello degli organismi internazionali. Quello della Chiesa. Quello della storia.
E forse soprattutto quello dei nicaraguensi, ai quali viene chiesto di credere che un uomo sia libero senza poterlo incontrare e che un latitante sia protetto in nome della libertà.
Il potere autoritario non applica la legge: la distribuisce. La usa come una catena contro chi dissente e come uno scudo per chi gli è utile. Per monsignor Mata domanda obbedienza senza trasparenza; per Alessio Casimirri invoca sovranità senza giustizia. Ma uno Stato che nasconde i perseguitati e protegge i condannati non difende la propria dignità: difende soltanto la propria impunità.
