Quando il potere è in gioco, le divisioni scompaiono. Ma il Paese resta senza progetto.

Per mesi si sono azzuffati. Fratelli d’Italia contro Lega, Lega contro Forza Italia, Forza Italia contro Fratelli d’Italia. Preferenze sì, preferenze no. Capilista bloccati, capilista aperti. Governabilità, rappresentanza, territori, parità di genere. Sembrava una discussione alta sulla qualità della democrazia italiana. Sembrava.

Poi, come spesso accade nella politica italiana, quando si è trattato di stringere i bulloni delle poltrone, le differenze sono evaporate. Forza Italia ha fatto marcia indietro. La Lega pure. I malumori sono stati accantonati. Le dichiarazioni incendiarie dei giorni precedenti sono finite nel cassetto. Alla fine, tutti uniti.

Non per una riforma fiscale. Non per una strategia industriale. Non per il declino demografico. Non per i salari che non crescono da vent’anni. Non per la sanità pubblica che arretra. Non per il Mezzogiorno che continua a perdere giovani e competenze.

Uniti per la legge elettorale.

La scena racconta molto più di quanto i protagonisti vorrebbero ammettere. La discussione sulle preferenze è diventata il simbolo di una politica che parla continuamente di sovranità popolare ma che, appena possibile, tende a riportare il controllo nelle segreterie di partito. Si concede all’elettore una crocetta, purché non sia troppo influente. Si parla di scelta, purché la scelta sia guidata. Si invoca il popolo, purché il popolo non decida troppo.

Naturalmente ogni sistema elettorale ha pregi e difetti. Non esiste una formula perfetta. Il problema non è tecnico. È politico.

Qual è il progetto per l’Italia?

È la domanda che non trova risposta in nessuna delle polemiche di queste settimane. Quale idea di sviluppo propone la maggioranza? Quale modello produttivo immagina? Quale ruolo vede per l’Italia in un mondo che sta cambiando velocemente, tra la crisi dell’ordine occidentale, l’ascesa dei Brics, la competizione tecnologica globale e la crescente instabilità geopolitica?

Su questi temi il dibattito langue. Sulle regole per eleggere il Parlamento, invece, si combatte una guerra senza esclusione di colpi.

La verità è che la legge elettorale è spesso il luogo dove una classe dirigente rivela il proprio orizzonte. Quando manca una visione del futuro, si finisce per discutere del meccanismo che assegna il potere invece dell’uso che si intende farne. Si litiga sulla distribuzione dei seggi perché non si sa più cosa fare una volta conquistati.

Eppure gli italiani non sono così ingenui come qualcuno immagina.

Possono essere disillusi, stanchi, talvolta rassegnati. Ma comprendono perfettamente quando una discussione riguarda davvero i loro problemi e quando invece riguarda gli equilibri interni dei partiti. Sanno distinguere una battaglia di principio da una battaglia di posizionamento.

Per questo cresce l’astensione. Non perché i cittadini siano disinteressati alla politica, ma perché troppo spesso vedono una politica interessata soprattutto a sé stessa.

Alla fine della giornata, i partiti troveranno probabilmente un accordo. I franchi tiratori saranno evocati, le dichiarazioni si moltiplicheranno, le opposizioni prometteranno barricate parlamentari e la maggioranza invocherà la stabilità.

Ma resterà sospesa la domanda fondamentale.

Una volta fissati i bulloni delle poltrone, una volta blindati gli assetti del potere, una volta deciso chi nomina chi e con quale meccanismo, quale Italia si vuole costruire?

Su questo, per ora, il silenzio è molto più eloquente delle crocette sulle schede elettorali.

Le classi dirigenti si dividono quando devono spartire il potere e si ricompattano quando devono conservarlo. Il problema è che una nazione non vive di leggi elettorali. Vive di lavoro, salari, scuola, sanità, industria e speranza. Quando la politica smette di discutere il futuro e concentra tutte le sue energie sulle regole del gioco, il rischio è che a vincere non sia una parte contro l’altra, ma il disincanto degli italiani verso l’intero sistema.