Nella Oxy Tower di Bruxelles, simbolo della rigenerazione urbana e del lusso contemporaneo, gli operai sono morti dentro un ascensore. La tragedia rivela il volto nascosto delle città che salgono verso il cielo.

Nel cuore di Bruxelles, mentre la città cominciava una nuova giornata, una torre destinata a ospitare appartamenti, ristoranti, un albergo a quattro stelle e un bar panoramico si è trasformata in una trappola. Le fiamme sono divampate poco prima delle otto nella Oxy Tower, l’ex Centre Monnaie sottoposto a una radicale ristrutturazione. Almeno quattro operai sarebbero morti, sei risultano dispersi, due persone sono state ricoverate con gravi ustioni.

I corpi sono stati trovati in una cabina dell’ascensore.

È un particolare terribile, quasi simbolico. L’ascensore rappresenta il movimento verticale delle città contemporanee: sale verso gli attici, gli uffici, le terrazze panoramiche, i ristoranti sospesi sopra i tetti. Ma in quella cabina non c’erano gli ospiti del futuro hotel né i clienti del rooftop bar. C’erano gli uomini che stavano costruendo tutto questo.

Operai.

Circa duecentocinquanta lavoratori erano presenti nell’edificio quando è scoppiato l’incendio. Molti sono riusciti a uscire. Altri sono rimasti intrappolati nei vani degli ascensori, dove il fuoco e il fumo hanno trasformato una via di collegamento in una camera mortale. I soccorritori hanno potuto raggiungere solo parzialmente una delle cabine. La seconda resta bloccata, circondata da detriti e strutture gravemente danneggiate.

Il Belgio è sconvolto. Il re Filippo e il primo ministro Bart De Wever si sono recati sul luogo della tragedia. Il ministro dell’Interno Bernard Quintin ha espresso il dolore del Paese. La Croce Rossa ha attivato il sostegno psicologico per gli operai evacuati e per le famiglie che attendono notizie.

Ma dopo il cordoglio verranno le domande.

Come si è sviluppato l’incendio? Perché le fiamme si sono propagate nel vano ascensore? Quali dispositivi di sicurezza erano operativi in un edificio ancora interessato dai lavori? Perché alcuni lavoratori si trovavano nelle cabine proprio nel momento in cui il fuoco avanzava? Le procedure di evacuazione erano adeguate? I sistemi di allarme hanno funzionato? Le vie di fuga erano libere?

Non è il momento delle sentenze. Le cause sono ancora sconosciute e spetterà all’inchiesta accertare responsabilità, omissioni ed eventuali violazioni. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ridurre tutto alla fatalità. Quando una tragedia avviene in un cantiere, la parola “incidente” non può diventare un modo per chiudere troppo in fretta il discorso.

La Oxy Tower doveva essere il simbolo della trasformazione di Bruxelles. L’edificio, costruito tra il 1968 e il 1971 sul sito dell’antico ufficio postale e telegrafico, era destinato a rinascere come complesso moderno e multifunzionale. La vecchia architettura amministrativa avrebbe lasciato il posto alla città del consumo, dell’ospitalità e dell’intrattenimento.

È il destino di molte capitali europee. Gli edifici del Novecento vengono svuotati, rivestiti, illuminati e restituiti al mercato con nuovi nomi internazionali. Gli spazi diventano più eleganti, le facciate più trasparenti, le terrazze più esclusive. La rigenerazione urbana promette bellezza, efficienza e ricchezza.

Dietro queste trasformazioni, però, esiste un’altra città.

È la città degli impalcati, delle polveri, dei turni, delle saldatrici, dei materiali infiammabili, degli ascensori di servizio e delle squadre che lavorano mentre gli altri dormono o attraversano distrattamente le piazze. È abitata da uomini che spesso arrivano da altri Paesi, parlano lingue diverse e compaiono nei progetti soltanto come costi, tempi di consegna o giornate lavorative.

Li vediamo davvero soltanto quando muoiono.

Fino al giorno prima erano presenze anonime dietro le recinzioni del cantiere. Questa mattina sono diventati “le vittime della Oxy Tower”. Per qualche ora il loro lavoro, normalmente invisibile, è entrato nelle dichiarazioni dei ministri e nelle cronache dei giornali. Poi arriveranno i numeri, le perizie, le assicurazioni, le eventuali responsabilità penali. E il cantiere, prima o poi, ripartirà.

La torre sarà probabilmente completata. Gli appartamenti verranno consegnati, il ristorante aprirà, gli ospiti saliranno verso il bar panoramico. Dalla terrazza si vedranno i tetti di Bruxelles e forse Place de Brouckère apparirà bellissima al tramonto.

Ma quella vista avrà un’ombra.

Ogni edificio conserva la memoria di chi lo ha costruito. La conserva nei muri, nelle travi, nei vani tecnici che nessun cliente visiterà mai. La modernità ama cancellare le tracce del lavoro: tutto deve apparire pulito, leggero, immediato. Eppure ogni superficie elegante è stata sollevata, montata e fissata da mani umane.

Nella Oxy Tower quelle mani non sono riuscite a uscire.

Una città civile non si riconosce soltanto dall’altezza delle sue torri o dal valore dei suoi investimenti. Si riconosce dal modo in cui protegge gli uomini che le costruiscono. Perché nessun rooftop, nessun albergo e nessun progetto di rigenerazione vale la vita di un operaio chiuso dentro un ascensore.

La tragedia della Oxy Tower non riguarda soltanto Bruxelles. Interroga tutte le città europee che celebrano la rigenerazione urbana dimenticando il lavoro nascosto che la rende possibile. Le torri salgono, il lusso si espande, ma la sicurezza di chi costruisce non può essere considerata un dettaglio del progetto.