Con 291 voti favorevoli e 241 contrari, l’Assemblea nazionale francese ha approvato definitivamente la legge sull’«aiuto a morire». I vescovi denunciano una frattura storica: quando la morte diventa un diritto, i primi a sentirsi di troppo saranno i poveri, gli anziani e i più fragili. 


La Francia di Macron presenta eutanasia e suicidio assistito come conquiste di libertà e dignità. Ma una libertà esercitata dentro la solitudine, la precarietà e la paura di essere un peso rischia di trasformarsi nella più silenziosa delle costrizioni.

Ci sono leggi che regolano comportamenti già entrati nella vita sociale e leggi che, invece, cambiano il vocabolario morale di una nazione. La legge francese sull’«aiuto a morire» appartiene alla seconda categoria. Non si limita a disciplinare un gesto estremo: modifica il modo in cui una società guarda la sofferenza, la dipendenza, la vecchiaia, la disabilità e persino il dovere di prendersi cura gli uni degli altri.

L’Assemblea nazionale l’ha approvata definitivamente il 15 luglio con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni. Cinquanta voti di scarto: una maggioranza sufficiente sul piano parlamentare, assai meno rassicurante sul piano civile per una decisione che introduce nell’ordinamento la possibilità di provocare intenzionalmente la morte. Non è il consenso largo di un Paese riconciliato attorno a una scelta condivisa. È il sigillo giuridico posto sopra una Francia profondamente divisa.

La politica ha compiuto il consueto prodigio linguistico. Eutanasia e suicidio assistito sono stati raccolti sotto l’espressione levigata di «aiuto a morire». Le parole sono state private degli spigoli, come se bastasse cambiare il nome di una realtà per mutarne la sostanza. La sostanza, tuttavia, resta ostinatamente concreta: una persona chiede di morire; un’altra predispone o somministra una sostanza letale; la legge autorizza l’atto.

Non si tratta di negare la sofferenza, né di impartire lezioni astratte a chi attraversa la malattia. Proprio perché il dolore è reale, occorrerebbe sottrarlo tanto alla retorica religiosa quanto a quella libertaria. Ma nel dibattito francese la parola «libertà» è stata caricata di un compito che non può sostenere da sola.

La libertà del malato non vive infatti nel vuoto. Vive dentro una famiglia, un reparto ospedaliero, un sistema sanitario, una condizione economica. Vive nella disponibilità o nell’assenza di cure palliative. Vive nella possibilità di essere assistito a casa, nella presenza di un figlio, nel tempo concesso a un infermiere, nel costo di una struttura, nella paura di consumare i risparmi dei propri cari.

È qui che la denuncia dei vescovi francesi supera i confini confessionali e diventa una domanda politica. La Conferenza episcopale ha definito il voto «una grave frattura nella storia» della Francia, perché interrompe quella tradizione del curare che non coincide necessariamente con il guarire, ma comporta il sollievo dalla sofferenza e l’accompagnamento della persona sino alla fine naturale della vita.

Il punto più inquietante del loro comunicato riguarda i poveri. Saranno loro, avvertono i vescovi, i primi a pagare il prezzo della nuova legge. Non perché qualcuno li obbligherà apertamente a morire. Le società evolute non adoperano quasi mai la brutalità esplicita. Producono piuttosto attese, convenienze, sensi di colpa. Fanno capire a una persona che costa troppo, occupa un letto, assorbe energie, condiziona la vita dei figli.

La pressione più efficace non ha bisogno di una minaccia. Basta una pensione insufficiente. Basta una casa inadatta alla disabilità. Basta una figlia costretta a lasciare il lavoro per assistere il padre. Basta sentire ripetere che ciascuno dovrebbe poter decidere «dignitosamente» quando andarsene. A quel punto la domanda di morte può apparire come un ultimo gesto di generosità: non voglio essere un peso, non voglio rovinare la vita dei miei figli, non voglio costare alla collettività.

Ma una scelta compiuta per non pesare sugli altri è ancora interamente libera?

È questa la contraddizione che la grammatica dei nuovi diritti tende a occultare. Sulla carta, la possibilità di morire non sottrae nulla a chi desidera vivere. Nella realtà, però, ogni nuovo diritto modifica l’orizzonte delle aspettative sociali. Quando la morte provocata diventa un’opzione legalmente disponibile, il malato non deve più soltanto scegliere se ricorrervi. Può trovarsi costretto, almeno interiormente, a spiegare perché non la sceglie.

Il peso della giustificazione cambia campo. Prima era la società a dover spiegare perché non riusciva a garantire assistenza, sollievo e prossimità. Ora potrebbe essere il fragile a dover spiegare perché continua a chiedere cure, attenzione, denaro e tempo.

È il passaggio dalla libertà di morire al dovere non dichiarato di valutare se la propria vita sia ancora sostenibile per gli altri.

I sostenitori della legge parlano di un testo equilibrato, destinato a casi eccezionali, sottoposto a condizioni rigorose. È giusto prendere sul serio queste garanzie e non trasformare ogni medico in un potenziale carnefice. Ma è altrettanto legittimo domandarsi se una procedura possa neutralizzare la forza culturale del principio introdotto: esistono circostanze nelle quali provocare la morte viene riconosciuto dallo Stato come risposta appropriata alla sofferenza.

Il problema, dunque, non è soltanto ciò che la legge permetterà domani. È ciò che insegnerà lentamente dopodomani.

Insegnerà che la dignità può essere separata dalla vita biologica; che la dipendenza può diventare incompatibile con un’esistenza considerata pienamente umana; che la morte procurata può entrare nel repertorio delle prestazioni offerte dal sistema sanitario. E quando il gesto che interrompe la vita viene collocato dentro il linguaggio della cura, anche il rapporto tra paziente e medico inevitabilmente cambia.

Il medico non sarà più soltanto colui al quale ci si affida perché protegga la vita e allevi il dolore. Potrà diventare anche colui al quale si domanda di predisporre la morte. La legge potrà fissare clausole individuali di coscienza, commissioni, termini e controlli. Ma nessun regolamento potrà cancellare l’ambiguità introdotta nel cuore stesso dell’alleanza terapeutica.

Ancora più delicata è la posizione delle strutture sanitarie cattoliche, alle quali non è stata riconosciuta una piena clausola di coscienza istituzionale. I vescovi le hanno invitate a restare fedeli alla propria identità etica, astenendosi da condotte giudicate incompatibili con la dignità della vita umana. La questione non riguarda un privilegio ecclesiastico. Riguarda la possibilità che in una democrazia sopravvivano luoghi nei quali il malato possa entrare sapendo che nessuno gli proporrà la morte come soluzione.

Una società pluralista dovrebbe proteggere anche questi luoghi. Dovrebbe riconoscere il diritto di esistere a ospedali, hospice e comunità che intendono accompagnare senza uccidere. Imporre a ogni istituzione la medesima concezione della fine della vita non è neutralità: è il monopolio etico dello Stato travestito da laicità.

La vera alternativa all’eutanasia, del resto, non è l’accanimento terapeutico. La Chiesa non chiede di prolungare biologicamente ogni esistenza con mezzi sproporzionati. Chiede che nessuno sia abbandonato, che il dolore venga combattuto, che le terapie inutili possano essere sospese, che il morente venga accompagnato e non eliminato.

Morire naturalmente non significa morire tra tormenti evitabili. Significa accettare che la medicina abbia un limite senza trasformare quel limite nell’autorizzazione a provocare la morte.

Per questo il vero banco di prova della fraternità non consiste nel mettere a disposizione una sostanza letale. Consiste nel rendere effettivamente accessibili le cure palliative, nel sostenere i caregiver, nel finanziare l’assistenza domiciliare, nel moltiplicare hospice e strutture di accompagnamento. La Francia aveva già approvato un provvedimento per migliorare l’accesso alle cure palliative; ora dovrà dimostrare che tale impegno non resterà la facciata rassicurante dietro la quale si svilupperà la soluzione più rapida ed economicamente meno onerosa.

La grandezza di una società non si misura dalla quantità astratta di scelte che offre, ma dalle condizioni concrete nelle quali ciascuno è chiamato a scegliere. Dire a un anziano povero che è libero di morire, senza garantirgli prima la libertà di essere curato e assistito, non è progresso. È una forma elegante di abbandono.

Macron ha voluto presentare questa riforma come il compimento di un lungo percorso civile. I vescovi rispondono che la grandezza di una società non risiede nel dare la morte ai più fragili o nel consentire loro di procurarsela, ma nell’accompagnarli fino alla fine con una fraternità reale. Non una fraternità da inserire nei discorsi parlamentari, ma quella costosa, quotidiana e poco spettacolare che cambia una medicazione, veglia una notte, ascolta una paura, sostiene una famiglia esausta.

La legge francese nasce sotto il segno dell’autodeterminazione. Il rischio è che maturi sotto quello della selezione silenziosa. Non vi saranno commissioni che dichiareranno alcune vite indegne. Potrebbero essere i più vulnerabili a persuadersene da soli.

È questa la forma moderna della violenza: non ordinare al povero di scomparire, ma costruire una società nella quale egli finisca per considerare la propria scomparsa un favore fatto agli altri.


Quando lo Stato offre la morte prima di avere garantito a tutti cura, assistenza e presenza, la libertà rischia di diventare il nome decoroso dell’abbandono. E il più povero, ancora una volta, sarà il primo a chiedere scusa per essere rimasto vivo.